Rassegna Stampa

Hans Werner-Sinn: “Il grande gioco di Varoufakis” (IT)

di Hans-Werner Sinn

Il grande gioco di Varoufakis di Hans Werner-Sinn

Gli esperti di teoria dei giochi sanno che un piano A non è mai sufficiente. Si deve anche elaborare e proporre un piano B credibile – la minaccia implicita che fa avanzare i negoziati sul piano A. Lo sa molto bene il ministro delle finanze della Grecia, Yanis Varoufakis. Visto che il governo greco viene ribattezzato come “il cattivo della situazione”, egli sta lavorando al Piano B (una potenziale uscita dalla zona euro), mentre il primo ministro Alexis Tsipras si rende disponibile per il piano A (un’estensione sull’accordo di finanziamento della Grecia, e una rinegoziazione dei termini del suo salvataggio). In un certo senso, stanno giocando al classico gioco del “poliziotto buono/poliziotto cattivo” – e, finora, con grande effetto.

Il Piano B è composto da due elementi chiave. In primo luogo, vi è una semplice provocazione, volta a fare agitare i cittadini greci e quindi ad accrescere le tensioni tra il paese ed i suoi creditori. I cittadini greci devono credere di poter evitare una grave ingiustizia se si vuole che continuino a fidarsi del loro governo durante il difficile periodo che potrebbe seguire un’uscita dalla zona euro.

In secondo luogo, il governo greco fa lievitare i costi del Piano B per la controparte, consentendo la fuga di capitali dei suoi concittadini. Se volesse, il governo potrebbe contenere questa tendenza con un approccio più conciliante, o arrestarla del tutto, con l’introduzione di controlli sui capitali. Ma così facendo indebolirebbe la sua posizione negoziale, il che non è auspicabile.

La fuga di capitali non significa che il capitale si muove all’estero, in termini netti, ma piuttosto che il capitale privato è stato trasformato in capitale pubblico. In sostanza, i cittadini greci stipulano prestiti dalle banche locali, finanziati in gran parte dalla banca centrale greca, che acquisisce fondi attraverso le disposizioni per l’erogazione di liquidità di emergenza (ELA ) della Banca Centrale Europea. Essi trasferiscono quindi tale denaro in altri paesi per l’acquisto di attività estere (o per riscattare i loro debiti), drenando liquidità dalle banche del loro paese.

Altre banche centrali della zona euro sono quindi costrette a creare nuova moneta per evadere gli ordini di pagamento per i cittadini greci, fornendo in effetti alla banca centrale greca un credito scoperto, come misurato dalle cosiddette passività TARGET. In gennaio e febbraio, i debiti TARGET della Grecia sono aumentati di quasi 1 miliardo di euro (1,1 miliardi di dollari) al giorno, a causa di una fuga di capitali da parte di cittadini greci e investitori stranieri. Alla fine di aprile, i debiti ammontavano a 99 miliardi di euro.

Una fuoriuscita della Grecia non danneggerebbe i conti che i suoi concittadini hanno creato in altri paesi della zona euro – abbandonarli causerebbe la perdita dei beni che i Graci hanno acquistato con tali conti. Ma questo farebbe impantanare le banche centrali di quei paesi con i titoli TARGET denominati in euro dei cittadini greci di fronte alla banca centrale della Grecia, che avrebbe attività denominate solo in dracme ristrutturate. Data l’inevitabile svalutazione della nuova moneta, unitamente al fatto che il governo greco non ha bisogno di sostenere il debito della sua banca centrale, un default che deprivi le altre banche centrali dei loro crediti sarebbe quasi certo.

Una situazione simile si presenta quando i cittadini greci prelevano contanti dai loro conti e li accumulano in valigie o li portano all’estero. Se la Grecia abbandona l’euro, una quota consistente di questi fondi – pari a 43 miliardi di euro alla fine di aprile – potrebbe rifluire nel resto della zona euro, sia per l’acquisto di beni e attività sia per ripagare i debiti, con una conseguente perdita netta per gli altri membri dell’unione monetaria.

Tutto questo rafforza considerevolmente la posizione negoziale del governo greco. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che Varoufakis e Tsipras giochino sul tempo, rifiutando di presentare una lista di proposte di riforme significative.

La BCE ha notevoli responsabilità riguardo a questa situazione. Omettendo di esplicitare la maggioranza dei due terzi nel Consiglio direttivo della BCE, necessaria a limitare la strategia interessata della banca centrale greca, ha permesso la creazione di oltre 80 miliardi di euro in liquidità di emergenza, che supera i 41 miliardi di euro in beni recuperabili della banca centrale greca. Con le banche greche a cui sono stati garantiti i fondi necessari, al governo è stato risparmiato di dover introdurre controlli sui capitali.

Si dice che la BCE sia pronta a rivedere la sua strategia – e presto. Si sa che la sua tesi secondo cui i prestiti ELA sono assistiti da garanzie reali mostra la corda, visto che, in molti casi, la garanzia ha un rating inferiore a BBB-, e quindi al di sotto dell’investment grade.

Se la BCE riconoscesse, infine, che questo non va bene, e rimuovesse la rete di sicurezza di liquidità della Grecia, il governo greco sarebbe costretto a iniziare i negoziati sul serio, infatti prolungare l’attesa non comporta niente di buono. Ma, con la scorta di denaro inviata all’estero e tenuta in contanti già cresciuta a dismisura fino al 79% del PIL, la sua posizione resterebbe molto forte.

In altre parole, in gran parte grazie alla BCE, il governo greco sarebbe in grado di garantire un esito molto più favorevole – tra cui una maggiore assistenza finanziaria e ridotte esigenze di riforma – di quello che avrebbe mai potuto guadagnare in passato. Una grande parte delle risorse acquisite, misurate dai saldi TARGET, e il denaro stampato si trasformerebbero in una dotazione elergita per un futuro indipendente.

Molte persone in Europa sembrano credere che Varoufakis, un esperto di gioco teorico ma un neofita politico, non sappia come giocare le carte che sono state distribuite alla Grecia. Ci dovrebbero ripensare – prima che la Grecia se ne vada con il piatto.