Rassegna Stampa

La mediocrità dell’Europa di oggi, spiegata da Albert Camus nel 1955 (IT)

di Albert Camus

L’Europa sta vivendo uno dei momenti più complicati della sua storia: muri che si alzano in Ungheria, frontiere che si chiudono tra la Francia e l’Italia, paesi come la Grecia che rischiano di uscire da una comunità che hanno contribuito a creare e di cui sono, storicamente e culturalmente, una parte importante. E ancora, il nascere di movimenti nazionalisti forti e sempre più radicati in seno a quasi tutti i paesi europei, un livello di fiducia tra le popolazioni europee che sembra non essere è mai stato così basso negli ultimi sessant’anni. Tutte forze centrifughe che stanno mettendo in pericolo la costruzione unitaria, politica e culturale, che abbiamo ereditato dal Novecento.

Eppure tutti questi problemi che stiamo affrontando ora non sono una novità. Timori simili esistevano già sessant’anni fa, a pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale, nel 1955. A pochi mesi da quei trattati di Roma del 1957 che hanno posto le basi dell’Europa di oggi. A testimoniare questi timori sono le parole di uno dei più grandi intellettuali del Novecento europeo, lo scrittore francese Albert Camus, che ne discusse ampiamente durante una conferenza ad Atene — bizzarra coincidenza — il 28 aprile del 1955.

Sono passati sessant’anni da quel giorno, ma le parole di Albert Camus, come ha ricordato anche Giulio Tremonti citando questa conferenza in una lettera pubblicata sul Corriere della Sera il 17 giugno, non hanno perso potenza né lucidità. Per l’occasione siamo andati a rileggere le sue parole, traducendo i passi più potenti:

Se consideriamo che la civiltà occidentale si basa sull’umanizzazione della natura, ovvero sulla tecnica e sulla scienza, non soltanto dobbiamo convenire sul fatto che l’Europa abbia trionfato, ma anche sul fatto che le forze che oggi la minacciano sono forze che hanno acquisito la tecnica, o l’ambizione alla tecnica, proprio dall’Europa, insieme al suo metodo scientifico e di ragionamento. Da questo punto di vista, quindi, la civiltà europea non è affatto minacciata, se non dall’eventualità di un suicidio, dunque è minacciata da se stessa, in qualche modo.

Se, invece, consideriamo che la nostra civiltà si costruisce intorno alla nozione di essere umano, questo punto di vista ci porta a una risposta completamente opposta. Perché probabilmente, e sottolineo probabilmente, è difficile trovare un’epoca in cui la quantità di persone emarginate sia elevata come oggi. Non direi tuttavia che questa nostra epoca sia particolarmente sdegnosa nei confronti dell’essere umano. Non c’è dubbio infatti che l’azione della coscienza collettiva e, in particolare, della coscienza dei diritti dell’uomo si sia estesa sempre di più negli ultimi secoli. È solo, però, che due guerre mondiali l’hanno un po’ calpestata, e che quindi ora io credo che dobbiamo rispondere che sì, che da questo punto di vista la nostra civiltà è minacciata, e lo è nella misura in cui l’essere umano, che eravamo riusciti a mettere al centro della nostra riflessione, ora è umiliato un po’ dovunque .

Quello che forse potremmo chiederci è se la riuscita della civiltà occidentale nel suo versante scientifico non sia anche in parte responsabile del suo contemporaneo scacco morale. Detto in altro modo: chiedersi se la fede assoluta, e in qualche modo cieca, nel potere della ragione razionalista, (diciamo la ragione cartesiana, per semplificare le cose, visto che è questa che è al centro del sapere contemporaneo), non sia in qualche modo responsabile del restringersi della sensibilità umana , una sensibilità che ha potuto, attraverso tappe che sarebbe lungo spiegare, portare poco a poco a questa degradazione dell’universo individuale. Il mondo della tecnica, di per sé, non è cattivo , e sono assolutamente contrario a tutti coloro che vorrebbero un ritorno alla civiltà dell’aratro. Ma la ragion tecnica, se messa al centro dell’Universo e considerata come il fattore più importante di una civiltà, finisce per provocare una sorta di perversione , sia nelle idee che nei costumi, che rischia di portarci allo scacco.

La civiltà europea è prima di tutto una civiltà pluralista. E con questo intendo che è il luogo della diversità dei pensieri, delle opposizioni, dei valori contrastanti e della dialettica infinita. La dialettica europea è quella che non approda a una sorta di ideologia che sia totalitaria, né ortodossa. Questo pluralismo che è sempre stato alla base della nozione europea di libertà, mi sembra l’apporto più grande della nostra civiltà. È questo che è effettivamente in pericolo oggi, ed è per preservarlo che bisogna assolutamente lottare. Il famoso detto, credo di Voltaire, che recitava «non la penso come voi, ma mi farei uccidere pur di difendere il vostro diritto di esprimere il vostro pensiero», è evidentemente uno dei grandi detti della civiltà europea. Non c’è dubbio che, sul piano della libertà intellettuale, questo principio sia sotto attacco e che, a parer mio, debba essere difeso.

Dal VI al XVIII secolo la popolazione europea non ha mai superato i 180 milioni di abitanti. Dal 1800 al 1914, invece, nel giro di appena un secolo e poco più, siamo passati da 180 milioni di abitanti a 460. L’avvento della massa è eclatante in questi numeri. Accompagnato dalla accelerazione della Storia, questo avvento ci ha portato in una situazione che supera nettamente le strutture intellettuali e razionali che ne hanno permesso l’esistenza. Oggi, il nostro problema è prima di tutto l’adattamento delle nostre intelligenze alle nuove realtà che ci fornisce il mondo. Le ideologie nelle quali viviamo immersi sono delle ideologie che hanno cento anni di ritardo sulla storia. E questo ritardo è dovuto al fatto che sono portare ad accettare molto male le innovazioni. Non c’è niente di più sicuro della propria verità che un’ideologia scaduta.

La “misura” non è nient’altro, per noi intellettuali, che la diabolica moderazione dei borghesi. Ma in realtà non lo è per niente. La misura non è il rifiuto della contraddizione, come non ne è la soluzione. La misura, nell’ellenismo, se non mi sbaglio, si è sempre basata sul riconoscimento della contraddizione e sulla decisione di non cambiare atteggiamento, qualsiasi cosa accada. Una formula di questo genere non è soltanto una formula razionale, umanista e amabile. Essa sottintende in realtà un eroismo. Essa ha delle possibilità di fornirci non tanto una soluzione, perché non è questo che ci attendiamo, ma un metodo per affrontare lo studio dei problemi che ci si pongono e per dirigerci verso un futuro sostenibile.

Proviamo ad applicare questo metodo all’Europa contemporanea. C’è un’Europa borghese e individualista, è quella che pensa al proprio frigorifero, ai propri ristoranti gastronomici, quella che dice «io non voto». È l’Europa borghese, e non sembra voler sopravvivere. Senza dubbio dice il contrario, ma ha messo la vita a un livello così basso che non ha alcuna chance di prolungare la propria storia, vegeta, e nessuna società può vegetare per molto tempo . Ma non vedo nulla in tutto ciò che rimandi alla visione classica della misura. Vedo solo un nichilismo individualista, quello che consiste soltanto nel dire: «noi non vogliamo ne del romanticismo né degli eccessi, noi non vogliamo vivere ai confini, alle frontiere, noi non vogliamo conoscere lo strazio». Ma se voi non volete vivere alle frontiere, né conoscere lo strazio, voi non vivrete e anche la vostra società non vivrà. La grande lezione, e lo dico perché mi oppongo formalmente all’ideologia delle democrazie popolari, la grande lezione che ci viene dall’Est, è esattamente il senso della partecipazione a uno sforzo comune, e non c’è alcuna ragione per la quale noi dovremmo rifiutare questo esempio.

Da questo punto di vista, io non approvo in alcun modo l’Europa borghese. Ma voglio far mia, al contrario, una posizione che è questa che segue: «noi conosciamo l’estremo, noi l’abbiamo vissuto, noi lo rivivremo quando sarà necessario e possiamo dire di averlo vissuto perché abbiamo attraversato dei momenti che ci hanno permesso di conoscerlo». C’è stato un grande movimento di solidarietà nazionale francese, e ce n’è uno di solidarietà nazionale greca, e sono basati sulla sofferenza. Ma questa solidarietà noi la possiamo ritrovare sempre, non soltanto nei momenti di sofferenza. Se noi riflettessimo abbastanza sulla nostra esperienza sono sicuro che comprenderemmo meglio questa nozione di misura concepita come la conciliazione delle contraddizioni e, in modo particolare nel settore sociale e politico, come la conciliazioni dei diritti e dei doveri dell’individuo. La posizione dell’Europa borghese, infatti, arriva a rivendicare soltanto i diritti dell’uomo. I diritti dell’uomo sono un valore che dobbiamo assolutamente difendere, ma ciò non significa che dobbiamo negare l’esistenza dei doveri. E viceversa. I doveri dell’uomo di cui ci si vanta all’Est non sono dei doveri che noi accetteremo se significano la negazione di tutto ciò che costituisce il diritto dell’uomo ad essere ciò che è.

La misura è sempre qualcosa che che si trova tra due estremi e lotta contro questi due estremi; è per questo che sono d’accordo con voi nello stimare che il principio classico della misura implica la nozione di lotta continua, di una lotta creatrice di ogni individuo per trovare il suo equilibrio tra tutte le forze che lo circondano ed è certamente su questo concetto che potremo basare la soluzione occidentale della crisi. […] La tendenza all’equilibrio deve essere uno sforzo e un coraggio permanente. La società che saprà avere questo coraggio è la vera società del futuro. Una società di questo tipo, d’altronde, si incomincia a veder nascere in tante parti del mondo ed è proprio per questo che non riesco a dirmi pessimista. La speranza c’è. Ci è stata data dall’ellenismo che l’ha definita per la prima volta e che ce ne ha fornito gli esempi più vividi attraverso i secoli. Noi, oggi, possiamo sperare che questi semi daranno i loro frutti ancora una volta e ci aiuteranno a trovare la soluzione ai nostri problemi.

Anch’io, come voi, sono convinto che in questo momento l’Europa sia costretta da una miriade di lacci che non le permettono di respirare. In un momento come questo, in cui Atene è a 6 ore da Parigi, in cui andiamo a Roma in 3 ore, in cui le frontiere esistono soltanto per i doganieri e chi è sottoposto alla loro giurisdizione, eppure viviamo in uno stato feudale. L’Europa, che ha concepito tutte le ideologie che oggi dominano il mondo e che oggi se le vede ritornare contro, incarnate come sono in paesi più grandi e industrialmente più potenti, questa Europa che ha avuto il potere e la capacità di concepire queste ideologie ora può avere il potere e la capacità di inventarsi le nozioni che ci permetteranno di gestire o di equilibrare queste ideologie. Insomma, l’Europa ha bisogno di respirare, di trovar sollievo, ha bisogno di idee che non siano provinciali come invece sono, oggi, tutte le nostre idee. Le idee parigine sono delle idee provinciali; le idee ateniesi lo sono ugualmente, ed è in questo senso che stiamo vivendo la più grande difficoltà, perché non riusciamo a mischiare abbastanza tra loro le nostre idee per fare sì che si fecondino vicendevolmente i valori erranti, che ora sono isolati nei nostri rispettivi paesi. Ebbene, io credo che sia questo l’ideale al quale tutti noi dobbiamo tendere, che noi dobbiamo difendere, per il quale noi dobbiamo fare tutto ciò che ci è possibile, perché questo ideale noi non lo raggiungeremo tutto d’un colpo.

Prima avete pronunciato una parola decisiva, è la parola «sovranità». Questa parola, «sovranità», è da tempo immemore che mette i bastoni tra tutte le ruote della storia internazionale. E continuerà a farlo. Le ferite della guerra appena conclusa sono troppo fresche perché possiamo sperare che delle collettività nazionali facciano questo sforzo di cui sarebbero capaci soltanto degli individui superiori e che consiste nel dominare i propri risentimenti. Noi ci troviamo psicologicamente davanti a degli ostacoli che rendono questa realizzazione difficile. Detto questo, io la penso come voi, dobbiamo lottare per arrivare a superare questi ostacoli e fare l’Europa, un’Europa in cui Parigi, Roma, Atene e Berlino siano i centri nervosi di un “impero di mezzo” che in qualche modo possa giocare un ruolo nella storia di domani .

Schematizzando un po’ grossolanamente le cose, direi che oggi l’Occidente pretende di fare passare la libertà davanti alla giustizia, mentre l’Oriente invece pretende di far passare la giustizia davanti alla libertà . Non è questo il momento di capire se la libertà regni nell’Occidente e se la giustizia regni in Oriente, ci basterà registrare le pulsioni delle due società. È anche possibile che la giustizia, brandendo la bomba atomica e la libertà, brandendone un’altra, si distruggeranno a vicenda su un confine che è facilmente prevedibile. In questo caso, confesso di non avere abbastanza immaginazione per sapere cosa potrebbe mai seguire a una terza guerra mondiale atomica. E da parte mia considero come dei criminali quei capi di Stato che lasciano credere ai loro popoli che si possa immaginare un futuro dopo una guerra del genere.Tuttavia, si una tale guerra atomica, un tale suicidio non avrà luogo, noi ci troveremo sempre davanti alle due statue della libertà e della giustizia che si affronteranno testa a testa. Io credo che in questo momento il rapporto di forza sia in equilibrio, l’abbondanza di popolazione a Oriente è compensata, a Occidente, da un perfezione sempre più spinta della tecnica . Quindi credo che la storia, a cui tanta gente dà fiducia, alla fine confermerà questa fiducia e che, alla fine, giocheranno un ruolo importante proprio il valore della misura e della contraddizione. Perché questo valore si inscrive nella natura umana, e nella stessa natura della storia. Ci arriveremo, come ci sono già arrivate un certo numero di intelligenze europee: sapere che la libertà ha un limite, e che la giustizia anche ha un limite, che il limite della libertà si trova nella giustizia, ovvero nell’esistenza dell’altro e nel riconoscimento dell’altro, come il limite della giustizia si trova nella libertà, ovvero nel diritto di ogni persona ad esistere per quella che è all’interno di una collettività.

L’armonia è una cosa eccellente, ma sfortunatamente non è sempre possibile. Possiamo dire, per esempio, che il matrimonio è un’istituzione eccellente, ma a condizione che i due interessati siano entrambi d’accordo. Ma succede anche che non lo siano e che il matrimonio diventi, in questi casi, una catastrofe Se noi dunque contiamo sulla sola buona volontà dei popoli europei, che certamente è necessaria per avanzare, dobbiamo sapere che questa non sarà sufficiente. Servono delle istituzioni. La vostra obiezione all’esistenza di queste istituzioni, che sarebbero ovviamente delle istituzioni comuni, è che la differenza di costumi e di modi di vivere dei popoli europei le renderebbero impossibili. Io non sono d’accordo, e vi porto l’esempio della Francia. Un marsigliese è certamente più simile a un napoletano che un abitante di Brest. C’è un’enorme differenza tra un abitante di Perpignan e uno di Roubaix. Ma ciò non ha impedito agli abitanti di Roubaix e di Perpignan di eleggere un governo comune, che sia questo un buon governo o uno cattivo.

Io credo che la scoperta dell’irrazionalità da parte della scienza contemporanea sia un progresso. Lo è perché se la scienza contemporanea arrivasse a dimostrare il determinismo totale, quello che gli corrisponderebbe, dal punto di vista delle strutture della di potere della nostra civiltà, sarebbe una forma di totalitarismo. […] Per quanto riguarda il razionalismo cartesiano, di cui ho parlato prima, esso fa parte della nostra civiltà. Ma io credo che proprio a causa dell’interpretazione che ne abbiamo fatto, della nozione dell’individuo che ci abbiamo costruito sopra, questo razionalismo cartesiano sia alla base di una certa degenerazione della società occidentale. Intendiamoci, non si tratta di una critica a Cartesio in se stesso. I filosofi restano delle grandi personalità e dei grandi uomini, ma quello che prendiamo da loro non è la parte migliore, è sempre la peggiore.

Una delle debolezze della civiltà occidentale, in ogni caso, è proprio la costituzione di un individuo separato dalla comunità, dell’individuo considerato come il Tutto. Per riassumere quello che ho già detto prima, forse un po’ malamente, credo che la società occidentale stia oggi morendo per un eccessivo individualismo, mentre quella orientale non sia neppure ancora nata a causa del contrario, ovvero di un eccessivo collettivismo. Il mondo progredirà nella misura in cui noi saremo capaci di riportare il nostro individualismo verso una nozione più chiara dei doveri verso la comunità e, parallelamente, se il collettivismo orientale vedrà sorgere al proprio interno i primi fermenti della libertà individuale .

La libertà in cui credo è una libertà limitata. Perché la libertà senza limiti è il contrario della libertà. La libertà senza limiti è quella che esercitano i tiranni: Hitler era un uomo relativamente libero, ma era il solo ad esserlo in tutto il suo impero. Se vogliamo esercitare una reale libertà, questa non si può esercitare soltanto nell’interesse dell’individuo che la esercita. La libertà ha avuto sempre come limite la libertà degli altri. Perché una libertà che comportasse soltanto doveri non sarebbe una vera libertà, sarebbe un’onnipotenza, una tirannide. Mentre una libertà che ha sia diritti che doveri è una libertà che ha un contenuto e in cui possiamo vivere. Il resto, ovvero una libertà che non ha limiti, non può sopravvivere, o, al limite, sopravvive grazie alla morte degli altri. La libertà limitata è l’unica che permette di vivere sia coloro che la esercitano sia coloro verso la quale è esercitata.