Rassegna Stampa

L’UE sulle spine: cambiare i Trattati? (IT)

di Michele Ballerin

L’UE sulle spine: cambiare i Trattati? di Michele Ballerin

Negli ultimi giorni hanno cominciato a circolare i contributi di alcuni governi europei al cosiddetto Rapporto dei quattro presidenti sulle prospettive di riforma dell’Eurozona che si prevede sarà discusso al vertice europeo del 25-26 giugno. Al contributo franco-tedesco si affianca quello italiano, e da tutti si evince che i governi vorrebbero fare “whatever it takes” per rafforzare l’unione monetaria senza cambiare i Trattati, almeno nel breve periodo. Ma si può davvero migliorare l’Eurozona senza modificare la cornice giuridica dell’UE? Rispondere a questa domanda può sembrare difficile, eppure la storia degli ultimi anni ci offre alcuni esempi che possono aiutarci a farlo.

Nel 2012 i governi europei si trovavano a fronteggiare il rischio di un collasso finanziario della zona euro. Il margine temporale era così stretto che si videro obbligati a un passo prima inconcepibile: in pochi mesi vararono due trattati internazionali che affiancarono, con strepitosa disinvoltura, il Trattato di Lisbona. Uno era il Fiscal compact, pensato per rendere più stringente il vecchio patto di stabilità, l’altro istituiva lo European Financial Stability Facility, evoluto poi nello ESM (European Stability Mechanism) e noto anche come “fondo salva-Stati”. Il primo fu perfino introdotto nelle costituzioni di alcuni Paesi membri, tra cui l’Italia. Dire che i parlamenti nazionali furono presi in contropiede da questa mossa sarebbe dire poco. Quanto al Parlamento europeo, non fece neppure in tempo a capacitarsene.

Qualche mese fa, all’apice della crisi ucraina, lo scoppio di una guerra in piena regola sembrò questione di ore, e costrinse la cancelliera Merkel e il presidente Hollande a precipitarsi a Kiev per disinnescare la bomba. Come sappiamo ne nacque una tregua che, per quanto fragile, regge tuttora. La mossa dei due premier fu uno strappo doloroso (l’ennesimo) alle regole comunitarie, perché bypassò le istituzioni UE saltando a piè pari Commissione e Consiglio – con buona pace della “governance” europea.

Ogni europeista ne ebbe a soffrire. Tuttavia, un crudo realismo ci costrinse a riconoscere che la mossa era in qualche modo obbligata. La procedura “da Trattati” prevedeva infatti che il Consiglio dei ministri UE si riunisse per deliberare all’unanimità (ripetiamolo: all’unanimità) su quale posizione l’Europa dovesse assumere nella crisi, e che l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza se ne facesse portavoce presso i governi russo e ucraino. I Trattati, cioè, prevedevano l’impossibile. Perché neppure una commissione composta da Henry Kissinger, Jean Monnet, Monsieur de Talleyrand e il Mahatma Gandhi sarebbe riuscita a portare sulla stessa posizione 28 governi europei sulla questione ucraina.

Questi esempi ci dicono con una chiarezza quasi brutale che il Trattato di Lisbona può essere paragonato a una camicia di forza: ogni volta che l’Europa inciampa in una crisi e vorrebbe reagire in fretta scopre di averne le mani impedite ed è obbligata prima di tutto a disfarsene. Che cosa penseremmo di un governo che ad ogni emergenza politica fosse costretto ad aggirare o scavalcare la propria costituzione? Penseremmo, credo, che lo Stato in questione farebbe bene a riscriverla. Appunto. Non occorrono altre prove del fatto che i Trattati vanno cambiati se si vuole qualcosa di minimamente paragonabile a un governo comune europeo, se non a 28 almeno a 19. In verità, la prossima prova potrebbe essere ancora più difficile delle precedenti, e avere esiti molto meno fortunati.

La riforma dei Trattati è tabù. I funzionari impegnati a preparare il prossimo vertice europeo si stanno lambiccando il cervello per trovare appigli giuridici che consentano di governare l’economia dell’Eurozona senza aprire il cantiere delle riforme istituzionali, ma i loro sforzi sono destinati a infrangersi contro un fatto che sembra abbastanza certo: all’interno dei Trattati non si potrà conseguire né un bilancio finanziato con risorse proprie, né un controllo democratico su di esso. Due elementi che difficilmente potranno essere esclusi da un’unione fiscale, se un’unione fiscale è davvero ciò che i quattro presidenti vogliono. Quello che si potrà fare nel quadro di Lisbona sarà di muovere alcuni timidi passi in questa direzione. (Chi volesse farsi un’opinione più precisa su questo aspetto cruciale potrà leggere qui l’importante contributo che Giulia Rossolillo, docente all’Università di Pavia, ha pubblicato l’anno scorso sulla “Rivista di diritto internazionale”).

Che cosa spaventa tanto i governi nell’idea di cambiare i Trattati? La lunghezza del procedimento, l’estenuante stagione di negoziati che si aprirebbe, il ricordo dei referendum che nel 2005 bocciarono la pseudocostituzione di Laeken…

Che cosa invece dovrebbe spaventarli? Secondo molti, la prospettiva di “dover difendere l’euro con questa governance”, per usare le parole del ministro Schäuble; di gestire i grandi flussi migratori senza gli strumenti e le risorse per riuscirvi; di lasciar fallire la Grecia quando – con istituzioni riformate – sarebbe così semplice salvarla; di ritrovare sui mercati mondiali la competitività perduta e sciogliere il rebus di una disoccupazione ormai dissociata dal tasso d’interesse. Eccetera eccetera: perché l’elenco continuerebbe ma è noto ai più.

Quanto alla farraginosità del percorso previsto dai Trattati stessi per riformarli, non sembra davvero il caso di lasciarsene atterrire. Ai governi che volessero realizzare un’unione economica e politica intorno alla moneta comune si imporrebbe un unico compito: volerlo davvero. Il “come” sarebbe problema secondario.

Come hanno fatto per l’ESM e il Fiscal compact, i governi dell’Eurozona potrebbero in qualsiasi momento stipulare un nuovo accordo per dare vita a nuove istituzioni comuni dentro la vecchia UE. Oppure potrebbero attuare una forzatura all’interno del percorso canonico di riforma imponendo la ratifica a maggioranza, e non più all’unanimità, da parte degli Stati che vogliono procedere. Sarebbe un atto di fermezza e di coraggio politico, ma soprattutto di buon senso. Qualcuno ricorderà che gli Stati Uniti nacquero – in quattro mesi – grazie a una forzatura giuridica dello stesso tipo. Senza quella forzatura non sarebbero diventati la prima potenza nel mondo, ma neppure la seconda o la terza.

Fortuna vuole che la Gran Bretagna sembri intenzionata a porre la questione mentre tutti gli altri si sforzano di schivarla, e lo stia già facendo con l’arma del referendum sull’appartenenza all’UE. Nessuno crede davvero che gli inglesi saranno così miopi da chiedere l’uscita dall’Europa del mercato unico; d’altra parte hanno tutto il diritto di rinegoziare i termini della loro adesione. Ma la cosa più interessante è che sono dispostissimi a fare un passo indietro per consentire agli altri Stati membri, in particolare a quelli della zona euro, di proseguire sulla via dell’integrazione economica e politica, se lo desiderano.

Nessuno si lasci atterrire dall’idea di cambiare i Trattati. Cambiare i Trattati è possibile ed è il vero obiettivo di chi ha a cuore gli interessi dei cittadini europei. Prendiamoci due, tre, perfino cinque anni se sarà necessario, ma mettiamoci al lavoro senza perdere altro tempo. Il mare là fuori è in tempesta e le previsioni meteo non sono incoraggianti: quello che ci occorre subito è una buona barca. Dopo litigheremo sulla rotta. Ma quello che conta è litigare all’asciutto.