Rassegna Stampa

Verso un’Europa più saggia

Le elezioni europee del 25 maggio rischiano di essere “un grande rumore per nulla”. È stato positivo politicizzare quelle elezioni. Lo è stato assai di meno pensare di trasformarle in una replica delle elezioni nazionali. Hanno fatto bene i principali partiti europei a indicare il loro candidato alla presidenza della futura Commissione europea. Hanno fatto […]

Le elezioni europee del 25 maggio rischiano di essere “un grande rumore per nulla”. È stato positivo politicizzare quelle elezioni. Lo è stato assai di meno pensare di trasformarle in una replica delle elezioni nazionali. Hanno fatto bene i principali partiti europei a indicare il loro candidato alla presidenza della futura Commissione europea. Hanno fatto meno bene nel pensare che ciò sarebbe stato sufficiente per identificare un nuovo governo dell’Unione.

Come è emerso nei vari confronti tra Martin Schulz, Jean- Claude Juncker, Guy Verhofstadt, Ska Keller e Alexis Tsipras, le differenze sull’Europa tra i loro partiti sono minime, in particolare tra i primi due (che rappresentano i socialisti e i democristiani). Keller e Tsipras hanno cercato di dare voce al malcontento per le politiche di austerità, ma lo hanno fatto in modo generico e da una prospettiva comunque favorevole all’integrazione europea. Tra i socialisti e i democristiani non potevano emergere grandi contrasti, visto che le principali scelte degli ultimi anni sono state fatte insieme. E visto che insieme formano il governo di coalizione del principale Paese europeo e dell’Eurozona, la Germania, che quelle scelte difende. I liberali, anche per il ruolo più limitato che hanno in Europa, hanno potuto alzare la voce un po’ più degli altri, chiedendo una maggiore integrazione federale dell’Eurozona. Ma anch’essi sono all’interno del sistema europeo che ha governato finora l’Eurozona.

Dunque, nella campagna elettorale in corso è risultato difficile dividere i partiti europei secondo lo schema destra-sinistra. La tradizionale divisione ideologica non è riuscita a rappresentare la frattura di interessi tra Stati ed aree geografiche che si è creata nell’Unione e nell’Eurozona in particolare. Questa difficoltà ha fatto sì che la frattura principale emersa sia stata quella tra europeisti e anti-europeisti. Una frattura presente da tempo in Europa, ma mai manifestatasi con tale evidenza come in queste elezioni europee. Con la sola (probabile) eccezione della Germania, il vento anti-europeo ha soffiato impetuoso in tutti i Paesi dell’Unione. All’interno dell’Eurozona esso è diventato ancora più gelido. Nei Paesi debitori, per le implicazioni drammatiche della crisi dell’euro sull’occupazione, in particolare giovanile, che è crollata a livelli senza precedenti. Nei Paesi creditori, per la paura di farsi carico di debiti altrui, amplificati dalla crisi dell’euro.

Naturalmente, gli anti-europeisti non avranno la maggioranza nel Parlamento europeo, né avranno la forza per mettere in discussione l’esistenza stessa dell’Eurozona. Al loro interno sono e saranno estremamente divisi, tra coloro che sono contro tutto, coloro che vogliono restituire la perduta sovranità agli Stati nazionali, coloro che vogliono alzare di nuovo le barriere nazionali all’immigrazione indesiderata o coloro che utilizzano la crisi dell’euro per rilanciare la campagna contro il neo-liberismo. Anche se riusciranno a rappresentare il 30 per cento del futuro Parlamento europeo, il loro impatto sulle politiche europee sarà inesistente. Non lo sarà invece il loro impatto sulla politica europea.
La consistenza numerica degli anti-europeisti rafforzerà ulteriormente la spinta a dare vita ad una grande coalizione all’interno del Parlamento europeo. Contrariamente alla retorica sull’elezione del candidato del partito che ha ottenuto più voti a presidente della Commissione, è assai probabile che la scarsa differenza di seggi tra i due maggiori partiti (democristiani e socialisti) porterà ad un accordo tra di essi (con l’aggiunta dei liberali) per l’assegnazione delle cariche politiche che il Parlamento può influenzare, come quella di presidente della Commissione, di presidente del Parlamento e di Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza. Naturalmente è un bene tenere ai margini del potere del Parlamento europeo gli anti-europeisti, il cui obiettivo è quello di non far funzionare le istituzioni sovranazionali. Tuttavia, la grande coalizione potrebbe lasciare le cose come stanno, a non fare emergere le vere divisioni che sono esplose tra stati e aree geografiche del nord e del sud del continente. Queste divisioni non contrappongono socialisti e democristiani in quanto tali.

È sperabile che all’interno di quei partiti le divisioni possano emergere. Ma ciò avverrà se quelle divisioni verranno messe in luce all’interno del Consiglio europeo dei capi di stato e di governo. Lì sarà necessario mettere in discussione la tendenza al formarsi di un’analoga grande coalizione per l’elezione del successore di Herman Van Rompuy, cioè del presidente permanente (per 5 anni) di quel Consiglio. Spetterà al primo ministro Renzi non cadere (almeno interamente) nella trappola della divisione tra capi di governo di sinistra e capi di governo di destra. Le politiche di austerità non sono riconducibili né alla destra né alla sinistra. Esse riflettono semplicemente gli interessi e la visione dei Paesi creditori più forti (e della Germania e della sua area di influenza in particolare). La crisi dell’euro ha messo in luce che l’Eurozona è costituita di strutture economiche, finanziarie e fiscali diverse, strutture che non possono essere ricondotte ad un unico modello di economia politica. L’Eurozona non potrà mai divenire come la Germania, anche perché, se ciò accadesse, sarebbe un disastro per quest’ultima. Un approccio differenziato al governo dell’Eurozona è dunque necessario per promuovere gli interessi dei Paesi (come il nostro) che sono stati messi in ginocchio dalla crisi finanziaria.