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di Elido Fazi
Europa: sogno o incubo.
Kompetition uber alles: insieme alla Germania saremo i primi

Kompetition uber alles: insieme alla Germania saremo i primi

Jahn Maynard Keynes
Jahn Maynard Keynes

Non abbiamo letto tutto il documento di 185 pagine della Grosse Koalition. Sembra, così racconta Wolfgang Munchau sul «Financial Times», che la parola più usata sia “competitività”, citata ben quarantadue volte. Non solo i tedeschi vorrebbero essere più competitivi di quanto non siano oggi (anche se, a giudicare dalla bilancia dei pagamenti, la Germania è oggi il più competitivo paese al mondo), ma vorrebbero che anche tutti gli altri paesi europei fossero più competitivi, e che anche l’Africa, l’Asia e l’America lo fossero. Ma se aumentiamo tutti la nostra competitività, non tutti potremo avere un surplus come quello tedesco, alla fine chi ci guadagna?

Nessun accenno invece ai debiti pubblici all’interno dell’Eurozona e ai costi che essi comportano per quasi tutti i paesi europei che non sono la Germania. Secondo l’OCSE (la famosa OCSA che urlava domenica Grillo), il debito pubblico della Grecia si stabilizzerà al 160% del PIL nel 2020, e non all’obiettivo del 124% previsto dalla Troika. Secondo Munchau, questo significa che, stando così le cose, la Grecia dovrà fare default o uscire dall’euro.Ma mentre la Germania, la più bella del reame mondiale, pensa a come diventare ancora più bella, la BCE dovrebbe cominciare a preoccuparsi di come combattere la deflazione e rilanciare la domanda in paesi anatroccoli come l’Italia, dove l’aumento della domanda e il rilancio dell’economia, che è scesa del 9% per quanto riguarda il PIL e del 30% per quanto riguarda la produzione industriale, sono temi cruciali. Se non si fa qualcosa, una depressione economica di questo tipo rischia di far saltare l’intera Eurozona. Cosa può essere ancora fatto con politiche monetarie tradizionali? Possiamo tagliare il tasso di riferimento dallo 0,25% a zero e rendere il tasso sui depositi negativi, ma questo avrà un impatto marginale sul rilancio della domanda e dei consumi. A questo punto la BCE deve prendere sul serio la sua posizione di unica istituzione genuinamente federale in Europa e portare avanti politiche monetarie più creative e immaginifiche, che ridiano slancio alla domanda in paesi come l’Italia, la Grecia, la Spagna ecc.

La domanda che Draghi e tutta la BCE si dovrebbe porre è la seguente: cosa può fare la politica monetaria per rilanciare la domanda sia di consumi che di investimenti? Il pensiero dominante prima della crisi era che la politica monetaria dovesse operare soprattutto attraverso il mutamento del tasso di interesse e che la politica fiscale, cioè il rilancio della domanda attraverso il deficit di bilancio, non dovesse avere quasi più nessun ruolo. Ora constatiamo che gli strumenti in uso sono più variegati. I tassi di interesse sono quasi tutti vicini allo zero, ormai persino in Europa. Il quantitative easing è stato e continua a essere usato non solo negli USA, ma anche in Giappone e nel Regno Unito. Inoltre, per la prima volta in decenni, si è ricominciato a discutere di un argomento che sembrava scomparso dai manuali di Politica Economica, e cioè la monetizzazione del debito. Quest’ultimo strumento, chiamato in inglese Overt Money Financing (OMF), da non confondere con l’OMT, l’Outright Monetary Transactions, è stato riammesso tra quelli praticabili. A febbraio ne ha parlato diffusamente in una conferenza persino Adair Turner, barone di Ecchinswell, chairman dal 2001 al 2013della ex Financial Services Authority, l’autorità che avrebbe dovuto controllare le attività delle società finanziarie nel Regno Unito.

Nelle circostanze in cui ci troviamo, con un’inflazione in Italia scesa sotto l’1%, ai minimi storici, appare evidente che persino situazioni estreme come la monetizzazione permanente di parte del debito non debbono essere escluse, ove fosse necessario. Meglio parlarne ora, con calma e senza pregiudizi. Diciamo che il fatto che se ne possa parlare è già di per sé un fatto straordinario. Significa rompere uno dei tabù più celebri dell’economia, perché non appena si accenna alla monetizzazione del debito viene subito in mente il diavolo in persona, l’iperinflazione, o quella di Weimar oppure quella dello Zimbabwe. Figuriamoci poi parlare di questo ai tedeschi. Per loro persino il pensarlo è un peccato mortale. Secondo Jens Weidmann, che cita spesso a sproposito il Faust II di Goethe, monetizzare il debito sarebbe opera diretta del diavolo. Eppure se Weidmann andasse a rileggere – o leggere per la prima volta – i testi dei più importanti economisti del secolo scorso (ricordiamoci che nessun economista tedesco è degno di nota nel Novecento), anche di scuole diverse, come John Maynard Keynes o Milton Friedman, scoprirebbe che persino due economisti con visioni così diverse concordano su un punto: di fronte a un pericolo di deflazione non c’è altro da fare che stampare moneta. Friedman avrebbe preferito elicotteri che girano sopra New York, Chicago, Los Angeles e San Francisco buttando giù quintali di dollari, Keynes suggeriva di riempire bottiglie vuote di sterline, nasconderle in vecchie miniere abbandonate e far lavorare presunti minatori per riportarle alla luce.

Su quale politica monetaria seguire in caso di deflazione la migliore ricetta sinora l’ha fornita il presidente della FED Ben Bernanke, in un discorso fatto davanti alla Japan Society of Monetary Economics a Tokio il 31 maggio 2003. La ricetta sta dando i suoi frutti in Giappone, ora che il nuovo premier Shinzo Abe, dieci anni dopo il discorso di Bernanke, la sta applicando. E visto che la situazione in Europa non è molto diversa dal Giappone, essa dovrebbe essere valida anche per l’Europa.

Cerchiamo di riassumere i punti fondamentali del ragionamento di Bernanke.

La prima cosa da fare per rilanciare i consumi è ridurre in modo drastico la tassazione sulle famiglie e le imprese, cioè ridurre l’ormai celebre cuneo fiscale, ma non come stanno ora proponendo Letta e Saccomanni, ma appunto in modo drastico. Secondo il pensiero di Bernanke, questo dovrebbe essere fatto con acquisto di bond del debito pubblico a zero interesse da parte della BCE mano a mano che il debito viene a scadenza. Tanto per capirci, per rilanciare la domanda riducendo il cuneo fiscale bisogna far leva sulla diminuzione dei 90 miliardi di interesse che lo Stato italiano paga ogni anno. Alla scadenza la Banca Centrale potrebbe acquistare nuovo debito, e cioè fare un roll-over del debito. Oppure potrebbe tenersi in eterno anche i bond scaduti.

Secondo punto. Dovrebbe essere reso chiaro che una parte consistente o tutto l’aumento della base monetaria dovrebbe essere visto come permanente.

Terzo, è importante che il punto precedente sia reso chiaro sia alle famiglie che alle imprese, di modo che esse spendano la riduzione fiscale poiché «non c’è nessun aumento del servizio del debito che deve essere ripagato con tasse future». Bernanke argomenta che questa politica di monetizzazione porterebbe a un’inevitabile riduzione del rapporto debito pubblico/PIL, poiché il debito rimarrebbe invariato mentre il PIL nominale dovrebbe crescere rapidamente con l’aumento della domanda.

Bernanke ci tiene a sottolineare che oltre che per il cuneo fiscale, la monetizzazione potrebbe anche essere usata per supportare programmi di spesa per investimenti e per facilitare ristrutturazioni industriali.

La monetizzazione, se l’obiettivo è quello di aumentare la domanda, è il più efficace di tutti gli  strumenti di politica economica poiché va subito a incidere sul flusso dei redditi. Come dice Friedman: «La ragione data per finanziare un deficit con il debito piuttosto che con l’aumento delle tasse in un periodo di alta disoccupazione è che è meno deflazionistico usare il debito piuttosto che aumentare le tasse. Questo è vero. Ma è ancora meno deflazionistico emettere moneta». Non sarebbe la prima volta che un debito dello Stato viene monetizzato. È quello che di fatto è successo ai debiti accumulati dal Tesoro americano tra il 1940 e il 1951. Il credito che la FED aveva nei confronti del Tesoro fu in gran parte monetizzato, anche se formalmente i bond a interesse erano stati comprati dalla FED in modo simile al nostro contemporaneo quantitative easing. E la più colossale campagna di monetizzazione è stata fatta a favore della Germania nel 1948. A quel tempo, il debito pubblico della Germania era del 675% del PIL. Gli USA decisero di cancellare tutto il debito accumulato dalla Germania durante il periodo nazista. Secondo Federico Rampini, «fu la più colossale “amnistia del debito” che si ricordi nella storia». Ma evidentemente, vedendo i loro comportamenti, il ricordo è svanito dalla testa dei tedeschi.

Quando persone come Friedman, Keynes e Bernanke, che hanno tutti ben chiaro che il controllo dell’inflazione deve rimanere uno degli obiettivi principali di qualunque politica economica, si trovano d’accordo che in alcuni casi, come quello in cui un’economia è in profonda deflazione, la monetizzazione non è da escludere, perché dovremmo escluderla noi? Solo perché alcuni economisti della Bundesbank sono contrari? Ma non sono questi gli stessi che hanno suggerito la peggiore politica (l’austerità) che avrebbe potuto essere sostenuta in un momento come quello vissuto dopo la crisi, e che in Italia abbiamo avuto la sfortuna di prendere più sul serio di altri paesi?

Comunque, alla fine dei conti, sembra che la monetizzazione possa essere il mezzo più efficace per stimolare la domanda nominale. Questo è certamente vero soprattutto se l’economia è caduta in quella che si chiama liquidity trap, che è quasi sempre il caso quando si passa, dopo aver raggiunto livelli di debito privati eccessivi, a un deleveraging, come sembra essere il caso oggi.

È vero che Keynes disse anche: «Non c’è maniera più sottile e sicura per abbattere la base della società che svilire la moneta. Le forze nascoste delle leggi economiche vengono arruolate in un processo distruttivo». Oggi però le banche centrali hanno un obiettivo d’inflazione di circa il 2% e fanno fatica a raggiungerlo. Quando il tasso d’inflazione è sotto il 2% – come avviene in Italia, in Europa, in USA e in Giappone –, le banche centrali hanno non solo il diritto ma il dovere di intervenire per riportare la dinamica dei prezzi al consumo sulla retta via. Anzi, oggi sarebbe giusto porre un obiettivo d’inflazione più alto di quello che si sono dati gli Stati Uniti, il Giappone e l’Europa. Un 4% sarebbe più giusto. Persino Olivier Blanchard, il capo economista del Fondo Monetario Internazionale, ha sostenuto di recente una tesi simile.

Come abbiamo già detto varie volte, il cieco rigorismo della Bundesbank e della Merkel ci ha portato in una situazione mai vista prima in Europa, deflazione e crescita reale negativa, altissima disoccupazione. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti. I paesi dell’Europa, ad eccezione della Germania, sono quelli che sono andati peggio dopo il 2008. Ora quello che serve è un aumento rapido della domanda nominale aggregata nei paesi che ne hanno assoluto bisogno. Ma è possibile oggi una politica di monetizzazione nell’Eurozona, considerando le caratteristiche dell’area nella quale i debiti non sono a livello federale ma dei singoli Stati? Certo Mario Draghi e la BCE dovrebbe cominciare ad agire (e questo sì che sarebbe unconventional), e poi vedere come la classe politica tedesca e la sua Corte Costituzionale reagiscono. È chiaro che le azioni di Draghi non sarebbero viste bene all’interno dell’attuale consenso politico tedesco (e anche di quello legale dove, rispetto ai trattati, dovrebbero essere fatte delle forzature).

Infine, bisogna dare una risposta alla paranoia tedesca sull’inflazione. Da un punto di vista tecnico, non c’è nessuna ragione per ritenere che lo strumento della monetizzazione possa essere uno strumento più inflazionario di altri e che possa portare all’iperinflazione. Se c’è capacità produttiva inutilizzata e disoccupazione in abbondanza, l’effetto della monetizzazione dovrebbe essere quello di portare a un aumento rapido del PIL nominale, come è avvenuto nei primi mesi di quest’anno in Giappone. Naturalmente molto dipende dalle dimensioni dell’operazione. Se uno butta un miliardo di euro da un elicottero, l’effetto sulla crescita del PIL sarebbe quasi insignificante. Se uno getta 100 miliardi solo sull’economia italiana, diciamo per ridurre il cuneo fiscale 50-50 per le imprese e i lavoratori, si tratta di un’altra cosa. E comunque, se l’inflazione dovesse andare fuori controllo, la BCE avrebbe tutti gli strumenti per controllarla. Se in uno Stato l’inflazione dovesse salire al di sopra di un livello concordato, la BCE dovrebbe avere il potere di chiedere il rimborso di una parte del debito, prosciugando così la liquidità in eccesso. La politica monetaria guiderebbe quella fiscale.

 Elido Fazi