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di Alfonso Bianchi
Pistelli: “Cooperazione è investimento in pace, sicurezza e stabilità” (INTERVISTA)

Pistelli: “Cooperazione è investimento in pace, sicurezza e stabilità” (INTERVISTA)

Intervista al vice ministro agli Affari Esteri che ieri ha presentato al Parlamento europeo le priorità del semestre italiano di presidenza sul tema. “Il numero delle crisi e soprattutto la loro intensità è in aumento. Non le risolveremo girandoci dall'altra parte”

La cooperazione allo sviluppo è un “investimento preventivo in pace, sicurezza e stabilità”. Ne è convinto il viceministro degli Affari Esteri, Lapo Pistelli, che ieri ha presentato il programma della presidenza italiana sul tema alla Commissione Sviluppo del Parlamento europeo. Nel suo intervento davanti agli eurodeputati ha messo al primo punto delle priorità l’advocacy, la necessità cioè di tenere alta l’attenzione dei donatori anche sui conflitti e le emergenze dimenticate.

“Quando si accende un riflettore su una crisi se ne spegne uno su un’altra”, ha detto in Aula. Come si può fare in modo che invece questi riflettori restino accesi?
“È necessaria un’azione di tipo politico perché non c’è uno strumento operativo per raggiungere questo obiettivo. È un tema di sensibilità. Negli anni passati in Italia si tagliava il budget sulla cooperazione allo sviluppo dicendo che era una spesa improduttiva. Eppure in altri Paesi che come noi erano colpiti dalla crisi il budget per la cooperazione veniva aumentato, perché si capiva che investire in cooperazione non era una spesa improduttiva ma un investimento in pace, sicurezza preventiva e stabilità”.

L’Ue che cosa può fare per aumentare questa consapevolezza?
“Il numero delle crisi e soprattutto la loro intensità è in aumento. Sono tutte crisi sempre più vicine all’Europa e per questo dobbiamo capire che non risolveremo nessuna di queste crisi girandoci dall’altra parte. Se invece noi siamo capaci come Europa, essendo il primo donatore globale, di rendere efficace l’aiuto umanitario prima ancora che la cooperazione allo sviluppo, quindi intervenendo in sede di emergenza, riusciremo anche a drenare preventivamente un pezzo di quel bisogno di fuga che poi spinge le persone a muoversi dalle aree di crisi a verso il nostro continente, generando un problema che viene poi semplicisticamente liquidato come problema migratorio”

L’Italia però, come lei stesso ha riconosciuto nel suo discorso in Aula, non sta facendo la propria parte e come donatore non ha mantenuto gli impegni presi
“È vero ma ora stiamo andando sulla strada giusta. Sono già due anni di fila che il budget per la cooperazione aumenta sia nello stanziamento ordinario della finanziaria sia nel decreto missioni. E aumenta perché abbiamo cercato di mettere sotto le politiche di cooperazione una narrativa più forte. Si tratta di generare un meccanismo virtuoso, quando il ceto politico capisce che si tratta di un investimento politicamente remunerativo per il Paese che lo sostiene è più facile trovare le risorse in legge di Stabilità. Nessuno aiuta un Paese con l’obiettivo di tenerlo permanentemente in condizione di bisogno, lo aiuta sperando che domani quello sia un attore che si affranca e comincia a correre per conto sui, mantenendo un legame politico e di partnership con chi gli ha dato una mano. Anche questo è investimento di lungo periodo”

Oltre ad aumentare le donazioni che altro fa o può fare il nostro Paese?
“La settimana prossimo dovrebbe andare in porto la riforma della cooperazione, una riforma che attendevamo da almeno 15 anni. Abbiamo poi messo in piedi per la prima volta una banca dati online, Open Aid, sui progetti di cooperazione fatti negli ultimi 10 anni e abbiamo fatto bandi online per le Ong sul modello europeo”

Lei ha parlato anche di coinvolgere i privati, ma i privati di solito vanno lì dove hanno un profitto
“I privati sanno che nel momento in cui uno Stato cessa di essere un’area di emergenza e diventa un Paese che da sdraiato si rimette prima in ginocchio e poi in piedi, aumentano anche le opportunità di investimento. E questo è un primo elemento. Bisogna poi tenere conto che la sensibilità dell’opinione pubblica è cambiata e un privato che sia disponibile a investire in aree di bisogno modifica il suo profilo davanti al proprio consumatore. Non è un caso che le principali aziende abbiano ormai nei propri bilanci voci dedicate a progetti di sviluppo nel sud del mondo”

Bisogna creare quindi partnership tra pubblico e privato
“Certo. Chi fa politica ha il dovere di favorire ogni occasione in cui i soggetti altri trovino ragione di interessa nello stare a bordo di questa impresa. Basti pensare che l’agenda che l’anno prossimo verrà concordata a livello planetario è di enorme ambizione: si parla dello sradicamento della povertà in 15 anni. Se anche tutti i Paesi, tutti, fossero capaci di adempiere all’impegno di investire lo 0,7% del proprio Pil nello sviluppo, la quantità di risorse generate sarebbe assolutamente insufficiente per raggiungere quell’agenda. È necessario quindi che il mondo pubblico sia capace di prendere a bordo altri soggetti”.

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