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Europarlamento: Ue sia in Africa orientale per garantire lo sfruttamento sostenibile delle risorse

Europarlamento: Ue sia in Africa orientale per garantire lo sfruttamento sostenibile delle risorse

Petrolio e gas. La crescita e lo sviluppo dell’Africa orientale passano per queste risorse naturali, e le strategie energetiche dell’Unione europea ne seguiranno inevitabilmente la rotta.

Tra risorse accertate e disponibilità ancora da verificare tutto o quasi lascia pensare che lo sviluppo di questa parte del continente sarà all’insegna dei combustibili fossili. L’Unione europea, partner privilegiato dei paesi Africani dell’est, dovrà quindi giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo attraverso un’opera di convincimento che sappia produrre un uso responsabile e sostenibile delle forme tradizionali d’energia, a elevato impatto climatico e ad alta concentrazione di emissioni. E’ la conclusione a cui giunge un’analisi approfondita del Direttorato generale per le politiche esterne del Parlamento europeo. Le ultime scoperte di riserve “significative” di greggio in Kenya e Uganda e di gas naturale in Mozambico e Tanzania sono solo le ultime per quanto riguarda il sottosuolo africano. “Il panorama energetico globale è in rapido mutamento, e le riserve dell’Africa orientale indurranno le compagnie internazionali a una concorrenza” sempre maggiore per aggiudicarsi diritti di estrazione, sottolinea il rapporto. In questo contesto “l’Unione europea, in qualità di maggior partner commerciale e maggior donatore, dovrà usare la propria posizione per assicurare che l’attività delle compagnie estrattive sia trasparenze e aiutare i paesi a rafforzare le loro istituzioni” completando il percorso di maturazione democratica della regione.

Le cifre suggeriscono giri d’affari da capogiro: l’Etiopia ha giacimenti di greggio stimati per 430mila barili all’anno, il Kenya ha riserve stimate tra 600 milioni e un miliardo di barili nella sola regione del bacino di Turkana e si ritiene altri giacimenti siano presenti sulla terra ferma (on-shore) e in mare (off-shore). Qui l’estrazione a fini commerciali è ritenuta possibile a partire dal 2016, ed è prevista la realizzazione di un oleodotto per il trasporto. Sudan e Sudan del Sud insieme hanno risorse petrolifere per l’equivalente di cinque miliardi di barili (1,5 barili per il nord e 3,5 per il Sudan del Sud), mentre in Uganda sono accertate riserve di petrolio per 3,5 miliardi di barili, e l’estrazione per la vendita è attesa per il 2018. Ci sono poi riserve sconosciute e potenziali in Tanzania, sotto il bacino del Kilombero. Ovunque le trivelle sono in agguato. Ci sono già l’interesse della francese Total, della compagnia China National Offshore Oil Corporation (Ncooc), delle statunitensi Exxon e Chevron, e anche i brasiliani di Petrobras sembrano intenzionati ad allargare le proprie attività in questa parte d’Africa.
L’analisi del Direttorato generale per le politiche esterne del Parlamento europeo non nasconde che sebbene l’Ue sia oggi il maggior partner commerciale e per lo sviluppo (2,1 miliardi di Euro concessi per i programmi di cooperazione con Kenya, Mozambico, Tanzania e Uganga tra il 2008 e il 2013), “il suo ruolo nella regione è più debole” che in passato. L’Europa dovrà dunque vincere le mire cinesi, statunitensi e brasiliane. Aiutare questi paesi a creare un quadro regolatorio nel settore energetico, mettere in piedi istituzioni affidabili e non corrotte, definire un sistema di estrazione sostenibile è il compito che l’Europa deve svolgere se vuole garantirsi una presenza importante nel continente. Anche perché, con la crisi ucraina e i mutati rapporti con la Russia, l’Africa orientale acquista una valenza strategica per via delle riserve di gas naturale. Il Mozambico ha riserve imprecisate tra 4,7 e 6,7 trilioni di metri cubi, l’Etiopia dispone di giacimenti da 267 miliardi di metri cubi, il Sudan del Sud ne ha per circa 90 miliardi di metri cubi, la Tanzania per 129 miliardi. Doti interessanti, in prospettiva. Per ora nessuno di questi paesi è pronto per produzione e vendita del gas, ma per il 2020 Tanzania e Mozambico (qui è presente Eni) potrebbero iniziare a immettere sul mercato. L’UNione europea, in conclusione, “dovrebbe rimanere particolarmente impegnato con i parlamenti nazionali di questi paesi per promuovere le migliori pratiche” di gestione delle risorse.