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Più donne nei Cda, scontro tra gli Stati su direttiva. Poletti:

Più donne nei Cda, scontro tra gli Stati su direttiva. Poletti: "Mancano condizioni per accordo"

Non c’è ancora accordo tra gli Stati membri sulla direttiva per aumentare il numero di donne nei Cda delle aziende quotate in borsa e portarlo al 40%. Nel Consiglio Affari sociali di ieri “abbiamo dovuto accantonare l’idea di un accordo sulla direttiva”, perché “non ne sussistevano le condizioni”, ha spiegato il ministro del Lavoro italiano e presidente di turno, Giuliano Poletti, nella conferenza stampa finale. “Affidiamo questo dossier così importante anche dal punto di vista simbolico alla prossima presidenza lettone con grande fiducia visto che il lavoro è avanzato”, e viste anche “le aperture registrate su alcuni interventi che ci sono stati oggi”.

La direttiva proposta più di un anno fa dalla ex commissaria Viviane Reding, così come approvata dal Parlamento europeo, si ripropone di portare entro il 2020 all’obiettivo del 40% di donne nei consigli d’amministrazione delle società quotate in borsa. Per farlo si vorrebbero imporre procedure di selezione trasparenti, basate su “qualifiche e merito” e che diano la priorità, in caso di titoli equivalenti, al candidato del sesso sottorappresentato. Le regole non si applicheranno alle imprese con meno di 250 dipendenti.

Ma pur essendo quest’ultimo un compromesso al ribasso rispetto all’idea iniziale che era di vere e proprie quote rosa obbligatorie, ci sono molti Stati che ancora si oppongono. Secondo la commissaria agli Affari sociali, Marianne Thyssen, aumentare il numero di donne nei cda è una “priorità chiave nel settore delle pari opportunità”, e la direttiva lanciata da Reding è uno “strumento molto importante, più necessario che mai”, visto che “abbiamo solo un 16% di donne nei Cda delle imprese quotate in borsa”, mentre “più di 50% delle laureate sono donne”. “Il loro talento”, ha aggiunto la commissaria, “non deve essere sprecato”.

Per Thyssen questa direttiva “cerca di fare passi avanti con un approccio intelligente e flessibile”, che “invece di imporre un obiettivo specifico da raggiungere obbliga gli Stati membri a prevedere tutta una procedura che porta a un equilibrio di genere migliore e garantisce che le qualifiche, la competenze e le prestazioni professionali svolgano un ruolo importante durante la selezione”. “In Belgio”, ha concluso, “abbiamo fatto qualcosa del genere e ha portato frutti. Ora contiamo sulla presidenza lettone per portare a termine il compito”.

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