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Gli appuntamenti più importanti del 2015. Per l’Europa (e non solo)

Gli appuntamenti più importanti del 2015. Per l’Europa (e non solo)

Il 2015 sarà indubbiamente un anno determinante per il futuro dell’Europa e dell’Unione (e non solo). Molti appuntamenti cruciali si profilano all’orizzonte nei prossimi dodici mesi, ognuno decisivo a modo suo: elezioni, scadenze, conferenze internazionali, ecc. Ecco una breve carrellata dei più importanti:

Elezioni generali in Grecia (25 gennaio)
Ancora una volta, a pochi anni di distanza dalla tempesta finanziaria del 2012, la partita sul futuro dell’Unione europea e dell’eurozona si gioca in Grecia. A tenere l’Europa e il mondo intero col fiato sospeso sono le elezioni anticipate che si terranno a fine gennaio. Che vinca il leader del partito della sinistra radicale Syriza, Alexis Tsipras – il più favorito, secondo i sondaggi – o il suo sfidante, l’attuale premier popolare Antonis Samaras, è chiaro che lo scenario europeo ne uscirà inevitabilmente trasformato. Nel primo caso, potrebbe – ce lo auguriamo – aprirsi una fase nuova per l’Ue, in cui i guardiani dell’austerità (a partire dalla Germania) saranno finalmente costretti a fare i conti con i devastanti effetti sociali ed economici delle loro politiche, e ad accettare un cambio di rotta (ed eventualmente una riforma dell’architettura stessa dell’Ue), a partire dal superamento dell’austerity e dalla ristrutturazione del debito pubblico di tutta l’eurozona, e non solo della Grecia; nel secondo caso, in nome di una “stabilità” di breve di termine assisteremo probabilmente alla prosecuzione delle politiche attuali, in Grecia e altrove, e dunque all’acuirsi di quelle condizioni di fondo (deflazione, disoccupazione di massa, ecc.) che rischiano di rendere insostenibile la tenuta dell’unione monetaria nel medio termine, e di alimentare ancora di più la fiamma dell’euroscetticismo, e di tutti coloro che sostengono che le istituzioni dell’Ue e dell’eurozona non sono riformabili dal loro interno.

Elezioni generali nel Regno Unito (7 maggio)
La pubblica opinione inglese può essere oggi divisa in tre grandi blocchi: gli eurofili (pochi oggi), che vorrebbero partecipare più attivamente al dibattito sul futuro dell’Europa e che vorrebbero che il Regno Unito entrasse a pieno titolo a far parte della prossima Unione, svolgendovi al suo interno un ruolo prezioso, adeguato al prestigio del Regno; gli eurofobici (tanti), che vorrebbero uscire dall’Unione; e gli euroscettici, che vorrebbero un’Ue più light (tanti). Gli eurofobici hanno un leader, Nigel Farage, molto preoccupato che qualche rumeno possa andare ad abitare nei dintorni della casa dove abita, e attualmente sulla cresta dell’onda dopo il successo del suo partito, l’Ukip, alle ultime elezioni. Anche gli euroscettici hanno un leader ed è l’attuale premier David Cameron, che ha promesso un referendum sulla membership dell’Ue se dovesse vincere le elezioni il prossimo maggio. Chi un leader ancora non ce l’ha sono gli eurofili. Il Partito Liberale, pro-Europa, è troppo debole, e il leader laburista non sembra avere molto carisma su questo tema, o forse per paura non vuole cavalcare il tema dell’Europa in modo convincente. Se spuntasse fuori un leader anche tra gli eurofili, ci sarebbero decine di argomenti convincenti che potrebbero essere cavalcati per sostenere che restare in Europa è nell’interesse dei cittadini britannici. D’altra parte, quali sarebbero le alternative per il Regno Unito fuori dall’Unione europea? Entrare a far parte dell’Associazione europea di libero scambio (Efta, dall’inglese European Free Trade Association), assieme alla Norvegia, all’Islanda e al Liechtenstein? Sarebbero costretti in ogni caso a seguire le direttive europee, senza avere rappresentanti nel Parlamento europeo, che diventerà in futuro sempre più influente. Speriamo che il presidente statunitense, che Cameron incontrerà presto alla Casa Bianca, possa essere efficace nel ricordargli che difficilmente il Regno Unito potrà rimanere il partner preferito degli Stati Uniti nelle relazioni transatlantiche se esce dall’Ue. E anche per molti europei, italiani per primi, un’Unione europea senza gli inglesi avrebbe poco sapore. Matteo Renzi dovrebbe ricordare a Cameron che anche lui, europeista doc, non ama molto i tecnoburocrati di Bruxelles, e che è anche il sogno di molti italiani quello di una Europa più unita ma allo stesso tempo più light di quella attuale. Su questo tema, l’Italia e il Regno Unito potrebbero essere stretti alleati.

Elezioni generali in Spagna (20 dicembre)
L’esito delle elezioni spagnole di fine anno dipenderà molto da quello che accadrà in Grecia nei prossimi dodici mesi. Il destino dell’astro nascente della politica spagnola, il nuovo partito di sinistra Podemos, nato dalle ceneri del movimento degli indignados, è infatti legato a doppio filo a quello dei loro “cugini” greci di Syriza (tanto che su Twitter c’è già chi ha inaugurato l’hashtag #tsiglesias, dalla fusione tra Tsipras e Pablo Iglesias, leader di Podemos). È evidente che se Syriza riesce a vincere le elezioni in Grecia e a dimostrare con la propria azione di governo e di pressione sugli altri leader dell’Ue che un’alternativa all’austerità è possibile, Podemos – che un recente sondaggio spagnolo poneva addirittura al primo posto tra le preferenze degli elettori – ne uscirebbe inevitabilmente rafforzato. E una sua vittoria elettorale – che salderebbe un’alleanza progressista Grecia-Spagna nella direzione di una riforma radicale delle istituzioni europee – rappresenterebbe una possibilità sempre più concreta. Detto questo, nell’Europa di oggi, è difficile fare pronostici: da qui a dicembre può succedere veramente di tutto (nel bene e nel male).

21esima conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, Cop21 (30 novembre-11 dicembre, Parigi)
Secondo gli esperti, la conferenza sul clima che si terrà a Parigi a fine novembre-inizio dicembre sarà l’ultima chance per trovare un accordo su una serie di impegni vincolanti – soprattutto sul fronte della riduzione delle emissioni – per evitare la soglia di aumento del riscaldamento globale oltre i 2 gradi centigradi, soglia limite stabilita dall’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) per evitare quegli scenari apocalittici che si verificherebbe se solo la temperatura si innalzasse di 3.7-4.8 gradi centigradi (rispetto ai valori preindustriali) entro fine secolo. All’ultima conferenza (Cop20), tenutasi a Lima il 13 dicembre, qualche passo avanti è stato fatto: gli stati ora hanno fino al 31 marzo per presentare una serie di piani di azione nazionali per ridurre significativamente le emissioni globali di combustibili fossili entro il 2020, e del tutto entro il 2050. Ma è ormai chiaro a tutti che senza la sottoscrizione di un accordo legalmente vincolante con obiettivi obbligatori centrare l’obiettivo sarà impossibile: finora le “riduzioni volontarie” hanno infatti prodotto, al contrario, un aumento delle emissioni di gas serra al ritmo di circa il 2% l’anno. La partita, a Parigi, si giocherà tutta su questo punto. Il presidente francese François Hollande da parte sua ha fissato le condizioni per una conferenza di successo: obiettivi obbligatori; 100 miliardi di euro di finanziamenti per il Green Fund per i paesi emergenti; e la creazione di nuovi contributi. Purtroppo finora l’Europa non si è contraddistinta per il suo impegno nella lotta al cambiamento climatico. Come ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza di Legambiente, all’ultima conferenza di Lima “l’Europa – sostenuta dalla presidenza italiana – si è purtroppo distinta per la sua opposizione all’adozione di una dettagliata road map finanziaria al 2020”. Anche per questo l’esito della conferenza di Parigi dipenderà molto anche dalla pressione che i movimenti ambientalisti e della società civile, da qui a dicembre, saranno capaci di esercitare nei confronti dei governi nazionali e di Bruxelles.

Conferenza di riesame del Trattato di non proliferazione (data da stabilire)
Il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) è un trattato internazionale sulle armi nucleari che si basa su tre principi: disarmonon proliferazione e uso pacifico del nucleare. Il trattato, composto di 11 articoli, proibisce agli stati firmatari “non nucleari” di procurarsi tali armamenti e agli stati “nucleari” di fornir loro tecnologie nucleari belliche. Inoltre il trasferimento di tecnologie nucleari per scopi pacifici (ad esempio per la produzione elettrica) deve avvenire sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Il trattato fu sottoscritto da Usa, Regno Unito e Unione Sovietica il 1° luglio ed entrò in vigore il 5 marzo 1970. Francia e Cina (che possiedono armi nucleari) vi aderirono nel 1992, mentre la Corea del Nord lo sottoscrisse nel 1985 ma, sospettata di costruire ordigni atomici e rifiutando le ispezioni, si ritirò definitivamente dal trattato nel 2001. Il Sudafrica, inizialmente non membro del Tnp, ha costruito sei testate nucleari che ha successivamente dichiarato di aver smantellato, aderendo poi al trattato nel 1991 come stato non nucleare. Attualmente sono 189 gli stati firmatari. Tra gli stati che oggi posseggono armi nucleari, quattro non hanno sottoscritto il Trattato: India, Israele, Pakistan e – da quando è fuoriuscita – la Corea del Nord. Ogni cinque anni gli stati firmatari presiedono una Conferenza di riesame (RevCon in inglese) per valutare l’implementazione del Trattato. Alla conferenza del 2000 tutti gli stati firmatari – inclusi i cinque stati nucleari ufficiali – si sono impegnati per la prima volta a un sistematico e progressivo disarmo. Ma da allora i governi non sono riusciti a giungere a un accordo giuridicamente vincolante sugli obiettivi di disarmo. E molti dubitano che tale accordo verrà trovato alla Conferenza di riesame di quest’anno. Una cosa è certa: il Trattato non ha impedito (e non impedirà) ad altri stati di dotarsi di armi atomiche, e la strada per liberare il mondo dalle armi nucleari appare ancora lunga. Che sia il caso di cominciare a pensare a strumenti nuovi?

Entra in vigore l’Unione economica eurasiatica
L’Unione economica eurasiatica (Uee) è un’unione economica tra Russia, Bielorussia e Kazakistan – ispirata ai principi dell’integrazione economica tra i paesi dell’Unione europea – entrata in vigore alla fine del 2014. Si tratta di un’evoluzione della Comunità economica euroasiatica, nata nel 2000 con l’obiettivo di realizzare uno Spazio economico comune tra quei paesi ex sovietici che oggi sono riuniti nella Comunità degli stati indipendenti (Csi). L’obiettivo della Russia è, col tempo, quello di estendere l’Unione anche ad altri paesi dell’ex Unione Sovietica come l’Armenia, il Kirghizistan e il Tagikistan. Ma non solo: il politologo russo Dmitrij Orlov ha dichiarato che oltre agli stati ex sovietici l’Unione eurasiatica potrebbe estendersi anche ad altri paesi che sono stati storicamente o culturalmente legati alla Russia, come la Finlandia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Bulgaria, la Cina e la Mongolia. Vladimir Putin ci ha tenuto però a sottolineare che la Csi o la neonata Unione non devono essere interpretate in opposizione all’Ue, ma come la formazione di un polo economico complementare ad essa. E anzi ha auspicato che un giorno la Comunità possa riunione tutti i paesi europei sotto la bandiera di una “comunità armoniosa di economie da Lisbona a Vladivostok”. E secondo quando riportato dalla Deutsche Wirtschafts Nachrichten Putin avrebbe recentemente ribadito il concetto, lanciando una proposta “sorprendente” all’Europa, vale a dire rinunciare all’area di libero mercato con gli Usa – che lederebbe gli scambi commerciali con la Russia, già duramente colpiti dalle sanzioni (piuttosto autolesioniste) decise dall’Ue e dagli Usa – e unirsi all’Unione economica eurasiatica. Dall’articolo si legge: “La Russia ha presentato una proposta sorprendente per superare le tensioni con l’Unione europea: l’Ue dovrebbe rinunciare all’accordo di area di libero scambio con gli Stati Uniti, il Ttip, ed entrare come partner nella nuova Unione economica euroasiatica, un’area di libero scambio con i vicini che avrebbe sicuramente più senso che un accordo con gli Usa”. Ad oggi – viste le tensioni crescenti tra Ue e Russia, soprattutto a causa dell’affaire ucraino – la proposta appare come poco più di una boutade, una provocazione. Ma siamo sicuri che sia un’idea così peregrina?

Eppur si muove: la governance globale delle migrazioni
Oneuro

Eppur si muove: la governance globale delle migrazioni

[di Andrea Cofelice] Negli ultimi anni l’aumento della complessità e dell’ordine di grandezza degli spostamenti di popolazione ha imposto interrogativi sull’adeguatezza degli strumenti nazionali e internazionali preposti a gestire le sfide legate a un fenomeno che, ormai da tempo, ha assunto caratteri strutturali.
A pagare la crisi sono i più poveri
Oneuro

A pagare la crisi sono i più poveri

[di Enzo Valentini e Mauro Gallegati] In Italia, nel 2008, il 10% più ricco della popolazione si accaparrava il 14.8% del reddito, un valore cresciuto fino al 15.1% nel 2015. Al contrario, la quota posseduta dal 20% più povero è passata dal 4.8% al 4.6%.