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L'Europa combatterà il terrorismo con una contro-narrativa anti jihadista

L'Europa combatterà il terrorismo con una contro-narrativa anti jihadista

L’Unione europea si attrezza per combattere il terrorismo del fondamentalismo islamico sul campo in cui si sta dimostrando più forte: quello della propaganda e del reclutamento online. Non si tratterà di una vera “contro-propaganda”, quanto piuttosto di una “contro-narrativa” comunitaria per contrastare quella estremista che riesce a fare sempre più proseliti tra i giovani stranieri. A metterla in atto sarà il cosiddetto Syria strategic communications advisory team (Sscat), una cellula di esperti di comunicazione, spiegano fonti della Commissione europea, che si occuperà di aiutare gli Stati a scambiare buone pratiche e a capire come combattere la propaganda fondamentalista che tanto utile si sta dimostrando nel reclutamento dei cosiddetti foreigh fighters, i cittadini europei che tornano in patria dopo essersi addestrati sui campi di battaglia del Medio Oriente. L’idea non è nuova ma, dopo gli attentati di Parigi, ha ricevuto nuovo slancio ed è sostenuta anche dai ministri dell’Interno dei Paesi Ue nel corso della riunione tenuta a Parigi sul terrorismo all’indomani degli attentati: così lo Sscat dovrebbe vedere presto la luce in Belgio, grazie al sostegno di fondi europei.

“In termini di contro-narrativa dobbiamo fare di più e agire meglio”, spiegano dalla Commissione europea, specificando che “non si tratta di contro propaganda, ma piuttosto di inviare il giusto messaggio, al giusto pubblico, con i giusti mezzi”. Attenzione, sottolineano da Bruxelles, “non stiamo cercando di creare una contro-narrativa contro la comunità musulmana. Anzi, l’obiettivo è proprio quella di integrarla”. Ad esempio, spiegano, un ottimo esempio di utile contro-narrativa è quello dato dalla famiglia di Ahmed Merabet, i poliziotto musulmano ucciso dagli autori della strage a Charlie Hebdo. “Mio fratello era musulmano, si è fatto uccidere dai falsi musulmani”, ha detto il fratello dell’agente, lanciando un appello “a tutti i razzisti, gli islamofobi e gli antisemiti”: “Non bisogna confondere terrorismo e i musulmani” perché “l’Islam è una religione di pace”. Questo messaggio, ma anche “la calma e la resistenza di questa famiglia sono un esempio fantastico di contro-narrativa”, spiegano dalla Commissione.

Una gran parte della lotta dell’Unione europea contro il terrore passa attraverso internet. Dopo gli attentati di Parigi, i ministri degli Interni Ue hanno anche sottolineato la necessità di creare una partnership con i maggiori provider Internet per creare un sistema per individuare e rimuovere rapidamente tutto il materiale online che punta a incitare all’odio e al terrore. Un meccanismo di questo genere, hanno sottolineato i rappresentanti dei Paesi Ue, sarebbe “essenziale”. Sempre più spesso, infatti, chi si radicalizza non ha bisogno di andare lontano: il fondamentalismo attecchisce soprattutto in prigione o, appunto, su internet.

Insomma non si è più di fronte al tipico fenomeno dei combattenti di ritorno dai campi di battaglia del Medio Oriente, evidenziano fonti della Commissione. Soltanto uno dei tre terroristi degli attentati di Parigi, ricordano infatti, si era addestrato in Yemen, mentre gli altri non avevano mai ricevuto formazione all’estero. Quello a cui siamo di fronte è dunque in molti casi un terrorismo “domestico” ancora più difficile da individuare e dunque da combattere e contro cui sono tanto più importanti politiche preventive anti-radicalizzazione. Sbagliato anche parlare di lupi solitari visto che “si tratta visibilmente di una rete di persone che si fomentano a vicenda”. Il fenomeno dei foreign fighters, sebbene non sia più solo, rimane comunque di dimensioni tutt’altro che trascurabili. Secondo gli ultimi dati, spiegano fonti europee, in Siria e Libia ci sarebbero da 12 a 18 mila combattenti stranieri. Di questi, un numero che va da 3 mila a poco più di 5 mila sarebbero europei.