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Controstoria della crisi greca

Controstoria della crisi greca

di Andrea Zhok

I. Breve storia della crisi greca

Il recente precipitare degli eventi in Grecia ha messo in luce tanto la fragilità politica delle relazioni interne all’Unione europea quanto l’ambiguità dei patti che vincolano gli Stati membri. Sui media, italiani ma non solo, si sono succedute letture degli eventi marcatamente divergenti, spesso ideologiche, e ancor più spesso penosamente disinformate. Scopo di questo breve scritto sarà perciò, in una prima parte, di fornire un resoconto il più sobrio possibile, del quadro storico della crisi greca, rinviando ad una seconda parte un commento politico più comprensivo. Nel prosieguo, per ragioni di leggibilità non sono state introdotte note o riferimenti bibliografici, ma tutti i dati riportati sono tratti o da fonti ufficiali (Eurostat, FMI reports, ecc.) oppure, occasionalmente, da resoconti della stampa economica specializzata. Su alcuni dati vi sono piccoli scostamenti a seconda delle fonti, ma esse non toccano la sostanza. Pur sapendo che non è mai possibile separare completamente fatti ed interpretazioni, nella prima parte il mio intento sarà di limitare al massimo i commenti, lasciando innanzitutto al lettore la possibilità di acquisire un quadro sinottico della situazione.

1. Gli esordi della crisi greca

Il 20 ottobre 2009, il ministro delle finanze Gyorgos Papaconstantinou, ministro del partito socialista (Pasok) appena tornato al governo, rivela pubblicamente che il rapporto deficit/PIL per l’anno in corso, non oscillava intorno al 3%, come atteso, ma intorno al 12,5%.Un’ulteriore rendicontazione porterà il rapporto reale al 15,5%. Successive indagini riveleranno come le dichiarazioni precedenti sullo stato delle finanze da parte delle autorità greche fossero state falsificate, e come gli organismi di controllo internazionale fossero stati inerti. È peraltro legittimo supporre che le autorità greche si sentissero incoraggiate ad un po’ di finanza creativa: già nel 2004 era stato ammesso che lo stesso ingresso nell’euro era avvenuto sulla base di dati taroccati, poiché il rapporto deficit/PIL aveva sempre superato il 3% dal 1999. Nessuna conseguenza degna di nota ne era seguita, salvo un lieve aumento dei tassi di interesse greci, che non impedì l’ulteriore massiccio acquisto di titoli greci da parte delle banche internazionali.

Ma com’era stato possibile nascondere un dato macroscopico come la crescita fuori misura dei prestiti contratti sul mercato internazionale dei capitali? Niente di più semplice: come emerso nel 2010, a partire dal 2001 lo stato greco aveva pagato tra 200 e 600 milioni di dollari a Goldman Sachs e altre grandi banche di investimento affinché nascondessero tali operazioni. Con l’ingresso nell’euro (2001) gli interessi sui prestiti si erano ridotti e, nonostante il lieve aumento successivo al 2004, il governo greco di Kostas Karamanlis (Nea Demokratia) aveva deciso di approfittarne. L’effetto immediato dell’annuncio del 20 ottobre 2009 fu l’avvio di una serie ininterrotta di riduzioni del rating del debito greco da parte delle agenzie internazionali, con conseguente aumento dei tassi di interessi richiesti per rifinanziarsi.

Tutto ciò, naturalmente, si verificava nel contesto del secondo anno della crisi finanziaria mondiale da cui non siamo ancora usciti. La Grecia si ritrovò così con un debito pubblico al 129% del PIL e la sfiducia dei mercati internazionali nel bel mezzo della peggiore crisi dal 1929, crisi che aveva già cominciato a colpire settori strategici per la Grecia come il turismo. In questo contesto, numerosi osservatori internazionali dichiararono da subito che le condizioni di una ristrutturazione del debito (default, almeno parziale) erano inevitabili.

Inizialmente, nel dicembre del 2009, la Grecia si impegnò ad un piano di “consolidamento fiscale” con la Commissione europea, escludendo l’intervento del Fondo monetario internazionale. Il programma di stabilità sottoscritto aveva come obiettivo una riduzione del rapporto deficit/PIL all’8% entro fine 2010, e al 5% nel 2011, per rientrare sotto il 3% nel 2012. All’inizio del 2010 vi fu un primo intervento, con un taglio del 10% nei salari e nelle spese del settore pubblico ed un aumento delle tasse indirette, in particolare sui carburanti. Il 3 marzo 2010 ci fu un secondo intervento, con la riduzione della tredicesima, un aumento del 2% dell’aliquota alta dell’IVA (al 21%), aumenti di tasse su tabacchi, beni di lusso, alcolici, il congelamento delle pensioni. In quest’occasione, il Primo Ministro Gyorgos Papandreou, incoraggiato dai sondaggi favorevoli, parlò di una «lotta contro il tempo per tenere in vita l’economia greca» e della necessità di «prendere decisioni difficili, anche se talvolta ingiuste».

Il 23 aprile 2010 Papandreou chiese formalmente un intervento di “salvataggio internazionale”, intervento cui erano chiamati a partecipare l’Unione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale (la cosiddetta troika). Il 2 maggio venne concesso un prestito di 110 miliardi di euro su tre anni (il più grande intervento di bailout rivolto ad un singolo stato mai promosso, e destinato peraltro a crescere). Tale aiuto era condizionato all’implementazione di severe misure di austerità economica, con tagli di spesa e crescita delle tasse per un ammontare di 30 miliardi di euro. La prima rata dei prestiti doveva servire a ripagare i debiti in scadenza il 19 maggio e senza quei fondi ci sarebbe stato un default.

È utile ricordare, di passaggio, cosa si intende qui per “salvataggio”. Il termine traduce l’inglese bailout, che deriva dalla pratica marinara di svuotare l’acqua che entra in un natante in avaria. Nonostante il termine italiano “salvataggio” evochi qualcosa come il prode soccorso navale che porta in salvo i passeggeri, il bailout è propriamente un “aiuto a svuotare l’acqua” che si va accumulando, ovvero, in concreto, è un’attivazione di prestiti con tassi di interesse e scadenze favorevoli rispetto a quelli di mercato. Il fine di un bailout è di fornire liquidità ad un paese in momentanea crisi di illiquidità, mentre non è un sistema per affrontare un problema di insolvibilità.

Mentre le piazze greche erano in rivolta, con i primi morti, tra maggio e luglio 2010 venne fatto passare un nuovo pacchetto di “riforme”: l’aliquota massima dell’IVA salì al 23%, vennero semplificate le procedure per il licenziamento dei lavoratori e si mise mano ad una radicale riforma del sistema pensionistico. Il 7 luglio il parlamento approvò il passaggio del sistema pensionistico da retributivo a contributivo e l’innalzamento dell’età minima di pensionamento per donne ed uomini a 65 anni. L’implementazione completa del piano era graduata su dieci anni. Il ministro delle finanze Papaconstantinou annunciò: «In un colpo solo stiamo mettendo il sistema su di un percorso sostenibile, salvaguardando le future pensioni».

Nel dicembre 2010, su richiesta della troika, il parlamento greco approvò un taglio ulteriore del 10% dei salari pubblici superiori a 1.800 euro e l’introduzione di un tetto (4.000 euro lordi/mese) ai salari pubblici massimi. Altre misure richieste includevano l’aumento dell’aliquota minima dell’IVA dall’11% al 13%, la conferma del congelamento delle pensioni, la riduzione delle imposte sui profitti societari dal 24 al 20%, la riduzione dell’IVA relativa all’industria turistica dall’11% al 6,5%.

Nei primi mesi del 2011 al deteriorarsi dei fondamentali dell’economia greca (recessione del 9,8%, disoccupazione dall’11,9 al 17%), le agenzie di rating ridussero ulteriormente la valutazione del debito greco, fino a giungere al minimo livello considerabile. In risposta, il 29 giugno 2011 il parlamento greco approvò un nuovo pacchetto di misure di austerità, mentre in Plateia Syntagma si succedevano scontri e manifestazioni. Le misure includevano la privatizzazione dell’azienda elettrica di Stato, aumenti di tasse sul reddito tra l’1% e il 5%, l’innalzamento delle tasse su bar e ristoranti, e sui combustibili da riscaldamento, oltre ad un abbassamento della soglia di esenzione fiscale individuale da 12.000 euro a 8.000. Inoltre l’11 settembre il governo impose una nuova tassa sulla proprietà della casa, da raccogliere direttamente attraverso la bolletta elettrica (il mancato pagamento comporta il distacco dell’elettricità).

2. Il primo default e le sue ragioni

L’evidente deterioramento della situazione indusse alla fine del 2011 ad avviare colloqui con la troika per giungere ad un “haircut” (taglio del debito). Dopo faticose trattative si deliberò un taglio del 50% dei crediti dovuti agli investitori privati. Pur trattandosi a tutti gli effetti di un default, il suo carattere venne tecnicamente dissimulato, adottando la forma della “rinuncia volontaria”: i creditori figuravano rinunciare volontariamente al loro credito. Trattandosi formalmente di una rinuncia volontaria ciò impedì l’attivazione dei credit default swaps, gli strumenti finanziari che avrebbero dovuto assicurare i creditori contro un default. Questa procedura, che richiese una considerevole attività di persuasione politica, venne scelta a causa della generale fragilità del sistema finanziario internazionale, che avrebbe mal sopportato un default incontrollato, con pagamenti miliardari agli assicurati. Il carattere di “rinuncia volontaria” consentì tuttavia a parte dei creditori di sfilarsi dall’accordo: alla fine vennero coinvolti l’82,5% dei creditori privati.

È importante comprendere sia l’entità esatta che le condizioni di questo taglio del debito. Il debito greco totale ammontava, a fine 2011, a 350 miliardi di euro, dei quali 150 detenuti da istituzioni pubbliche (quelle della troika) e 200 detenuti da investitori privati. Il taglio del 50% incideva su questi ultimi e avrebbe potuto dunque ammontare a 100 miliardi (il 28% del debito totale). Non avendo partecipato tutti gli investitori privati il taglio effettivo fu in ultima istanza di circa il 24%. Un taglio comunque cospicuo, anche se lontano da haircut passati come il 75% dell’Argentina del 2002. Bisogna tuttavia notare che la maggioranza dei 200 miliardi di debito in questione erano nelle mani di investitori privati greci (80 miliardi presso le banche greche e 35 miliardi presso fondi pensione). Il taglio produsse dunque due effetti specifici sul sistema economico greco. Da un lato colpì le capitalizzazioni dei fondi pensione, toccando duramente le pensioni private dei greci. Dall’altro colpì le banche greche, già sull’orlo del fallimento, che, per tenersi a galla, richiesero urgente liquidità (tra gli 11 e i 14 miliardi di euro nell’immediato). Inoltre, per accettare tale accordo “volontario” i creditori privati richiesero una una tantum al governo greco di 9,6 miliardi. Tutte queste somme, che lo Stato greco non era in grado di anticipare, vennero fornite come ulteriori prestiti, condizionati a nuovi interventi di “riforma”. Si trattava di 34,4 miliardi di euro, di cui 23,8 miliardi servirono a sostenere il sistema bancario greco (e con ciò le banche ad esso creditrici), mentre 9,3 miliardi dovevano essere spalmati fino al 2013 per sostenere le spese dello Stato greco, sotto specifiche limitazioni.

A fronte delle pesantissime proteste pubbliche contro le condizioni per la concessione dei prestiti, il 31 ottobre Papandreou annunciò un referendum, per lasciare al popolo la scelta se accettare o meno l’accordo: «Abbiamo bisogno di un ampio consenso – disse nell’occasione Papandreou – siamo parte dell’eurozona, il che comporta molti diritti e molti doveri. Terremo comunque fede ai nostri obblighi». A stretto giro di posta, una dichiarazione unitaria dei premier tedesco (Angela Merkel) e francese (Nicolas Sarkozy) chiariva che nel caso di esito negativo del referendum, ogni programma di aiuti sarebbe stato immediatamente interrotto. Il 3 novembre 2011 il referendum venne disdetto e il 6 novembre Papandreou rassegnò le dimissioni.

A questo punto (12 febbraio 2012) al parlamento greco non restava che approvare le condizionalità imposte dalla troika. Esse includevano: un taglio del 22% del salario minimo, la cancellazione definitiva delle tredicesime, 150.000 licenziamenti nel settore pubblico entro due anni, tagli alle pensioni per 300 milioni, ulteriori facilitazioni legali ai licenziamenti, tagli alla sanità e alla difesa, libertà di negoziazione decentrata dei contratti, liberalizzazione dei settori sanitario, turistico e immobiliare, privatizzazioni per un valore atteso di 15 miliardi (incluse le due aziende pubbliche del gas).

Considerando retrospettivamente gli eventi tra la fine del 2009 e il default controllato del 2012, numerose voci si levarono a chiedere perché quello che sembrava un evento inevitabile sin dall’inizio fosse stato ritardato così a lungo, provocando due anni di pesantissima recessione e un peggioramento del quadro finanziario. Per giustificare la propria condotta l’FMI ordinò di svolgere uno studio, pubblicato nel 2013 (Greece: Ex Post Evaluation of Exceptional Access under the 2010 Stand-By Arrangement). Lo studio dell’FMI, tecnicamente esaustivo ed esplicitamente autogiustificativo, fa emergere alcuni elementi degni di nota. Il primo riguarda il grado di conformità (compliance) alle indicazioni di UE, FMI e BCE da parte della Grecia nel biennio che precede lo haircut. Nonostante la vastità e il dettaglio delle richieste si nota come la conformità sia stata, nel 2010, completa per oltre l’80% dei provvedimenti e parziale per il rimanente. Nel 2011 l’obbedienza era stata completa sempre per più del 60% dei provvedimenti, parziale per il resto, con la sola eccezione del primo quadrimestre 2011, dove figura un 15% dei provvedimenti non attuati. Ergo, nel periodo in cui le autorità internazionali avevano preso sotto la propria guida l’economia greca, in cambio di prestiti a tassi favorevoli, il governo aveva seguito le indicazioni che gli venivano dettate con un elevato livello di fedeltà.

Più interessante ancora è la ricostruzione dell’FMI delle scelte che condussero alla ristrutturazione del debito del 2012. Un immediato haircut sarebbe stata economicamente la miglior soluzione, afferma il report, tuttavia una tale prospettiva non era politicamente percorribile. E le ragioni erano semplici. La fragilità della situazione finanziaria internazionale nel 2009 era estrema e l’esposizione dei sistemi bancari europei (francese e tedesco in particolare) rispetto al sistema bancario greco rendevano un default con taglio del debito difficilmente sostenibile per il sistema del credito privato internazionale. Quanto alla Grecia, un default avrebbe comportato la necessità di un brusco rientro in avanzo primario (annullamento del deficit nella spesa corrente), giacché i prestiti sul mercato internazionale le sarebbero stati preclusi. In questa cornice un “salvataggio”, di entità molto più modesta di quelli di fatto avvenuti, sarebbe stato finanziariamente possibile, e ottimale per l’economia greca.

C’erano però due ragioni che impedivano di prendere questa strada, una pubblicamente sostenuta, una seconda accuratamente taciuta. Quella pubblica era di non incoraggiare il “moral hazard”, cioè la tendenza di altri debitori a prendere alla leggera il proprio indebitamento, sapendo che poi una via d’uscita si sarebbe trovata. In sostanza, c’era il rischio che la Grecia in caso di default soffrisse meno di quanto normalmente un paese isolato in condizioni simili avrebbe sofferto, e questo lo si riteneva inaccettabile. La ragione inizialmente dissimulata, anche se decisiva, era però un’altra. La ristrutturazione del debito greco in quel momento rischiava di innescare un contagio sul modello di Lehman Brothers, facendo fallire le banche private internazionali in credito con la Grecia, che erano in particolare le banche francesi e tedesche.

Qualcuno si potrebbe chiedere come mai le banche francesi e tedesche detenessero così tanti titoli di Stato greci (119 miliardi, a fronte, per dire, dei 4 miliardi delle banche italiane). Le ragioni non sono trasparenti, ma possono solo essere dedotte. Verso la metà degli anni novanta l’idea che una valuta comune europea divenisse realtà in tempi finanziariamente prossimi cominciò a diffondersi. Alcune banche private, curiosamente proprio quelle dei paesi politicamente decisivi per l’ammissione all’euro, Francia e Germania, ritennero di avere elementi sufficienti per scommettere sulla costituzione dell’euro (e sull’inclusione della Grecia). Questo li indusse a scommettere massicciamente su questa opzione, acquistando titoli di Stato greci, a buon prezzo ed alta rendita. La scommessa fu fruttuosa: nonostante i dubbi sullo Stato delle finanze greche, la Grecia in ultima istanza venne ammessa nell’eurozona, portando a un crollo dei tassi di interesse sulle nuove emissioni (dal 20% ad inizio anni novanta al 3% nel 2002). Le banche che così avevano scommesso ne trassero ampi profitti. Peraltro, come ricordato, l’acquisto di titoli proseguì anche dopo aver saputo (2004) dei camuffamenti contabili che avevano consentito di entrare nell’euro.

Ma quali che siano le origini di quell’esposizione bancaria, il nocciolo della questione era chiara: un default con taglio del debito a inizio 2010 non era un’opzione politicamente percorribile perché avrebbe messo a rischio le banche francesi e tedesche e attraverso di esse, con il meccanismo del contagio finanziario, forse l’intero sistema finanziario europeo. Perciò, scrive il report dell’FMI: «Una ristrutturazione immediata del debito sarebbe stata meglio per la Grecia, ma non era accettabile per i partner europei. Una ristrutturazione ritardata forniva una finestra affinché i creditori privati riducessero la loro esposizione, spostando il debito in mani pubbliche».

A questo quadro può essere utile aggiungere un ultimo dettaglio, tratto dalle minute dei colloqui dell’FMI. Il governo greco stesso aveva rigettato ad inizio 2010 l’opportunità di un taglio del debito e, soprattutto, nei colloqui bilaterali intrattenuti dallo staff dell’FMI con le controparti greche (partiti, ONG, sindacati e rappresentanti del settore privato) era emerso, non senza sorpresa, che il settore privato greco appoggiava integralmente il programma di salvataggio e le riforme draconiane che venivano prospettate, vedendovi uno «strumento per farla finita con numerosi privilegi del settore pubblico».

3. Nel gorgo del debito

Il 17 giugno 2012 si tennero le elezioni anticipate, innescate dalle dimissioni di Papandreou. Gli esiti condussero ad un governo di coalizione con primo ministro Antonis Samaras (Nea Demokratia). Si passò così ad un’ulteriore fase di implementazione delle condizioni imposte per l’accesso al credito. Venne approvata una nuova riforma del sistema di tassazione, priva di carattere progressivo, con l’introduzione di una flat tax al 28% per tutte le attività di impresa. Vennero inoltre ridotte le esenzioni relative alla tassa sulla casa, abolito il bonus per le famiglie con bambini ed introdotto un tetto alla spesa massima per le cure sanitarie. Vi furono anche interventi di riforma in senso proprio, come la liberalizzazione delle professioni regolamentate dallo Stato (come i notai) e la deregolamentazione dei mercati dei beni, dei servizi e dell’energia. Nel novembre 2012 una nuova serie di interventi venne richiesta per ricevere la successiva rata dei prestiti internazionali: i salari dei dipendenti pubblici vennero tagliati di nuovo fino al 20% (e per i salari più alti fino al 30%); le pensioni vennero tagliate in media tra il 5 e il 15%; l’età pensionistica venne innalzata da 65 a 67 anni per gli uomini e venne introdotto un sistema di decurtazioni progressive per i pensionamenti anticipati.

L’obbedienza alle imposizioni della troika non fu però completa. Nonostante fossero stati richiesti, vennero respinti un ulteriore abbassamento del salario minimo, una riduzione del 30% delle compensazioni economiche per i licenziamenti, e il licenziamento immediato di 20.000 dipendenti pubblici (che invece vennero messi in “mobilità” per alcuni mesi a salario ridotto). Nel frattempo, alla luce dello scarso successo di mercato delle dismissioni finora avvenute, gli introiti attesi dalle privatizzazioni vennero corretti al ribasso, dagli attesi 19 miliardi a soli 11 miliardi. Nel corso dei primi mesi del 2013 furono approvati ulteriori tagli di 15.000 posti pubblici, e in giugno vennero chiuse prima l’orchestra sinfonica nazionale e poi la radiotelevisione greca (ERT, riaperta, a ranghi ridotti, da Tsipras quest’anno).

Nell’aprile del 2014 il governo annunciava con orgoglio il ritorno della Grecia sul mercato dei capitali, con la vendita di 3 miliardi di titoli di Stato a 5 anni ad un tasso sorprendente basso del 4,95%. Secondo il primo ministro Samaras questo rappresentava «più che un trionfo». A ben vedere, tuttavia, le parole del ministro erano alquanto avventate, perché tale accesso al credito avveniva non sulla base di una ritrovata credibilità finanziaria del paese, ma sulla base di un ragionamento diffuso tra gli investitori: nonostante il debito greco continuasse ad essere ritenuto insostenibile, il fatto che la gran parte di esso fosse oramai nelle mani delle istituzioni internazionali e dei partner europei, creava una sorta di assicurazione. Ogni sforzo sarebbe stato fatto per tenere a galla il paese negli anni a venire, consentendo ai titoli di venire a scadenza prima di un’ulteriore ristrutturazione del debito.

Alla luce della minacciosa crescita della coalizione di sinistra Syriza nelle recenti elezioni locali ed europee, Samaras cercò di capitalizzare la “buona novella” del ritorno della Grecia sui mercati anticipando di due mesi (come permesso dalla Costituzione greca) l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. La stessa Costituzione, tuttavia, impone che, in caso di mancata maggioranza per l’elezione entro il terzo tentativo, si debba andare ad elezioni anticipate. E questo fu precisamente ciò che avvenne. Il 25 gennaio 2015 si tennero dunque le elezioni anticipate che diedero la vittoria a Syriza (al secondo posto Nea Demokratia, al terzo il partito neonazista Chrysi Avgi (‘Alba Dorata’)). Il leader di Syriza Alexis Tsipras diveniva così primo ministro in una coalizione dove a fornire i due voti mancanti per la maggioranza era il piccolo partito di centrodestra Anel, il cui leader Kammenos diviene ministro della Difesa. È importante notare che tale strana coalizione poteva formarsi solo grazie ad un unico, decisivo, punto di convergenza: il rifiuto della prosecuzione delle politiche di austerity dettate dalla troika.

4. Vae victis, ovvero i primi mesi del governo Tsipras

Facciamo ora il punto circa cosa è accaduto all’economia greca tra la fine del 2009 e la vittoria di Syriza.

In questi cinque anni la disoccupazione è salita dal 11,9% al 26,2%. Il prodotto interno lordo è decresciuto del 28,4%. Il debito è passato dall’essere il 129,7% del PIL nel 2009 al 184%. E va notato che quando l’haircut di fine 2011 venne deciso, il debito era “solo” al 170%, e il taglio lo aveva ridotto temporaneamente al 156%. Di contro, le spese statali si sono ridotte da 125 miliardi all’anno nel 2009 a 82 miliardi/anno a fine 2014. L’avanzo primario nel 2014 (al netto del pagamento degli interessi) è il più alto dell’eurozona (+5%). Simultaneamente, nonostante i pesanti aumenti di imposizione fiscale, le entrate statali si sono ridotte da 89 miliardi a 80. E tutto ciò in presenza del più grande intervento di “salvataggio” mai promosso per un singolo paese.

È però cruciale visualizzare il destino del fiume di denaro riversato dai creditori internazionali sulla Grecia. Tra inizio 2010 e fine 2014 gli aiuti internazionali sono ammontati a 226,7 miliardi di euro (194,8 miliardi dall’eurozona, 31,9 miliardi dall’FMI). Di questa somma soltanto 27 miliardi (pari a poco meno del 12%) è stato impiegato per le spese dello Stato greco. Per un raffronto, il 53% (122 miliardi) sono serviti solo a pagare interessi sul debito e un altro 19% (48 miliardi) sono serviti a ricapitalizzare le banche greche.

È su questo sfondo che bisogna leggere la vittoria di Syriza alle elezioni. Syriza, erede del precedente Synapsismòs, è un partito che, diversamente dal Partito Comunista di Grecia (KKE) è fortemente europeista (cosa che la stampa internazionale, italiana in testa, fece fatica a capire per diversi mesi, continuando a parlare di Syriza come “movimento euroscettico”). Sin dall’insediamento, il senso politico della vittoria di Syriza è stato chiaro, in Grecia così come nel resto d’Europa dove le politiche restrittive hanno colpito duramente (Spagna, Portogallo, Italia, ecc.). Sul piano tanto simbolico che strategico la vittoria di Syriza è stata vista come un possibile momento di svolta, capace di incoraggiare quelle tendenze politiche europee che, senza negare l’europeismo, erano avverse alla strategia dell’austerity.

Le parole di Tsipras all’insediamento non potrebbero essere più chiare: le politiche di austerity sono pro-cicliche, approfondiscono il problema, non lo risolvono, e l’economia greca può riprendersi solo se le condizioni per i prestiti vengono riscritte consentendo investimenti e se il debito totale (risalito dopo l’haircut del 2011-12 a 318 miliardi) viene ristrutturato. Ancora più chiara la posizione del neoministro dell’economia Yanis Varoufakis (PhD ad Essex, docente in Texas). Infatti, oltre alle posizioni menzionate da Tsipras di cui sopra, Varoufakis aveva preso di mira il “fronte interno” degli oligarchi greci, che avrebbero costruito un sistema che «toglie energia e potenziale economico ad ogni altro all’interno della società greca».

Non meno chiara, tuttavia, è stata l’immediata risposta dei creditori dell’eurozona: tutti, dal Commissario europeo Pierre Moscovici, al segretario dell’FMI Lagarde, al ministro delle Finanze tedesco Schäuble si sono affrettati a dire che dalla Grecia ci si aspettava né più né meno che il «pieno rispetto dei patti sottoscritti ed il pagamento del debito», e che la Grecia «non doveva rappresentare un’eccezione nel panorama internazionale». Lo scontro tra le due linee divenne esplicito molto presto. Nel febbraio scorso, appena entrato in carica, il governo Tsipras dovette negoziare un nuovo prestito a sostegno del proprio sistema bancario, che perdeva depositi con un ritmo di due miliardi alla settimana. Alla fine di febbraio si giunse ad un compromesso politicamente molto costoso per il neoinsediato governo. In cambio della liquidità necessaria, estesa per quattro mesi (fino a giugno 2015), il governo greco accettò di rimanere vincolato agli obiettivi di budget precedentemente fissati. Venne però apparentemente concesso al governo di trovare strade diverse per giungere al medesimo esito, a patto cioè che i saldi rimanessero invariati. In quest’occasione Varoufakis ribadì che nuove strade sarebbero state trovate, impegnandosi contro ulteriori interventi di compressione del mercato interno, come tagli alle pensioni ed innalzamenti dell’IVA. Indicativo dello spirito della negoziazione il commento compiaciuto di Wolfgang Schäuble all’uscita dalla trattativa: «Il governo greco avrà certamente grosse difficoltà a spiegare l’accordo ai propri elettori».

Nonostante la fronda interna, Tsipras riuscì comunque a far passare le condizioni del prestito, anche in vista del nuovo appuntamento negoziale a breve termine (giugno). Tra febbraio e giugno Varoufakis girava in lungo e in largo per l’Europa, cercando di spiegare sia da un punto di vista tecnico che di visione politica le linee di una controproposta greca. I tratti di fondo di questa proposta erano (e sono):

1) Spostare l’onere della preservazione del vincolo di budget dalle tasse che colpiscono i consumi al recupero dell’evasione fiscale (da sempre drammatica in Grecia, ed aumentata dall’inizio della crisi), e togliere i privilegi fiscali di cui ancora godono gli oligarchi greci.

2) Limitare ulteriori interventi sulle pensioni alla chiusura delle ultime finestre rimaste per i pensionamenti anticipati, ricordando che le pensioni greche sono state tagliate in media dall’inizio della crisi del 44,2% nel settore privato e del 48% nel settore pubblico.

3) Semplificare la burocrazia per l’apertura delle imprese.

4) Regolarizzare un mercato del lavoro oramai totalmente frammentato, sommerso e incontrollabile, che anche perciò sfugge all’esazione fiscale.

5) Modernizzare radicalmente la pubblica amministrazione, ripulendola da diffuse pratiche corruttive e clientelari.

6) Giungere ad un taglio del debito significativo, che consentisse di riprendere gli investimenti, senza riservare ogni surplus ad un perenne rifinanziamento del debito.

7) Infine, l’auspicio che l’intero processo avvenisse sullo sfondo di una trasformazione delle istituzioni europee, con un’estensione del controllo politico e democratico su settori finora lasciati alle sovranità nazionali; dunque “europeizzando” il settore bancario, parte del debito pubblico, gli investimenti aggregati e i programmi di sostegno al reddito.

Si giunse così alle trattative di giugno, in vista delle ulteriori scadenze di pagamento del debito. La negoziazione apparve sin dall’inizio ardua, con una prima proposta greca liquidata dagli interlocutori come «non seria». Nei colloqui del 24-25 giugno una nuova proposta del governo greco venne rimandata al mittente con innumerevoli richieste di modifiche. Quest’ultima proposta greca accettava la richiesta di ulteriori tagli per un ammontare di 7,9 miliardi sugli 8,6 richiesti. La maggior parte di questa somma sarebbe stata ricavata da nuovi introiti (imposte su profitti delle imprese, su giochi online e beni di lusso, riforma del codice fiscale e delle esenzioni, gara pubblica per le frequenze televisive, aumento dello 0,74% dell’IVA), e con una riduzione di spesa limitata a una ricontrattazione delle spese per medicinali e test diagnostici, alla chiusura delle rimanenti possibilità di pensionamento anticipato, ad un aumento dell’1% delle contribuzioni sanitarie sulle pensioni, e ad un abbassamento del tetto di spesa per le spese militari.

La posizione di BCE, UE e FMI era però simmetricamente opposta: veniva chiesto che l’80% del budget provenisse da risparmi di spesa, e solo il 20% da nuovi introiti. La proposta del governo greco venne perciò restituita con correzioni che escludevano, o limitavano, forme di tassazione sui profitti delle imprese, respingevano la tassazione dei giochi online, aumentavano del 2% i contributi sanitari sulle pensioni, aumentavano l’IVA dell’1%, e chiedevano altri interventi sul sistema pensionistico. Olivier Blanchard, consigliere economico dell’FMI, affermò come fosse necessario portare la spesa pensionistica dal 16% del PIL al 15%, in linea con altri sistemi pensionistici europei. A niente è valsa la replica che, con un PIL caduto del 26%, attaccare le pensioni per inseguire un rapporto “virtuoso” del 15% significava nell’immediato alimentare una spirale recessiva.

In ultima istanza, nonostante le posizioni in termini di budget si fossero avvicinate di molto, con la concessione da parte del governo greco di nuove riduzioni di spesa, e con la riduzione da parte della troika delle pretese di avanzo primario, la divergenza circa la strategia con cui ottenere il risultato apparve insanabile. I creditori respingevano la strategia politica sottesa alle proposte economiche greche, e ciò veniva fatto sostenendone l’incapacità di raggiungere gli obiettivi prefissati. Con la rata di pagamento all’FMI di 1,6 miliardi in scadenza, e nell’impossibilità politica di stravolgere l’agenda su cui era stato eletto, il 27 giugno Tsipras annunciava di voler sottoporre a una consultazione popolare l’accettazione o meno delle condizioni imposte per accedere a nuovi prestiti.

Alla richiesta del governo greco di una proroga degli aiuti di sei (6) giorni, per consentire di svolgere il referendum senza pressioni, la BCE mobilitata dalla Germania negava ogni dilazione. Di conseguenza il 29 giugno le banche erano costrette a tenere chiusi gli sportelli, ed il 30 giugno la Grecia mancava il pagamento della rata dovuta all’FMI, prodromo di un default. Il 5 luglio il referendum dava il seguente esito: NO al 61,31%, SÌ al 38,69%.

II. Vizi privati, pubblici debiti

5. Salvataggio di chi?

Negli ultimi sei anni l’espressione “salvataggio della Grecia” è stata una formula reiterata sui media italiani, e, con espressioni omologhe, su quelli internazionali. Anche se nelle lingue di altri paesi le connotazioni salvifiche delle omologhe espressioni sono meno esplicite, il messaggio politico che è stato inizialmente diffuso è stato comunque simile: di fronte ad un paese europeo in grave difficoltà, le istituzioni internazionali, europee in primo luogo, si mobilitavano per aiutarlo. In questo schema interpretativo era essenziale il fatto che una nazione, la Grecia, venisse “salvata” da altre nazioni, la Germania, la Francia, l’Italia, la Spagna, ecc., unite dagli oneri e onori dei trattati europei. Quest’interpretazione è stata una distorsione consapevole, che ha aperto una pericolosa deriva nelle letture date da ciascuno paese agli eventi sul palcoscenico europeo.

Come abbiamo visto nella prima parte dell’analisi, i creditori internazionali (essenzialmente europei) hanno adottato, di fronte alla crisi finanziaria greca, una strategia con tre obiettivi primari. In primo luogo è stata adottata per due anni la strategia del prestito internazionale (bailout), e non del taglio del debito (haircut), per dare il tempo alle banche private coinvolte (principalmente francesi e tedesche) di alleggerire la propria esposizione, trasferendone gli oneri sui bilanci pubblici dei paesi prestatori. In secondo luogo, si è agito così per dare tempo alla BCE di mettere in piedi lo European Stability Mechanism (ESM), meglio noto come “fondo salva-Stati”, in modo da porre una toppa alla follia di aver creato un’Europa unita sul piano finanziario e disunita su quello politico: l’ESM appare come un tardivo e parziale passo verso l’assoggettamento delle finanze UE a decisioni politiche (secondo il vago modello della Federal Reserve americana). In terzo luogo, si è messa in campo una strategia politica, in linea con il pensiero economico dominante in Europa da una quindicina d’anni a questa parte, secondo cui è necessario promuovere il dimagrimento delle strutture statali e l’ampliamento del ruolo del settore privato nell’industria e nei servizi.

I modi del processo di “salvataggio” avviato a inizio 2010 sono perfettamente intelligibili se li si legge attraverso il convergere di queste tre istanze, mentre l’intero processo è del tutto incomprensibile se davvero la “salvezza” della Grecia come nazione e come popolo fosse stata al centro dell’iniziativa.

Tale processo, tuttavia, ha richiesto un abbellimento narrativo, fornito appunto dall’immagine dell’aiuto fraterno tra popoli, che si sacrificano per i loro confratelli in difficoltà, mentre la sostanza dell’operazione è stato un colossale trasferimento di oneri dal settore privato a quello pubblico, pagato con i soldi dei contribuenti europei e con gli stenti della popolazione greca. Naturalmente, come sempre, l’unico modo per non smentire una menzogna è continuare a fornire interpretazioni coerenti con essa. Così, al peggiorare della situazione greca e a fronte di sempre più ingenti esborsi della “comunità internazionale”, si è accentuata la lettura “nazionale” della vicenda, scrollando il capo di fronte all’insufficienza delle riforme greche ed inorridendo di fronte alla “ingratitudine” del popolo greco che, dopo aver tanto ricevuto, osava votare un partito e un referendum che rigettavano in toto la generosa strategia europea. L’opinione pubblica europea (e tedesca in particolare) è imbevuta di questa lettura.

6. Chi sono i “cattivi” in questa storia?

Un resoconto narrativo di vicende umane esige, per essere intelligibile, di poter indicare le responsabilità di atti ed esiti. E così è avvenuto anche per la narrazione della crisi ellenica. Qui i greci (così come i loro cugini meridionali, italiani, spagnoli, portoghesi) sono stati presentati come le proverbiali cicale della fiaba, in difficoltà per aver vissuto al di sopra dei propri mezzi, a confronto con le virtuose formiche del Nord Europa. Ciononostante, i cugini più fortunati erano disposti ad aiutare le cicale, nella fattispecie greche, purché esse promettessero di ravvedersi e mostrassero con comportamenti di austerità economica di aver capito la lezione. Questa fiaba è percolata con variazioni nei media, offrendo una chiave interpretativa all’altezza degli stereotipi culturali e delle esigenze di semplificazione dei meno accorti.

Così, troviamo il ministro delle finanze spagnolo de Guindos lamentare come la Grecia abbia ricevuto centinaia di miliardi dall’eurozona, inclusi 26 miliardi dalla generosa Spagna, in modo da «pagare i propri dottori, la propria polizia, i propri pensionati». Oppure troviamo l’ineffabile primo ministro italiano Renzi, che bacchetta l’omologo Tsipras per «pensare di essere il più furbo, non rispettando le regole» e lamenta che «noi abbiamo fatto la riforma delle pensioni, ma non è che abbiamo tolto le baby pensioni per lasciarle ai greci». Inutile, naturalmente, ricordare a de Guindos che solo poco più di un decimo dei soldi prestati dall’eurozona sono serviti a pagare le attività dello Stato greco. O a Renzi che di riforme delle pensioni in Grecia ne hanno fatte due draconiane in tre anni, tagliando gli importi delle pensioni tra il 42 e il 48%, e consentendo la pensione anticipata solo per lavori usuranti o con penalizzazioni (il mitico baby-pensionato greco può andare sì in pensione, ad esempio, a 60 anni, ma con il 53% della pensione finale).

Il problema, qui, va al di là della scarsa lucidità di questo o quel figurante politico. Il vero tema consiste nella propensione a cadere in quella patetica versione degli eventi, all’altezza del teledipendente medio, dove ci si mette a gareggiare su chi sia stato più bravo a imporre mutilazioni alla propria cittadinanza. Questa visione, coerente con l’esegesi fornita inizialmente dai creditori internazionali, è al contempo una copertura ideologica e una bomba ad orologeria nelle relazioni europee. Infatti, questa lettura delle relazioni economiche internazionali, in termini di virtù o vizi nazionali, è proprio ciò che sta portando a tappe forzate l’Europa a schiantarsi ancora una volta sugli scogli delle ostilità nazionaliste. È dallo scoppio della crisi che questa lettura, non solo per il caso greco, è divenuta dominante. Ciò porta i cittadini greci e guardare ai tedeschi come aguzzini. Ma poi anche i cittadini tedeschi (che hanno salari calmierati da quindici anni) a guardare ai greci (o agli italiani) come fannulloni e palle al piede. E poi di seguito i finlandesi a guardare con disprezzo gli spagnoli, gli spagnoli con sufficienza i portoghesi, i portoghesi con rabbia agli irlandesi, ecc.

Questo quadro interpretativo, plastico, suggestivo, di facile comprensione e totalmente stupido può disinteressarsi facilmente dei dati di realtà. Che, come registrato da uno studio della London School of Economics di qualche anno fa, il lavoratore greco medio lavori circa seicento ore l’anno più di un lavoratore tedesco medio non si adatta alla cornice epistemica fornita, e dunque viene rimosso. L’idea da Bar Sport che la produttività del lavoro in una nazione moderna sia correlata essenzialmente allo sforzo individuale è, di nuovo, una semplificazione troppo ghiotta per metterla a repentaglio con banali dati di realtà. (Naturalmente la produttività nei sistemi industriali moderni dipende principalmente dai fattori di organizzazione della produzione e dallo sviluppo tecnologico e infrastrutturale: è per questo che i Bill Gates nascono in USA e non in Gabon).

Da tutto ciò, ovviamente, non si tratta di concludere né che i greci siano cicale e i tedeschi formiche, e neppure, che i greci siano vittime e i tedeschi carnefici. Quello che stiamo cercando di dire è che in tutta questa vicenda, come più in generale in tutti i recenti sviluppi della crisi economica, la lettura dei fatti lungo il crinale divisorio di confini, identità e caratteri nazionali è una sciocchezza, una sciocchezza molto pericolosa. Come vedremo meglio a breve, i “colpevoli” non hanno una nazione preferenziale di appartenenza, ma appartengono trasversalmente alle élite economiche, strutturalmente transnazionali, di tutti i paesi, e ai loro bracci politici nazionali. Certo, esaminare le cose in quest’ultima ottica è tecnicamente più faticoso e molto meno intuitivo. Ma indugiare ancora nella linea di opposizione “tra nazioni”, perché più comprensibile, sarebbe fare come quell’ubriaco che, perduta la chiave lungo la via, la cerca sul marciapiede davanti casa: «perché almeno là c’è un po’ di luce».

7. La Grecia e le lezioni sull’azzardo morale

I “greci” non sono innocenti. Così come non lo sono gli “italiani”, o gli “spagnoli”, ecc. Quando all’inizio della crisi greca venne sollevato il problema dell’azzardo morale, questo argomento, brandeggiato soprattutto dalla classe politica tedesca, sembrava poter avere un senso. È infatti sensato non lasciare impunito un abuso (come l’indebitamento fraudolento dello Stato greco), altrimenti altri potrebbero essere incoraggiati a giocare di nuovo d’azzardo con le finanze del proprio paese, sapendo che poi non ne pagheranno lo scotto.

C’è qui, tuttavia, un problema non trascurabile. Una volta che cominciamo a parlare di colpe e di lezioni da impartire, se non vogliamo limitarci alla retorica, è indispensabile individuare quali colpe e quali colpevoli. Se la lezione contro l’azzardo morale è impartita ai soggetti sbagliati non può avere alcuna efficacia. Questo significa che non basta ammettere che ci sono colpe in Grecia (o in Italia, Spagna, ecc.), ma è necessario anche capire chi è colpevole in Grecia (e Italia, Spagna, ecc.).

Quando illustri commentatori ripetono ai cittadini greci (e italiani, spagnoli, ecc.) che essi avrebbero «vissuto al di sopra delle proprie possibilità» e che sarebbe dunque «venuto il momento di stringere la cinghia» o magari «di fare i compiti a casa», credo che un congruo numero di questi cittadini, di norma pacifici, reprima a fatica impulsi violenti. Esattamente, chi sta dicendo questo a chi? Per dire, avevano vissuto al di sopra delle proprie possibilità quei greci, quasi un terzo della popolazione, che, nel 2004, l’anno di maggiore crescita e maggiore spesa statale, vivevano sulla o sotto la soglia di povertà?

Ma forse, allora, la Grecia sarebbe semplicemente un “paese povero”? Beh, qui la cosa si fa interessante, giacché non è facilissimo pensare ad un paese senz’altro come povero quando, per dirne una, con 11 milioni di abitanti ha la più grande flotta commerciale del mondo (più del Giappone e della Cina, rispettivamente seconda e terza). Chi conosce la realtà greca sa che si tratta, e non da oggi, di un paese con una forte forbice sociale e con un ruolo preponderante giocato da un’oligarchia di grande potere, economico, mediatico e politico, oligarchia che si è adoperata nel tempo per bloccare sul nascere ogni tentativo di riforma che potesse toccare i propri interessi. Capita così che in Grecia, a tutt’oggi, ogni tentativo di giungere ad un’asta delle frequenze televisive tra le numerose emittenti private sia stato impedito; o che dal 1967 sia parte della Costituzione greca il principio per cui i guadagni internazionali degli armatori non pagano tasse in patria, ecc.

Naturalmente nel gioco del clientelismo e del nepotismo, funzionale a chi può giocare il ruolo del patronus, c’è sempre una controparte che si colloca nel ruolo del cliens, così come nella corruzione a fronte di un corruttore ci dev’essere qualcuno che si lascia corrompere. Dunque, in una società in cui un’oligarchia economica esercita un elevato potere in forme lontane da ogni trasparenza democratica, scarsi sono gli incentivi a liberarsi da clientelismo, corruzione e, di conseguenza, dall’inefficienza amministrativa e fiscale. In un simile paese ci devono essere molti colpevoli. Molti, ma non tutti, e soprattutto non egualmente colpevoli. Inutile sottolineare come il medesimo discorso potrebbe essere fatto per l’Italia.

Al di fuori della Grecia nomi come Yiannis Alafouzos, Vardis Vardinoyannis, George Bobolas, Stavros Psycharis, Michalis Sallas, Spiros Latsis, Dimitris Copelouzos, ecc. dicono poco, salvo che agli addetti ai lavori. Qui basti notare come questi personaggi possiedano, oltre alle rispettive ubertose attività economiche (petrolio, oro, navi, turismo) la quasi totalità dell’apparato mediatico greco. Niente si è mosso in Grecia sul piano politico fino a tempi recenti che non fosse supportato da questi oligarchi. E peraltro la natura chiusa e “dinastica” del tradizionale bipartitismo greco è nota: il debito 2004-09 è stato accumulato dal governo di Kostas Karamanlis, figlio di Kostantinos Karamanlis, già primo ministro greco per 15 anni e presidente della Repubblica per 10; al lato opposto dell’emiciclo il cerino del debito è stato rilevato nel 2009 dal governo di George Papandreou, figlio di Andreas Papandreou, già primo ministro greco per 13 anni e figlio a sua volta di Gyorgos Papandreou, capo del governo greco in esilio nel 1944.

Ma, ora, senza voler entrare nei dettagli della gestione del potere in Grecia, c’è una domanda cruciale che deve essere sollevata. A fronte di queste responsabilità e colpe, diffuse, ma certamente in proporzioni ampiamente difformi, come opera e come ha operato la “lezione riformatrice” della troika? La risposta è drammaticamente semplice: il tipo di interventi richiesti dalle istituzioni europee non sfiorano né gli oligarchi greci, né il loro ceto politico di riferimento, esattamente come gli interventi di austerity imposti a Italia, Spagna, ecc. sono caduti sulle spalle dei ceti medi e popolari, mentre al contempo le élite hanno continuato ad accrescere la propria ricchezza, anche negli anni di peggior crisi internazionale. (Per dire, in Italia sei anni fa il 10% più ricco della popolazione aveva il 44,3% della ricchezza nazionale, oggi è il 45,9%; e limitandosi ai capitali ufficialmente registrati). Come si ricorderà, peraltro, nei colloqui con l’FMI era emerso precisamente come i rappresentanti della “confindustria” greca sostenessero pienamente il programma di interventi della troika, che venivano, giustamente, visti come un problema del settore pubblico.

Così, se cambiamo un po’ la prospettiva, e non ci lasciamo ipnotizzare dalle linee di distinzione nazionali, vediamo come le varie lezioni sull’immoralità del debito, la salubrità del rigore, e la necessità di evitare l’azzardo morale siano sfacciate distorsioni della realtà. Nessuna lezione morale o economica viene mai impartita da questo tipo di interventi, per il semplice motivo che essi non colpiscono chi ha prodotto il danno, che può serenamente riprovarci la prossima volta. Anzi, imporre politiche restrittive ai popoli (la specialità della casa dell’FMI) è un modo raffinato per garantire l’immunità da spiacevoli conseguenze alle oligarchie, che grazie alle caratteristiche peculiari della ricchezza finanziaria moderna non sono vincolati alle sorti di un territorio e della sua gente. Per dirla in modo semplice: in tutto il mondo, durante la crisi (innescata dalla frenetica ricerca di profitto finanziario), chi vive del proprio lavoro ha pagato il conto lasciato sulla tavola da chi vive prestando il proprio denaro. E il tutto all’insegna dell’imperativo morale che “bisogna pagare i propri debiti”.

8. Riforme, quali riforme?

Cominciamo così ad avvicinarci alle questioni cruciali, quelle questioni che fanno della vicenda greca un paradigma delle relazioni odierne tra Stati, popoli e potere economico (finanziario). Come abbiamo detto, gli interventi richiesti dai creditori internazionali, nonostante le pretese, non colpivano i responsabili della crisi greca, scaricandosi su lavoratori e pensionati. In questi anni, in Grecia ma non solo, si è fatto un gran parlare della necessità per i paesi colpiti dalla crisi 2007-08 di “fare le riforme”. E la parola “riforma” è invero un’espressione che ispira un senso di rinnovamento e palingenesi. “Riforma” nomina qualcosa come un “cambiamento nel modo di fare le cose”, dunque dovrebbe indicare modifiche prodotte seguendo le migliori pratiche internazionali, mutamenti delle tecniche organizzative, aggiornamenti infrastrutturali, tecnologici, formativi, ecc.

Già. E ora guardiamo per un momento a quale sia stato il contenuto delle “riforme” condizionalmente richieste dalla troika alla Grecia. Si tratta, nella quasi totalità, di richieste che vanno testardamente in sole tre direzioni: 1) compressione della spesa pubblica, 2) riduzione del potere contrattuale della forza lavoro e 3) riduzione del perimetro dello Stato (privatizzazioni). E tutto questo da implementare avendo come stella polare sempre soltanto certi obiettivi di budget.

Ora, anche se tutto avesse funzionato per il meglio e la Grecia avesse ripreso a crescere, ricette del genere tutto possono dirsi tranne “riforme”. Tali ricette (che sono più o meno le medesime ovunque nel mondo, come si vede seguendo le “condizionalità” imposte dall’FMI) si disinteressano nel modo più smaccato dell’unico aspetto che le renderebbe degne di chiamarsi riforme, cioè un miglioramento della funzionalità degli Stati. Se prendiamo il caso greco, vediamo come le questioni, universalmente note, che avevano condotto agli attuali problemi dell’economia greca erano: una pubblica amministrazione inefficiente, un’evasione fiscale fuori controllo, un sistema oligarchico-clientelare pervasivo, e, di fondo, un sistema formativo scadente e in gran parte appaltato a privati. Questi problemi strutturali poi sfociavano in sprechi, inefficienze, prebende, bustarelle, sovrapprezzi, ecc.

Di fronte a questo quadro, certamente non ignoto ai competentissimi tecnici di BCE e FMI, gli interventi non hanno mai neppure preso in considerazione la possibilità di imporre, per dire, diversi sistemi di selezione ed organizzazione della pubblica amministrazione (che in Grecia consente ancora l’ingresso senza neppure un concorso pubblico), tecniche di tracciabilità e controllo di evasione ed elusione fiscale, riduzione delle posizioni dominanti e dei privilegi degli oligarchi, ecc. Qualcuno, di primo acchito, potrebbe essere tentato di rispondere che richieste del genere non sarebbero ammissibili perché violano la sovranità di un paese. Ma naturalmente una tale obiezione sarebbe ridicola, visto che le “condizionalità” imposte dalla troika sono giunte sino a livelli estremi di invasività nel dettaglio, imponendo peraltro anche violazioni di “diritti acquisiti”. No, la ragione di questo orientamento è al tempo stesso più semplice e più profonda: si tratta di uno specifico orientamento politico, camuffato da intervento tecnico. Nell’orientamento politico che guida queste scelte vige un’idea di fondo, di matrice liberista, per cui, molto semplicemente, una riduzione dei poteri dello Stato ed un ampliamento dello spazio per relazioni di mercato deregolamentate sono sempre desiderabili e conducono alla crescita. Avendone il tempo, sarebbe interessante spiegare come buoni risultati in termini di crescita economica (PIL) non equivalgono affatto di per sé a un miglioramento complessivo delle condizioni di vita in un paese. Ma il caso greco ci consente di disinteressarci di questo argomento, giacché qui siamo di fronte ad un clamoroso fallimento anche in meri termini di PIL. Il caso greco è paradigmatico perché mostra come anche di fronte alla prova provata di un fallimento, persino secondo gli obiettivi miopi che guidano le condizionalità della troika, nessuna spinta ad adottare strategie diverse riesce a trovare ascolto.

Sarebbe stato bello, per dire, se nello stesso modo in cui la troika ha fatto ripetutamente la faccia feroce per ottenere tagli a pensioni o privatizzazioni, una volta, una volta soltanto, si fosse detto: «Dovete mettere assolutamente ordine nel vostro sistema di esazione fiscale! Avrete tutto il nostro supporto tecnico e politico, ma senza il raggiungimento di questo obiettivo non potrete giovarvi della prossima rata di prestiti!». Curiosamente niente del genere è mai accaduto.

E d’altro canto, senza voler eccedere in malizia, verrebbe da chiedersi: personaggi come Jean-Claude Juncker, che ha coperto 548 accordi segreti con aziende multinazionali in Lussemburgo in regime di agevolazione fiscale estrema (tassazione a meno dell’1%) potrebbero mai fare la voce grossa per ottenere trasparenza fiscale in Grecia? Il problema, naturalmente, è che mentre si possono colpire i lavoratori greci senza necessariamente toccare quelli lussemburghesi o italiani, è impossibile affrontare l’evasione ed elusione fiscale greca (o italiana) senza mettere sul piatto la sorveglianza internazionale sui movimenti di capitale (inclusa la gaia movimentazione finanziaria delle lobby vicine a Juncker in Lussemburgo, a Lagarde in Francia, ecc.), sorveglianza che nessuno degli oligarchi europei vuole.

Di passaggio: qualcuno forse ricorderà ancora le parole dell’allora primo ministro Mario Monti, nel novembre del 2012, quando menzionò l’opportunità di una tassa patrimoniale per affrontare la grave crisi italiana. Dopo un breve soprassalto di entusiasmo nelle fila della sinistra, il tema venne però rinviato ad un futuro indefinito, in quanto, si disse, «purtroppo, in Italia non abbiamo ancora una vera anagrafe patrimoniale», cui però, si garantiva, «il governo sta lavorando» (??). Traduzione per i non addetti ai lavori: «Sarebbe bello e giusto far pagare la crisi anche ai grandi e grandissimi patrimoni, ma purtroppo, diversamente dal bilocale di Beppe il calzolaio, quei patrimoni sono in gran parte invisibili al fisco, e, per di più, trattandosi di patrimoni liquidi, possono essere trasferiti in un batter d’occhio. E siccome non vogliamo fare fuggire i capitali (vero?), allora non ci resta che randellare il bilocale di Beppe».

E se qualcuno pensasse ingenuamente che questi sono maccanismi idiosincratici della realtà italiana, basterebbe qui ricordare la reazione degli armatori greci di fronte alla possibilità che i loro privilegi fiscali fossero tolti: la risposta di Theodore Veniamis, presidente dell’Unione greca degli armatori, ai primi cenni di tale proposta fu semplice, ricordando come esistano altri paesi che offrono condizioni fiscali competitive e che sarà sufficiente registrare le proprie navi altrove.

Il problema della competizione fiscale al ribasso, sotto il ricatto di delocalizzazioni, spostamenti di sede legale o deflusso di capitali, è uno dei problemi cruciali per l’esistenza di tutti gli Stati europei. È del tutto ovvio che la tendenza costante di queste pratiche è l’erosione inesorabile della base fiscale che può consentire la sopravvivenza degli Stati. Ora, una delle principali ragioni a sostegno dell’esistenza di un’Unione europea doveva essere proprio la possibilità di disporre di un organismo politico-economico con una massa critica abbastanza grande da poter imporre limiti e condizioni a queste pratiche. In assenza di tali vincoli, la trasferibilità di capitali e aziende, ovunque le condizioni regolative e fiscali siano vantaggiose, di fatto riduce drasticamente il carico fiscale su grandi patrimoni liquidi e aziende transnazionali, scaricandolo su lavoratori e patrimoni (casa) vincolati a sedi territoriali.

Così, nel corso della crisi finanziaria, in Grecia e altrove, il “grande capitale” transnazionale ha manifestato i suoi rapporti nei confronti degli Stati democratici in tre forme: 1) trasferendo i propri debiti sugli erari pubblici in occasione di crisi degli istituti di credito (ricapitalizzazioni e salvataggi bancari); 2) sottraendosi ad un’equa tassazione, col ricatto agli Stati per ottenere condizioni fiscali di favore; 3) esercitando il proprio potere contrattuale (la minaccia di trasferirsi) per comprimere i diritti del lavoro. In questo quadro, a fronte delle richieste moraleggianti alla popolazione greca, o italiana, spagnola, ecc. di «far fronte ai propri debiti», credo esista un’unica risposta moralmente giusta. Fino a quando l’Unione europea non porrà termine alla capacità di capitali e aziende transnazionali di sottrarsi ad un’equa tassazione e di ricattare gli Stati, chiedere ai cittadini europei di onorare i propri debiti pubblici è semplicemente una richiesta indecente.

Il caso greco è paradigmatico. In questo caso (non unico, ma il più radicale nell’UE), il “free riding” privato ha pervaso la sfera pubblica, trasformando anche parte significativa di ciò che nominalmente è un’attività pubblica in affare privato (corruzione e clientelismo sono precisamente questo: forme di privatizzazione, non ufficiale e non trasparente, del servizio pubblico). Rispetto ad un problema del genere la risposta fornita dalle condizionalità della troika è manifestamente insensata, chiedendo un semplice assottigliamento del settore pubblico, non una sua riforma. Se infatti è vero che l’aumento di spesa pubblica in un settore non garantisce che esso migliori i servizi che eroga, è non meno vero che, in assenza di autentiche riforme (di organizzazione, infrastrutture, selezione del personale, ecc.) una semplice riduzione della spesa peggiora la capacità di fornire i relativi servizi. In presenza di una progressiva compressione della spesa, riforme migliorative sono impossibili, perché una riforma autentica richiede la partecipazione del personale coinvolto, con collaborazione e impegno di rinnovamento, mentre la semplice prospettiva di tagli e restrizioni induce un meccanismo mors tua vita mea in cui il ricorso alle vecchie leve clientelari torna più utile che mai.

Gli interventi imposti (in altri paesi sono solamente “suggeriti”) dalla troika si disinteressano di un’autentica riforma dello Stato, ma mirano solo ad una progressiva riduzione di competenze pubbliche. Tale processo è peraltro gestito fissando obiettivi di budget e non dunque adattandolo alla realtà produttiva dello specifico paese. Esemplari in questo senso alcuni processi, evidenti in Grecia, ma diffusi anche in molti altri paesi (inclusa l’Italia). Ad esempio, le privatizzazioni vengono imposte con urgenza, con l’intento di “fare cassa”. Ciò conduce regolarmente ad una svendita degli asset statali che sempre, senza eccezioni, rendono meno di quanto preventivato, per l’ovvia ragione che in una vendita forzata, i compratori ottengono una posizione migliore per esercitare il proprio potere contrattuale. O ancora, i processi di indebolimento del potere contrattuale della forza lavoro hanno come effetto collaterale di frammentare il mercato del lavoro, rendendolo meno controllabile anche per il fisco. In Grecia la cancellazione della contrattazione collettiva e la drastica riduzione del salario minimo hanno allargato a dismisura il bacino del lavoro sommerso, abbattendo così ancora i contributi previdenziali e rendendo il sistema pensionistico insostenibile, nonostante i tagli.

9. La questione greca come battaglia politica europea

Nei recenti sviluppi della crisi greca un punto è emerso con chiarezza: la natura profondamente politica dei giudizi “tecnici” formulati dalla troika. È difficile non restare perplessi pensando a come la proposta del governo Tsipras del 24-25 giugno sia stata giudicata inaccettabile, con la motivazione di «non garantire gli obiettivi di budget», dopo che, senza eccezioni, tutti gli obiettivi di budget fissati dalla troika nei sei anni precedenti erano falliti. Ed è ironico che la troika, dopo aver trattato senza nessuna remora con i partiti che avevano portato il paese al default, truccando ripetutamente i resoconti finanziari, abbia trovato così arduo dare fiducia alla prima forza politica della recente storia greca che non fosse strutturalmente collusa con l’establishment oligarchico-clientelare.

Solo pochi ingenui possono non vedere come l’intransigenza europea degli ultimi sei mesi sia direttamente proporzionale alla portata politica (e simbolica) della piattaforma su cui Syriza aveva vinto le elezioni. Senza una genuflessione del governo greco la disponibilità politica dei paesi dell’eurozona è prossima a zero. Solo la storia ci dirà se lo scandaloso “accordo” del 12 luglio sarà un punto di svolta (o in che senso lo sarà), ma la lezione che è importante trarne ha una portata più generale e duratura.

Il muro politico creatosi nei confronti del governo Tsipras non è soltanto un muro contro le “politiche anti-austerity”. Il vero insulto all’establishment europeo è venuto da Syriza proprio per la sua estraneità a quel mondo dei “gentlemen’s agreements” alle spalle dei lavoratori europei che ha caratterizzato la politica europea degli ultimi 10-15 anni (Partito del Socialismo Europeo incluso). Syriza, nel nome di una tradizione socialista, neppure particolarmente radicale, ha formulato proposte che mettevano in campo la necessità di rinforzare il ruolo di una politica pubblica e democratica, in Grecia ed in Europa, a fronte di élite politico-finanziarie tanto influenti, quanto mai imputabili e sempre inafferrabili. Dunque Syriza, non senza ingenuità, ha fatto notare che “il re è nudo” e che il “sogno europeo” si è smarrito introiettando un modello per cui la semplice tutela dei creditori (cioè dei detentori di capitale) coinciderebbe con la buona gestione degli Stati. E a ciò l’establishment europeo ha reagito con stizza, quando non con rabbia e persino con l’insulto (il linciaggio morale cui è stato sottoposto l’ex ministro Varoufakis è esemplare.) Le istituzioni internazionali, come l’FMI, non hanno mai avuto nessuna difficoltà a trattare con governi autoritari, con violatori dei diritti umani, dittatori, ecc., ma dover trattare con qualcuno che metteva in dubbio il sistema di mitologemi politico-economici su cui si è costruita la recente Europa monetarista, questo era davvero chiedere troppo. Così, sin troppo ovvio è stato il tentativo di disarcionare il governo Tsipras rifiutando una dilazione di sei giorni dei prestiti in occasione del referendum, e per quanto il tentativo sia scoppiato in faccia a chi lo aveva promosso, dovremo ricordarlo a lungo quando sentiremo le perorazioni circa i “valori democratici” promossi dall’Unione europea.

L’europeismo, di cui Syriza si è voluta fare promotrice e simbolo, nonostante la debolezza della propria posizione contrattuale, non è nulla di inedito o bizzarro. Essa corrisponde al modello originario del ruolo dell’Europa unita. L’idea di un’unione europea nasce infatti con l’idea che fosse necessario creare un aggregato politico che bilanciasse il potere contrattuale incontrastato degli USA (oggi anche della Cina). Raggiungendo una certa massa critica in termini economici e politici, un’unione di paesi europei avrebbe potuto contrattare sul piano internazionale condizioni (diritti del lavoro, difesa ambientale, ecc.) che tutelassero le condizioni di vita dei propri cittadini, condizioni che i singoli Stati isolati non sarebbero stati in grado di imporre in un mercato globalizzato. Ma nel mutato panorama della politica odierna quel progetto politico non appare più alle dirigenze europee come un progetto di buon senso democratico, ma come un progetto segnato con lo stigma dello “statalismo” e del “socialismo”, dunque qualcosa che per le nuove élite europee suona obsoleto e pericoloso allo stesso tempo. Sperare che un singolo partito, di un paese piccolo e sotto scacco, possa imporre da solo questa agenda politica all’Unione europea è sciocco e velleitario. Ma questa potrebbe forse essere l’occasione per richiamare i cittadini europei a svegliarsi dal sonno della ragione in cui paiono caduti e a chiedere non tanto e non solo di “aiutare i fratelli greci”, ma di sottrarre tutti i cittadini europei al ricatto di creditori con cui ben pochi hanno mai avuto il dubbio onore di contrarre un debito.

Conclusione

Riassumendo, la vicenda greca rappresenta il test di collaudo, finito disastrosamente, dell’Unione europea come unione monetaria. Si è costruito un modello europeo incentrato sulla sola stabilità della moneta e sulla saldezza degli ordinamenti finanziari, lasciando in tutti gli altri ambiti i paesi europei a competere su base nazionale. La responsabilità per l’adozione di questo modello ricade, a pari “merito”, sulle classi dirigenti tedesche, che hanno imposto una BCE come alter ego della Bundesbank, non meno che sulle classi dirigenti francesi, che hanno ostacolato in tutti i modi ogni progetto di devoluzione dei poteri nazionali al Parlamento europeo. Il risultato è stato un’organizzazione sovranazionale forte con i deboli e debole con i forti, dove l’Europa ha presentato ai propri cittadini il solo volto di tutore del rigore finanziario, senza uno straccio di politica industriale o sociale comune, e senza mostrarsi in grado di difendere né lo stato sociale europeo, né la cultura europea.

Nella fattispecie greca, il fallimento politico europeo può essere sintetizzato in cinque passi: le istituzioni europee 1) dapprima hanno mancato di esercitare i dovuti controlli per l’ammissione della Grecia nell’unione monetaria; 2) poi hanno consentito la speculazione delle banche private internazionali senza un’adeguata regolamentazione finanziaria; 3) in seguito sono intervenute per salvare quelle stesse banche a scapito dei debiti pubblici; 4) indi hanno esercitato sotto il nome di “riforme” una sorta di attività di strozzinaggio internazionale, senza mettere in campo nessun intervento anticiclico; 5) e infine alla prima seria difficoltà hanno rivelato la priorità di uno spirito competitivo tra opportunisti economici (e non collaborativo tra soggetti politici) giungendo ad una sconcertante esibizione finale di egoismi nazionali (il caso della distribuzione dei migranti ne è un sintomo palese).

Dall’Europa del Manifesto di Ventotene e degli “Stati Uniti d’Europa” all’Europa rancorosa, provinciale e ottusa di Wolfgang Schäuble e Marine Le Pen, la disillusione avrebbe difficilmente potuto essere maggiore.

Pubblicato originariamente in due parti su Scenari, la rivista online di Mimesis Edizioni, qui e qui.

Eppur si muove: la governance globale delle migrazioni
Oneuro

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[di Andrea Cofelice] Negli ultimi anni l’aumento della complessità e dell’ordine di grandezza degli spostamenti di popolazione ha imposto interrogativi sull’adeguatezza degli strumenti nazionali e internazionali preposti a gestire le sfide legate a un fenomeno che, ormai da tempo, ha assunto caratteri strutturali.
A pagare la crisi sono i più poveri
Oneuro

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[di Enzo Valentini e Mauro Gallegati] In Italia, nel 2008, il 10% più ricco della popolazione si accaparrava il 14.8% del reddito, un valore cresciuto fino al 15.1% nel 2015. Al contrario, la quota posseduta dal 20% più povero è passata dal 4.8% al 4.6%.