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Perché gli arabi non ci vogliono in Siria

Perché gli arabi non ci vogliono in Siria

di Robert Kennedy, Jr. 

In tutto il Medio Oriente, i leader arabi accusano gli Stati Uniti di aver creato lo Stato islamico. Alla maggior parte degli americani, tali accuse sembrano folli. Tuttavia, per molti arabi, la prova del coinvolgimento degli Stati Uniti è così schiacciante che ne concludono che il nostro ruolo nel promuovere lo Stato Islamico deve essere stato intenzionale. In effetti, molti dei combattenti dello Stato islamico e i loro comandanti sono i successori dell’ideologia e dell’organizzazione jihadista che la CIA ha sostenuto per più di trent’anni dalla Siria all’Egitto, in Afghanistan e in Iraq.

In parte perché mio padre è stato assassinato da un arabo, ho fatto uno sforzo per comprendere l’impatto della politica degli Stati Uniti in Medio Oriente e in particolare i fattori che motivano a volte le sanguinarie risposte del mondo islamico contro il nostro paese. Concentrando l’attenzione sull’ascesa dello Stato islamico e andando alla ricerca delle cause originarie della barbarie che ha portato via così tante vite innocenti a Parigi e San Bernardino, sarebbe meglio andare al di là delle spiegazioni di comodo sulla religione e l’ideologia. Dovremmo invece esaminare le logiche più complesse della storia e del petrolio – e renderci conto che spesso esse chiamano in causa le responsabilità del nostro paese.

Il disgustoso record americano di interventi violenti in Siria – poco conosciuto al popolo americano ma ben noto ai siriani – ha seminato un terreno fertile per il jihadismo islamico violento che ora complica qualsiasi risposta efficace del nostro governo alla sfida dell’ISIL. Finché l’opinione pubblica e i politici americani non si rendono consapevoli di questo passato, ulteriori interventi rischiano solo di aggravare la crisi. Questa settimana il segretario di Stato John Kerry statunitense ha annunciato un cessate il fuoco “provvisorio” in Siria. Ma poiché il potere di influenza e il prestigio degli Stati Uniti in Siria sono al minimo – ed il cessate il fuoco non include combattenti importanti come lo Stato islamico e al-Nusra – nel migliore dei casi è destinato ad essere una tregua piuttosto precaria.

Allo stesso modo, l’intensificazione da parte del presidente Obama dell’intervento militare in Libia –la scorsa settimana l’aviazione statunitense ha preso di mira un campo di addestramento dello Stato islamico – è probabile che rafforzi, piuttosto che indebolire, gli esponenti più radicali. Come ha riportato in prima pagina il New York Times l’8 dicembre 2015, i leader politici dello Stato islamico stanno lavorando per provocare un intervento militare americano. Essi sanno per esperienza che questo provocherà un grande afflusso di combattenti volontari nelle loro fila, soffocando le voci moderate e unificando tutto il mondo islamico contro l’America.

Per capire questa dinamica, dobbiamo guardare la storia dal punto di vista dei siriani e in particolare le cause del conflitto in corso. Durante la guerra fredda – dunque da molto prima che la nostra occupazione dell’Iraq nel 2003 innescasse la rivolta sunnita che ha dato vita allo Stato islamico – la CIA ha attivamente sostenuto il jihadismo violento, rendendo via via sempre più tossiche le reazioni USA-Siria.

Questo non è avvenuto senza polemiche interne. Nel luglio del 1957, a seguito di un fallito colpo di Stato della CIA in Siria, mio zio, il senatore John F. Kennedy, infiammò la Casa Bianca di Eisenhower, i leader di entrambi i partiti politici ed i nostri alleati europei con un discorso che ha fatto la storia, in cui sosteneva il diritto del mondo arabo all’autogoverno e la fine delle ingerenze imperialiste degli Stati Uniti nei paesi arabi. Nel corso della mia vita, ed in particolare durante i miei frequenti viaggi in Medio Oriente, innumerevoli arabi mi hanno ricordato con entusiasmo quel discorso come la più chiara affermazione dell’idealismo che essi si aspettavano dagli USA. Il discorso di Kennedy era un invito a riconnettere l’America con quegli alti valori che il nostro paese aveva sostenuto nella Carta atlantica: l’impegno formale a che tutte le ex colonie europee dopo la seconda guerra mondiale avessero il diritto all’autodeterminazione. Nel 1941 Franklin D. Roosevelt aveva spinto con forza Winston Churchill e gli altri leader alleati a firmare la Carta atlantica come condizione preliminare per il sostegno americano nella guerra contro il fascismo europeo.

Ma grazie in gran parte a Allen Dulles e alla CIA, i cui intrighi internazionali erano spesso in contrasto diretto con le politiche ufficiali della nostra nazione, il percorso ideale delineato nella Carta atlantica non è mai stato intrapreso. Nel 1957 mio nonno, l’ambasciatore Joseph P. Kennedy, fece parte di un comitato segreto incaricato di investigare le azioni clandestine della CIA in Medio Oriente. Il cosiddetto “rapporto Bruce-Lovett”, del quale è stato uno dei firmatari, descriveva i colpi di Stato orchestrati dalla CIA in Giordania, Siria, Iran, Iraq ed Egitto; tutti fatti ben noti agli arabi ma praticamente sconosciuti al popolo americano, che credeva, prendendole per buone, alle smentite del suo governo. Il rapporto incolpava la CIA del dilagante antiamericanismo che allora stava misteriosamente prendendo piede «in numerosi paesi del mondo». Il rapporto Bruce-Lovett sottolineava che tali interventi erano contrari ai valori americani e avevano compromesso la leadership internazionale degli Stati Uniti e la sua autorità morale senza che il popolo americano ne fosse a conoscenza. Il rapporto diceva anche che la CIA non aveva mai considerato il modo in cui avrebbe trattato tali interventi se qualche governo straniero li avesse orchestrati nel nostro paese.

Questa è la storia sanguinosa di cui interventisti moderni come George W. Bush, Ted Cruz e Marco Rubio omettono di parlare quando recitano la loro retorica narcisistica sul fatto che i nazionalisti del Medio Oriente «ci odiano per le nostre libertà». Per la maggior parte di loro non è così; al contrario, ci odiano per il modo in cui abbiamo tradito tali libertà – i nostri stessi ideali – all’interno dei loro confini

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Perché gli americani capiscano realmente cosa sta succedendo, è importante rivedere alcuni dettagli di questa storia sordida e poco nota. Nel corso degli anni ‘50, il Presidente Eisenhower ed i fratelli Dulles – il direttore della CIA Allen Dulles ed il segretario di Stato John Foster Dulles – respinsero le proposte sovietiche di trattare il Medio Oriente come zona neutrale nella guerra fredda, lasciando che gli arabi si governassero da sé. Invece, essi misero in piedi una guerra clandestina contro il nazionalismo arabo – che Allen Dulles equiparava al comunismo –, in particolare quando l’autogoverno arabo minacciava le concessioni petrolifere. In segreto inviarono massicci aiuti militari americani ai tiranni in Arabia Saudita, Giordania, Iraq e Libano, favorendo governi fantoccio con ideologie conservatrici jihadiste che consideravano come un affidabile antidoto al marxismo sovietico. In un incontro alla Casa Bianca tra il direttore strategico della CIA, Frank Wisner, e John Foster Dulles, nel settembre del 1957, secondo un memo registrato dal suo segretario personale, il generale Andrew J. Goodpaster, Eisenhower consigliò così l’agenzia: «Dobbiamo fare tutto il possibile per sottolineare l’aspetto della “guerra santa”».

La CIA ha iniziato la sua ingerenza attiva in Siria nel 1949, appena un anno dopo la creazione dell’agenzia. I patrioti siriani avevano dichiarato guerra ai nazisti, espulso i loro governatori coloniali francesi di Vichy e realizzato una fragile democrazia laica basata sul modello americano. Ma nel marzo del 1949, il presidente democraticamente eletto della Siria, Shukri al-Quwatli, esitò ad approvare l’oleodotto trans-arabo, un progetto americano destinato a collegare i campi petroliferi dell’Arabia Saudita ai porti del Libano attraverso la Siria. Nel suo libro, Legacy of Ashes, lo storico della CIA Tim Weiner racconta che come rappresaglia per il mancato entusiasmo sull’oleodotto americano da parte di al-Quwatli, la CIA organizzò un colpo di stato che sostituì al-Quwatli con un dittatore scelto dalla CIA, un truffatore pregiudicato di nome Husni al-Za’im. Al-Za’im ebbe appena il tempo di sciogliere il parlamento e approvare l’oleodotto americano prima che i suoi connazionali lo destituissero, dopo quattro mesi e mezzo di regime.

A seguito di numerosi contro-colpi di Stato nei paesi destabilizzati, il popolo siriano cercò di nuovo di istituire la democrazia nel 1955, rieleggendo al-Quwatli ed il suo partito nazionale. Al-Quwatli era ancora neutrale nella guerra fredda, ma, dopo la batosta del coinvolgimento americano nella sua cacciata, ora tendeva verso il campo sovietico. Questo atteggiamento portò il direttore della CIA Dulles a dichiarare che «la Siria è matura per un colpo di Stato» e ad inviare a Damasco i suoi due esperti in materia di colpi di Stato, Kim Roosevelt e Rocky Stone.

Due anni prima, Roosevelt e Stone avevano orchestrato un colpo di Stato in Iran contro il presidente democraticamente eletto Mohammed Mossadeq, dopo che Mossadeq aveva cercato di rinegoziare i termini dei contratti dell’Iran, sbilanciati a favore del colosso petrolifero britannico Anglo-Iranian Oil Company (ora BP). Mossadeq era il primo leader eletto nella storia iraniana da 4000 anni e un campione popolare della democrazia in tutto il mondo in via di sviluppo. Mossadeq espulse tutti i diplomatici britannici dopo aver scoperto un tentativo di colpo di Stato da parte dei servizi segreti di Sua Maestà, in combutta con BP.  Mossadeq, tuttavia, fece l’errore fatale di resistere alle suppliche dei suoi consiglieri di espellere anche la CIA, che essi giustamente sospettavano essere complice del complotto britannico. Mossadeq idealizzava gli Stati Uniti come un modello per la nuova democrazia in Iran e li considerava incapaci di tali perfidie. Nonostante le trame di Dulles, il presidente Harry Truman aveva proibito alla CIA di unirsi attivamente ai britannici nel rovesciare Mossadeq. Quando Eisenhower entrò in carica nel gennaio del 1953, scatenò subito Dulles. Dopo aver spodestato Mossadeq con l’“operazione Ajax,” Stone e Roosevelt installarono al potere lo Scià Reza Pahlavi, che favorì le compagnie petrolifere statunitensi, ma i due decenni di violenze commesse nei confronti del suo popolo, con l’appoggio della CIA, alla fine innescarono la rivoluzione islamica del 1979, il tormento della nostra politica estera da 35 anni a questa parte.

Secondo il libro Safe for Democracy: The Secret War of the CIA di John Prados, dopo il “successo” della sua operazione Ajax in Iran, Stone arrivò a Damasco nell’aprile del 1957 con 3 milioni di dollari per armare ed incitare i militanti islamici e corrompere gli ufficiali dell’esercito siriano ed i politici siriani allo scopo di rovesciare il regime laico democraticamente eletto di al-Quwatli. Lavorando con i Fratelli musulmani, Rocky Stone tramò per assassinare il capo dell’intelligence siriana, il generale dello Stato maggiore ed il leader del partito comunista, progettando «cospirazioni nazionali e varie provocazioni armate» in Iraq, Libano e Giordania, che avrebbero potuto essere imputate ai baathisti siriani. Tim Weiner descrive in Legacy of Ashes come il piano della CIA fosse quello di destabilizzare il governo siriano e creare un pretesto per un’invasione da parte di Iraq e Giordania, i cui governi erano già sotto il controllo della CIA. Kim Roosevelt prevedeva che il nuovo governo fantoccio della CIA avrebbe «messo in atto in primo luogo misure repressive ed esercitato il potere in modo arbitrario», secondo documenti declassificati della CIA riportati sul Guardian.

Ma tutti quei soldi della CIA non riuscirono a corrompere gli ufficiali militari siriani. I soldati riportarono i tentativi di corruzione della CIA al regime baathista. In risposta, l’esercito siriano invase l’ambasciata americana, prendendo prigioniero Stone. Dopo un duro interrogatorio, Stone confessò il suo ruolo nel colpo di Stato iraniano e nel tentativo della CIA, poi abortito, di rovesciare il governo legittimo della Siria. La sua confessione fu trasmessa alla televisione. I siriani espulsero Stone e due membri dello staff dell’ambasciata degli Stati Uniti; era la prima volta che un diplomatico americano del Dipartimento di Stato veniva espulso da un paese arabo. La Casa Bianca di Eisenhower respinse la confessione di Stone come una “montatura” e una “calunnia”, e la negazione fu presa per buona da tutta la stampa americana, guidata dal New York Times, e fu creduta dal popolo americano, che condivideva la visione idealistica del suo governo che aveva Mossadeq. La Siria fece dimettere tutti i politici simpatizzanti degli Stati Uniti e condannò a morte per tradimento tutti gli ufficiali militari legati al colpo di stato. Per ritorsione, gli Stati Uniti spostarono la sesta flotta nel Mediterraneo, minacciando la guerra e spingendo la Turchia ad invadere la Siria. I turchi ammassarono 50.000 soldati ai confini della Siria e fecero marcia indietro solo di fronte all’opposizione unita della Lega araba, i cui leader erano furiosi per l’intervento degli Stati Uniti.

Anche dopo la sua espulsione dalla Siria, la CIA proseguì con i suoi sforzi segreti per rovesciare il governo baathista democraticamente eletto della Siria. Secondo Matthew Jones in The “Preferred Plan”: The Anglo-American Working Group Report on Covert Action in Syria, 1957, la CIA formulò dei piani con il servizio segreto britannico MI6 per formare un “Comitato di liberazione della Siria” e armò i Fratelli musulmani per assassinare tre funzionari del governo siriano che avevano contribuito a rendere pubblico “il complotto americano”. Le trame della CIA hanno allontanato ancora di più la Siria dagli Stati Uniti, spingendola verso una alleanza duratura con la Russia e l’Egitto.

Dopo il secondo tentativo di colpo di Stato in Siria, rivolte anti-americane scossero il Medio Oriente dal Libano all’Algeria. Tra le ripercussioni, vi fu il colpo di Stato del 14 luglio del 1958, guidato dalla nuova ondata di ufficiali anti-americani dell’esercito, che rovesciò il monarca filoamericano iracheno, Nuri al-Said. I golpisti pubblicarono documenti governativi segreti, che dimostravano come Nuri al-Said fosse un fantoccio sul libro paga della CIA. In risposta al tradimento americano, il nuovo governo iracheno invitò diplomatici e consiglieri economici sovietici in Iraq e voltò le spalle all’Occidente.

Essendo stato allontanato dall’Iraq e dalla Siria, Kim Roosevelt fuggì dal Medio Oriente per lavorare come dirigente per l’industria petrolifera, che aveva servito così bene durante la sua carriera di servizio pubblico alla CIA. Secondo Weiner, il sostituto a capo della CIA nominato da Roosevelt, James Critchfield, mise in piedi un attentato fallito contro il nuovo presidente iracheno usando un fazzoletto avvelenato. Cinque anni dopo, la CIA finalmente riuscì a deporre il presidente iracheno e ad installare al potere in Iraq il partito Ba’th. Uno degli illustri leader della squadra baathista della CIA era un giovane assassino carismatico di nome Saddam Hussein. Secondo A Brutal Friendship: The West and the Arab Elite di Said Aburish, giornalista e scrittore, il segretario del partito Ba’ath, Ali Saleh Sa’adi, che si era insediato al fianco di Saddam Hussein, dirà più tardi: «Siamo arrivati al potere su un treno della CIA». Aburish racconta che la CIA diede a Saddam ed ai suoi amici una lista di persone da assassinare che «dovevano essere eliminate immediatamente al fine di assicurare il successo». Tim Weiner scrive che Critchfield ha poi riconosciuto che la CIA aveva, in sostanza, «creato Saddam Hussein».

Durante gli anni di Reagan, la CIA rifornì Hussein di miliardi di dollari, nonché armi e intelligence, sapendo bene che egli usava gas nervino e armi biologiche – tra cui l’antrace, ottenuto dal governo americano – nella sua guerra contro l’Iran. Reagan e il suo direttore della CIA, Bill Casey, consideravano Saddam come un potenziale amico dell’industria petrolifera statunitense e una barriera robusta contro la diffusione della rivoluzione islamica iraniana. Il loro emissario, Donald Rumsfeld, in un viaggio a Baghdad nel 1983 regalò a Saddam degli speroni d’oro da cowboy e un menu di armi biologiche/chimiche e convenzionali. Allo stesso tempo, la CIA stava illegalmente rifornendo il nemico di Saddam, l’Iran, con migliaia di missili anti-carro e anti-aerei da utilizzare contro l’Iraq, un crimine reso famosa dallo scandalo Iran-contras. Jihadisti da entrambe le parti in seguito hanno rivolto molte di queste armi in dotazione dalla CIA contro il popolo americano.

Anche mentre l’America prepara l’ennesimo intervento violento in Medio Oriente, la maggior parte degli americani non è consapevole dei molti modi in cui il “contraccolpo” dei precedenti errori della CIA ha contribuito a creare la crisi attuale. Le ripercussioni di decenni di inganni della CIA continuano oggi a risuonare in tutto il Medio Oriente, dalle moschee alle scuole coraniche, sulle macerie della democrazia e dell’Islam moderato che la CIA ha contributo a distruggere.

Una sfilata di dittatori iraniani e siriani, tra cui Bashar al-Assad e suo padre, hanno invocato la storia dei colpi di Stato sanguinosi della CIA come pretesto per il loro regime autoritario, per le loro tattiche repressive e per la necessità di una forte alleanza con la Russia. Queste storie sono quindi ben note al popolo della Siria e dell’Iran, che naturalmente interpretano l’ipotesi di un intervento degli Stati Uniti nel contesto di quella storia.

Mentre la stampa americana compiacente ripete a pappagallo la narrazione secondo la quale il nostro sostegno militare all’insurrezione siriana è puramente umanitario, molti arabi vedono la crisi attuale come un’altra guerra per procura combattuta per il petrolio e per la geopolitica. Prima di attizzare l’incendio, sarebbe saggio da parte nostra prendere in considerazione i numerosi fatti a sostegno di quel punto di vista. A loro avviso, la nostra guerra contro Bashar Assad non è cominciata con le pacifiche proteste civili della primavera araba nel 2011. È iniziata invece nel 2000, quando il Qatar propose di costruire 1.500 km di gasdotto per la cifra di 10 miliardi, attraverso Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia. Il Qatar divide con l’Iran il giacimento di gas di South Pars-North Dome, il giacimento di gas naturale più ricco del mondo. L’embargo internazionale fino a poco tempo fa vietava all’Iran di vendere gas dall’estero. Nel frattempo, il gas del Qatar può raggiungere i mercati europei solo se viene liquefatto e spedito via mare, un percorso che limita il volume e aumenta sensibilmente i costi. La conduttura proposta avrebbe connesso il Qatar direttamente ai mercati europei dell’energia tramite terminali di distribuzione in Turchia, che intascherebbe ricche tasse di transito. Il gasdotto Qatar-Turchia darebbe ai regni sunniti del Golfo Persico una decisiva posizione dominante sui mercati del gas naturale mondiali e rafforzerebbe il Qatar, il più stretto alleato degli Stati Uniti nel mondo arabo. Il Qatar ospita due enormi basi militari americane ed è la sede in Medio Oriente del comando centrale degli Stati Uniti.

L’UE, che ottiene il 30 per cento del suo gas dalla Russia, era ugualmente molto interessata al gasdotto, che avrebbe dato ai suoi Stati membri energia a basso costo e un allentamento dalla soffocante influenza economica e politica di Vladimir Putin. La Turchia, il secondo consumatore di gas russo al mondo, era particolarmente ansiosa di porre fine alla sua dipendenza dal suo antico rivale e di posizionarsi come l’hub del redditizio transito dei combustibili asiatici verso i mercati dell’UE. La conduttura del Qatar avrebbe beneficiato la monarchia conservatrice sunnita dell’Arabia Saudita dandole un punto di appoggio nella Siria sciita. L’obiettivo geopolitico dei sauditi è quello di contenere il potere economico e politico del principale rivale, l’Iran, uno Stato sciita e stretto alleato di Bashar Assad. La monarchia vedeva il cambio di gestione sciita sponsorizzato dagli USA in Iraq (e, più recentemente, la cessazione dell’embargo commerciale nei confronti dell’Iran) come un danno per il suo status di potenza regionale ed era già impegnata in una guerra per procura contro Teheran in Yemen, evidenziata dal genocidio saudita contro la tribù degli houthi sostenuta dall’Iran.

Naturalmente, i russi, che vendono il 70 per cento delle loro esportazioni di gas all’Europa, vedevano il gasdotto Qatar-Turchia come una minaccia esistenziale. Da punto di vista di Putin, il gasdotto del Qatar è un complotto della NATO per cambiare lo status quo, privare la Russia del suo unico punto d’appoggio in Medio Oriente, strangolare l’economia russa e porre fine all’influenza russa nel mercato europeo dell’energia. Nel 2009, Assad ha annunciato che si sarebbe rifiutato di firmare l’accordo che consentiva al gasdotto di attraversare la Siria, «per proteggere gli interessi del nostro alleato russo».

Assad ha fatto infuriare ulteriormente i monarchi sunniti del Golfo, sostenendo un “gasdotto islamico” approvato dalla Russia che parte dal giacimento di gas dell’Iran, attraversa la Siria e giunge sino ai porti del Libano. Il gasdotto islamico renderebbe l’Iran sciita, non il Qatar sunnita , il principale fornitore del mercato europeo dell’energia e aumenterebbe notevolmente l’influenza di Teheran in Medio Oriente e nel mondo. Israele è comprensibilmente determinato a far deragliare la pipeline islamica, che arricchirebbe l’Iran e la Siria e, presumibilmente, rafforzerebbe le loro derivazioni, Hezbollah e Hamas.

Report e documenti segreti delle agenzie di intelligence di Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele indicano che quando Assad ha rifiutato i gasdotti del Qatar, gli strateghi militari e dell’intelligence sono rapidamente giunti alla conclusione che fomentare una rivolta sunnita in Siria per rovesciare il non collaborativo Bashar Assad fosse un percorso fattibile per raggiungere l’obiettivo comune di completare il gasdotto Qatar-Turchia. Nel 2009, secondo WikiLeaks, subito dopo che Bashar Assad respinse la pipeline del Qatar, la CIA iniziò a finanziare gruppi di opposizione in Siria. È importante notare che questo è successo ben prima della rivolta (indotta) della primavera araba contro Assad.

La famiglia di Bashar Assad è alawita, una setta musulmana ampiamente percepita come allineata con il campo sciita. Il giornalista Seymour Hersh mi ha detto in un’intervista: «Bashar Assad non avrebbe mai dovuto diventare presidente. Suo padre lo riportò a casa dall’università di medicina a Londra quando il fratello maggiore, l’erede designato, rimase ucciso in un incidente d’auto». Prima dell’inizio della guerra, secondo Hersh, Assad si stava muovendo per liberalizzare il paese. «Avevano internet e giornali e sportelli bancomat e Assad voleva andare in direzione dell’occidente. Dopo l’11 settembre, mandò migliaia di preziosi file alla CIA sui radicali jihadisti, che egli considerava un nemico comune». Il regime di Assad era volutamente laico e la Siria era straordinariamente variegata. Il governo siriano e i militari, per esempio, erano all’80 per cento sunniti. Assad ha mantenuto la pace tra i suoi popoli diversi grazie a un forte esercito disciplinato e fedele alla famiglia Assad, alla sicura fedeltà di un corpo di ufficiali a livello nazionale stimato e ben pagato, a un apparato di intelligence freddamente efficiente e ad un uso della brutalità che, prima della guerra, era piuttosto moderato rispetto a quello di altri leader del Medio Oriente, tra cui i nostri alleati attuali. Secondo Hersh, «di certo non decapitava persone ogni mercoledì, come fanno i sauditi alla Mecca».

Un altro veterano del giornalismo, Bob Parry, condivide la stessa valutazione. «Nessuno nella regione ha le mani pulite, ma in quanto a torture, uccisioni di massa, [soppressione delle] libertà civili e sostegno al terrorismo, Assad è molto meglio dei sauditi». Nessuno credeva che il regime fosse vulnerabile a quell’anarchia che aveva lacerato Egitto, Libia, Yemen e Tunisia. Nella  primavera del 2011 a Damasco c’erano delle piccole manifestazioni pacifiche contro la repressione da parte del regime di Assad. Erano principalmente gli effetti della primavera araba che si erano diffusi viralmente nella Lega degli Stati Arabi l’estate precedente. Tuttavia, i documenti di WikiLeaks indicano che la CIA era già sul terreno in Siria.

I regni sunniti con un enorme ammontare di petrodollari in gioco, però, volevano un coinvolgimento molto più attivo dell’America. Il 4 settembre 2013, il segretario di Stato John Kerry ha detto in una audizione al Congresso che i regni sunniti si erano offerti di pagare il conto per un’invasione statunitense della Siria per spodestare Bashar Assad. «In effetti, alcuni di loro hanno detto che se gli Stati Uniti erano pronti ad andare a compiere l’opera, nel modo in cui avevamo fatto in precedenza da altre parti [Iraq], essi ne avrebbero pagato il costo». Kerry ha detto di questa offerta alla repubblica Ileana Ros-Lehtinen: «Per quanto riguarda l’offerta dei paesi arabi di sostenere i costi di [un’invasione americana] per rovesciare Assad, la risposta è assolutamente sì, l’hanno fatta. L’offerta è sul tavolo».

Nonostante le pressioni dei repubblicani, Barack Obama ha esitato a mandare dei giovani americani a morire come mercenari per un conglomerato di imprese petrolifere. Ha saggiamente ignorato le richieste repubblicane di mandare truppe di terra in Siria o di far arrivare maggiori finanziamenti agli “insorti moderati”. Ma alla fine del 2011, la pressione repubblicana ed i nostri alleati sunniti sono riusciti a spingere il governo americano nella mischia.

Nel 2011, gli Stati Uniti si sono uniti a Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito per formare la “Coalizione degli amici della Siria”, che chiedeva formalmente la rimozione di Assad. La CIA ha fornito 6 milioni di dollari a Barada, un canale televisivo britannico, per la produzione di appelli alla cacciata di Assad. Documenti dei servizi segreti sauditi, pubblicati da WikiLeaks, mostrano che nel 2012 la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita stavano armando, formando e finanziando combattenti radicali sunniti jihadisti provenienti da Siria, Iraq e altrove per rovesciare il regime di Assad alleato degli sciiti. Il Qatar, che aveva da guadagnarci più di tutti, ha investito 3 miliardi di dollari per fomentare l’insurrezione e ha invitato il Pentagono ad addestrare gli insorti presso le basi statunitensi in Qatar. Secondo un articolo dell’aprile del 2014 di Seymour Hersh, gli addestramenti della CIA erano finanziati da Turchia, Arabia Saudita e Qatar.

L’idea di fomentare una guerra civile tra sunniti e sciiti per indebolire i regimi siriano e iraniano al fine di mantenere il controllo delle forniture petrolchimiche della regione non era un concetto nuovo nel lessico del Pentagono. Il rapporto Rand del 2008, che inchioda il Pentagono, conteneva un progetto preciso di quello che stava per accadere. Il rapporto osserva che il controllo dei depositi di gas e di petrolio del Golfo Persico rimarrà, per gli Stati Uniti, «una priorità strategica» che «interagisce fortemente con quella di perseguire la guerra duratura». Rand raccomanda l’utilizzo di «azioni segrete, operazioni di informazione, guerra non convenzionale» per imporre una strategia del “divide et impera”. «Gli Stati Uniti e i suoi alleati locali potrebbero utilizzare i jihadisti nazionalisti per lanciare una campagna per procura» e «i leader degli Stati Uniti potrebbero anche scegliere di sfruttare al meglio il progetto di conflitto tra sciiti e sunniti, prendendo le parti dei regimi sunniti conservatori contro i movimenti sciiti nel mondo musulmano… possibilmente sostenendo i governi sunniti autoritari contro un Iran continuamente ostile».

Come previsto, la reazione eccessiva di Assad alla crisi di marca straniera – sganciare bombe sulle roccaforti sunnite uccidendo i civili – ha polarizzato la divisione sciiti-sunniti in Siria e ha permesso ai politici degli Stati Uniti di vendere agli americani l’idea che la lotta che veniva condotta era una guerra umanitaria. Quando i soldati sunniti dell’esercito siriano hanno cominciato le defezioni, nel 2013, la coalizione occidentale ha armato il Free Syrian Army per destabilizzare ulteriormente la Siria. Il ritratto fatto dalla stampa del Free Syrian Army come di battaglioni compatti di moderati siriani era del tutto delirante. Le unità disciolte sono state riaggregate in centinaia di milizie indipendenti comandate da, o alleate con, i militanti jihadisti, i combattenti più impegnati ed efficaci. A quel punto, le armate sunnite di al-Qaeda in Iraq hanno cominciato ad attraversare il confine dall’Iraq alla Siria e ad unirsi agli squadroni di disertori del Free Syrian Army, molti dei quali addestrati e armati dagli Stati Uniti.

Nonostante il ritratto fatto dai media di una rivolta araba moderata contro il tiranno Assad, i pianificatori dell’intelligence statunitense erano ben consapevoli di sostenere dei jihadisti radicali che probabilmente intendevano realizzare un nuovo califfato islamico nelle regioni sunnite della Siria e dell’Iraq. Due anni prima che i tagliagole dell’ISIL facessero il loro debutto sulla scena mondiale, uno studio di sette pagine del 12 agosto del 2012 della Defense Intelligence Agency, ottenuto dal gruppo di destra Judicial Watch, avvertiva che grazie al sostegno continuo per i jihadisti sunniti radicali da parte degli Stati Uniti e della coalizione sunnita «i salafiti, i Fratelli musulmani e AQI (ora ISIS), sono le principali forze motrici della rivolta in Siria».

Utilizzando i finanziamenti degli Stati Uniti e degli Stati del Golfo, questi gruppi avevano trasformato le proteste pacifiche contro Bashar Assad in «una direzione chiaramente settaria (sciiti contro sunniti)». Il documento osserva che il conflitto era diventato una guerra civile settaria sunnita sostenuta da «poteri politici e religiosi». Il rapporto descrive il conflitto siriano come una guerra globale per il controllo delle risorse della regione con «l’Occidente, i paesi del Golfo e la Turchia a sostegno dell’opposizione [di Assad], mentre la Russia, la Cina e l’Iran sostengono il regime». Gli autori del Pentagono del rapporto di sette pagine sembrano approvare l’avvento previsto del califfato ISIS: «Se la situazione si sbroglia, vi è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o non dichiarato nella parte orientale della Siria (Hasaka e Der Zor) e questo è esattamente ciò che vogliono i poteri che sostengono l’opposizione al fine di isolare il regime siriano». Il rapporto del Pentagono avverte che questo nuovo principato potrebbe muoversi attraverso il confine iracheno verso Mosul e Ramadi e «dichiarare uno Stato islamico mediante la sua unione con le altre organizzazioni terroristiche in Iraq e in Siria».

Naturalmente, questo è esattamente quanto è successo. Non a caso, le regioni della Siria occupate dallo Stato islamico comprendono esattamente l’itinerario previsto del gasdotto del Qatar. Ma poi, nel 2014, i nostri procuratori sunniti hanno provocato orrore nel popolo americano tagliando numerose teste e guidando un milione di rifugiati verso l’Europa. «Strategie basate sull’idea che il nemico del mio nemico sia il mio amico possono portare a una sorta di cecità», dice Tim Clemente, che ha presieduto la Joint Terrorism Task Force dell’FBI dal 2004 al 2008 e servito da collegamento in Iraq tra l’FBI, la polizia di Stato irachena e l’esercito americano. «Abbiamo commesso lo stesso errore di quando abbiamo formato i mujaheddin in Afghanistan. Nel momento in cui i russi hanno lasciato la zona, i nostri presunti amici hanno iniziato a distruggere le antichità, schiavizzare le donne, mutilare e spararci addosso», mi ha detto Clemente in un’intervista.

Quando “Jihadi John” dello Stato islamico ha cominciato a uccidere prigionieri in TV, la Casa Bianca ha cambiato la sua posizione, preoccupandosi meno di deporre Assad e di più della stabilità della regione. L’amministrazione Obama ha cominciato a prendere le distanze dall’insurrezione che avevamo finanziato. La Casa Bianca ha puntato il dito contro i nostri alleati. Il 3 ottobre 2014, il vicepresidente Joe Biden ha detto agli studenti del John F. Kennedy Jr. Forum presso l’istituto di politica ad Harvard che «i nostri alleati nella regione erano il nostro problema più grande in Siria». Ha spiegato che la Turchia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti erano «così determinati ad abbattere Assad» che avevano lanciato una «guerra per procura tra sunniti e sciiti» convogliando «centinaia di milioni di dollari e decine di migliaia di tonnellate di armi verso tutti coloro che sarebbero stati disposti a combattere contro Assad. Tranne che le persone che sono state finanziate erano al-Nusra e al-Qaeda», i due gruppi che si sono fusi nel 2014 per formare lo Stato islamico. Biden sembrava irritato dal fatto che non ci si poteva fidare che i nostri “amici” seguissero l’agenda americana.

In tutto il Medio Oriente, i leader arabi accusano gli Stati Uniti di aver creato lo Stato islamico. Alla maggior parte degli americani, tali accuse sembrano folli. Tuttavia, per molti arabi, la prova del coinvolgimento degli Stati Uniti è così schiacciante che ne concludono che il nostro ruolo nel promuovere lo Stato Islamico deve essere stato intenzionale. In effetti, molti dei combattenti dello Stato islamico e i loro comandanti sono i successori dell’ideologia e dell’organizzazione jihadista che la CIA ha sostenuto per più di trent’anni dalla Siria all’Egitto, in Afghanistan e in Iraq.

Prima dell’invasione americana, nell’Iraq di Saddam Hussein al-Qaeda non esisteva. Il presidente George W. Bush ha distrutto il governo laico di Saddam, e il suo viceré, Paul Bremer, in un atto monumentale di cattiva gestione, di fatto ha creato l’esercito sunnita, ora chiamato Stato islamico. Bremer ha portato gli sciiti al potere e ha messo fuori legge il Partito Ba’th di Saddam, licenziando circa 700.000 funzionari di governo e di partito in maggioranza sunniti, dai ministri agli insegnanti. Ha poi sciolto l’esercito di 380.000 uomini, che era per l’80 per cento sunnita. Le azioni di Bremer hanno spogliato del loro rango un milione di sunniti iracheni, portando via loro le proprietà, la ricchezza e il potere; lasciando sul terreno una sottoclasse disperata di sunniti arrabbiati, istruiti, capaci, addestrati e armati fino ai denti, con poco da perdere. L’insurrezione sunnita in Iraq ha preso il nome di al-Qaeda. A partire dal 2011, i nostri alleati hanno finanziato l’invasione di combattenti dell’AQI (al-Qaeda in Iraq) in Siria. Ad aprile del 2013, dopo essere entrata in Siria, AQI ha cambiato il suo nome in ISIL. Secondo Dexter Filkins del New Yorker, «l’ISIS è gestita da un consiglio di ex generali iracheni… Molti sono membri del partito laico Ba’th di Saddam Hussein, che si sono convertiti all’Islam radicale nelle prigioni americane».

I 500 milioni di dollari in aiuti militari degli Stati Uniti che Obama ha inviato in Siria quasi certamente sono finiti a beneficiare questi jihadisti militanti. Tim Clemente, l’ex presidente della task force congiunta dell’FBI, mi ha detto che la differenza tra il conflitto in Iraq e quello in Siria sono i milioni di giovani uomini che fuggono dal campo di battaglia verso l’Europa, piuttosto che restare a combattere per le loro comunità. La spiegazione ovvia è che i moderati fuggono una guerra che non è la loro guerra. Essi vogliono semplicemente evitare di rimanere schiacciati tra l’incudine della tirannia di Assad sostenuta dai russi ed il martello sunnita jihadista che gli Stati Uniti brandiscono come arma nella loro battaglia globale per il controllo degli oleodotti. Non si può incolpare il popolo siriano di non aver abbracciato un progetto per la loro nazione ideato da Washington o da Mosca. Le superpotenze non hanno lasciato spazio a un futuro ideale per cui i moderati siriani potrebbero decidere di lottare. E nessuno vuole morire per una pipeline.

Qual è la risposta? Se il nostro obiettivo è la pace a lungo termine in Medio Oriente, l’autogoverno da parte delle nazioni arabe e la sicurezza nazionale a casa nostra, dobbiamo considerare qualsiasi nuovo intervento nella regione con un occhio alla storia e un intenso desiderio di imparare la lezione. Solo quando noi americani comprenderemo il contesto storico e politico di questo conflitto potremo applicare l’opportuno controllo sulle decisioni dei nostri leader. Utilizzando lo stesso immaginario e lo stesso linguaggio che ha sostenuto la nostra guerra del 2003 contro Saddam Hussein, i nostri leader politici hanno portato gli americani a credere che il nostro intervento in Siria sia una guerra idealista contro la tirannia, il terrorismo e il fanatismo religioso. Tendiamo a liquidare come mero cinismo le opinioni di quegli arabi che vedono la crisi attuale come una replica delle stesse vecchie trame per il controllo dei gasdotti. Ma se vogliamo avere una politica estera efficace dobbiamo riconoscere che il conflitto siriano è una guerra per il controllo delle risorse, non diversa dalla miriade di guerre clandestine e non dichiarate per il petrolio che abbiamo combattuto in Medio Oriente per 65 anni.

E solo quando vedremo questo conflitto come una guerra per procura combattuta in nome di un gasdotto gli eventi diventeranno comprensibili. È l’unico paradigma che spiega perché il Partito Repubblicano a Capitol Hill e l’amministrazione Obama sono ancora fissati su un cambiamento di regime, piuttosto che sulla stabilità della regione; perché l’amministrazione Obama non può trovare moderati siriani disposti a combattere la guerra; perché l’ISIL ha fatto saltare in aria un aereo passeggeri russo: perché, appena i sauditi hanno eseguito la condanna a morte di un potente religioso sciita, la loro ambasciata a Teheran è stata messa a fuoco; perché la Russia sta bombardando i combattenti non-ISIL e perché la Turchia si è presa la briga di abbattere un jet russo. Il milione di profughi che ora invadono l’Europa sono profughi di una guerra per il petrolio e di una CIA incompetente.

Clemente paragona l’ISIL alle FARC della Colombia, un cartello della droga che usa l’ideologia rivoluzionaria per ispirare i suoi militanti. «Dobbiamo pensare all’ISIS come a un cartello del petrolio», ha detto Clemente. «Alla fine, il denaro è la logica di governo. L’ideologia religiosa è uno strumento che ispira i suoi soldati motivandoli a dare la vita per un cartello del petrolio».

Una volta che spogliamo questo conflitto della sua patina umanitaria e riconosciamo il conflitto siriano come una guerra per il petrolio, la nostra strategia di politica estera diventa chiara. Come i siriani in fuga per l’Europa, nessun americano vuole mandare i suoi figli a morire per una pipeline. Invece, la nostra prima priorità dovrebbe essere quella che nessuno ha mai menzionato: dobbiamo cacciare i nostri signori del petrolio dal Medio Oriente, un obiettivo sempre più fattibile man mano che gli Stati Uniti diventano più indipendenti in campo energetico. Quindi dobbiamo ridurre drasticamente il nostro profilo militare in Medio Oriente e lasciare che gli arabi gestiscano l’Arabia. A parte offrire aiuti umanitari e garantire la sicurezza dei confini di Israele, gli Stati Uniti non hanno alcun ruolo legittimo in questo conflitto. Mentre i fatti dimostrano che abbiamo giocato un ruolo nella creazione della crisi, la storia dimostra che abbiamo poco potere per risolverla.

Osservando la storia, si rimane senza fiato di fronte all’evidenza sorprendente con cui praticamente ogni intervento violento in Medio Oriente da parte del nostro paese, dalla seconda guerra mondiale in poi, si è risolto in un miserabile fallimento, con contraccolpi terribilmente costosi. Un rapporto del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti del 1997 ha rilevato che «i dati mostrano una forte correlazione tra il coinvolgimento degli Stati Uniti all’estero e un aumento degli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti». Diciamolo chiaro: ciò che noi chiamiamo la “guerra al terrore” è in realtà solo un’altra guerra per il petrolio. Da quando il petroliere Dick Cheney ha dichiarato la “guerra duratura” nel 2001, abbiamo sprecato 6 trilioni di dollari su tre guerre all’estero e nella costruzione di una sicurezza nazionale basata sullo stato di guerra. Gli unici vincitori sono stati gli appaltatori dell’esercito e le compagnie petrolifere, che hanno intascato profitti record, le agenzie di intelligence che sono cresciute in modo esponenziale in potere e influenza a scapito delle nostre libertà, e i jihadisti che invariabilmente hanno usato i nostri interventi come il più efficace strumento di reclutamento. Noi abbiamo compromesso i nostri valori, massacrato la nostra gioventù, ucciso centinaia di migliaia di persone innocenti, sovvertito il nostro idealismo e sperperato i nostri tesori nazionali in avventure all’estero inutili e costose. In questo processo, abbiamo aiutato i nostri peggiori nemici e trasformato l’America, un tempo faro di libertà nel mondo, in uno stato di sicurezza nazionale e una minaccia per la pace nel mondo.

I padri fondatori dell’America avevano messo in guardia gli americani contro gli eserciti permanenti, i coinvolgimenti stranieri e, nelle parole di John Quincy Adams, l’«andare all’estero in cerca di mostri da distruggere». Quegli uomini saggi avevano capito che l’imperialismo all’estero è incompatibile con la democrazia e i diritti civili all’interno del paese. La Carta atlantica ribadiva l’ideale originale americano per cui ogni nazione dovrebbe avere il diritto all’autodeterminazione. Nel corso degli ultimi sette decenni, i fratelli Dulles, la banda Cheney, i neoconservatori e i loro simili hanno dirottato tale principio fondamentale dell’idealismo americano e implementato il nostro apparato militare e di intelligence per servire gli interessi mercantili delle grandi imprese e, in particolare, delle compagnie petrolifere e degli appaltatori dell’esercito, che hanno trasformato in profitti il sangue di milioni di persone.

È tempo che gli americani facciano sì che l’America volti le spalle a questo nuovo imperialismo e si riporti sul percorso dell’idealismo e della democrazia. Dovremmo lasciare che gli arabi governino l’Arabia e impegnare le nostre energie nel grande sforzo di costruzione della nostra nazione. Dobbiamo iniziare questo processo non invadendo la Siria, ma ponendo fine alla rovinosa dipendenza dal petrolio che ha distorto la politica estera degli Stati Uniti per mezzo secolo.

Pubblicato su Politico.eu il 23 febbraio 2016. Traduzione di Voci dall’Estero rivista da Thomas Fazi.  

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