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Testimonianze

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Testimonianze

di Fabio Ciriachi
Sguardi impropri dalle feritoie della fortezza.
Ancora dieci senescenze (a seguire)

Ancora dieci senescenze (a seguire)

 UNDICI

Come se lei non fosse lei o non fosse tale o non fosse neanche per la quale, il vecchio si domanda se non convenga puntare agli aspetti più banali della donna amata piuttosto che attribuirle doti tanto incerte quanto intimidenti, e poiché le mosche disturbavano il sonno diurno del bambino il vecchio s’era steso al suo fianco e le cacciava agitando la mano, nel servire spontaneo c’è una grazia che rende armonici anche i gesti più goffi, con tutte le finestre aperte l’aria del temporale mancato spazza le stanze dove per l’intero giorno si sono aggirati corpi in cerca di fresco, il vecchio sa che l’amore vissuto va oltre l’affanno della sua affermazione e che occorre considerarlo sempre nel contesto dall’età avanzata, il calendario dispiega gli ultimi giorni di luglio e la sua ridondanza confonde perché l’italiano offre una sola parola per il tempo cronologico e per quello atmosferico, che poi il mondo possa prendere consistenza solo attraverso i giornali e i notiziari tv è un arbitrio intollerabile anche per chi dubita del concetto stesso di realtà, le notizie a forma di voce amata viaggiano intanto verso il destinatario senza lasciare minimamente intendere la loro imminenza a chi le aspetta con fede.

DODICI

Quando il suo sudore ha un aroma diverso il vecchio capisce che in lui qualcosa sta cambiando e non ne è contento perché a una certa età nessun cambiamento è favorevole, la stessa gioia di relazione che un tempo lo avrebbe spinto euforico nella vita dell’altro adesso lo trattiene beato nella sua, non vuole più comunicare attraverso il clamore delle invasioni travolgenti ma col silenzio della fermezza che rassicura sul sentire reciproco, eppure la mancanza fisica si ostina a fargli compagnia e lo tenta a mettere in gioco un corpo che sempre meno può valere da dono, quanti bei diversivi sulla vita e sulla morte offre la vecchiaia a chi le va incontro senza temerla, quando è in gioco la paura subito il coraggio sente aprirsi spazi inimmaginabili, è di sicuro la sua incapacità di accettare il corpo vecchio dell’altro il motivo per cui ritiene inopportuno offrire all’altro il proprio, eppure sa fin troppo bene che l’amore può fare piazza pulita di ogni più ruvido stato delle cose, ricorda di avere già incontrato la salvezza dell’ignoranza alla fine di complicati percorsi di conoscenza e non si vergogna di contarci ancora.

TREDICI

Nuvole basse sfiorano i fumaioli della terrazza di fronte che nel sole sembra la tolda di una nave a vapore, è come partire via mare con tutto il tempo per vedersi allontanare, in esergo a Breve lettera del lungo addio Peter Handke cita da Anton Reiser di Karl Philipp Moritz e dice tra l’altro “era un tempo buono per andar via”, qui vento e umidità rinfocolano l’abbandonarsi e il vecchio accoglie fiducioso le tante presenze annidate dietro gli occhi chiusi, per fortuna i disaccordi sono rari altrimenti crollerebbe per eccesso di emozione orfana, la voce dei cantanti che hanno provato ad addomesticare la morte e ne sono stati irretiti ha la morbidezza delle stelle spente, prova un affetto retroattivo quando la coscienza si volta a piangere per un lutto lontano nel tempo, dormono a lungo nel sogno del loro stesso mistero i morti che hanno lasciato in eredità cibo per l’anima restio a degradarsi, il vecchio guarda ciò che ha davanti e non si sgomenta alla prospettiva che quanto vede sia l’unica realtà rimasta perché è certo che nulla potrà mai intaccare il suo sentimento della durata, con un coraggio che non sospettava apre il quaderno e scrive: “io non sono come le mie parole, in esse profondo il meglio di me e dopo ogni frase che brilla il vuoto della bellezza andata viene colmato da aridità e accidia, per questo è meglio leggere i miei libri e starmi il più possibile lontano”, poi traccia una riga sotto quello che ha scritto e si commuove per come viene tremula e obliqua malgrado abbia cercato di farla dritta e orizzontale.

QUATTORDICI

Al risveglio pubblica il suo post su facebook e prende le medicine per la pressione, prima di uscire chiude persiane e finestre e mette nella borsa le ciabattine infradito, compra il biglietto del treno e il solito regalo per il bambino, il treno è in orario e il clima sopportabile, altri affetti stanno in una lontananza eloquente e sa che prima o poi tornerà a incontrarli, è aperto alle parole ferme della scrittura e a quelle aeree della riflessione, fa anche in tempo a giocare al superenalotto, dopo pranzo guarda l’energia di eucalipti e palme che dalla mattina il vento attraversa agitandone rami e fronde, brulicano in tanto verde le movenze arboricole come discorsi di un coro dove ognuno dice quel che vuole col risultato di un’armonia che a guardarla da sotto strazia gli occhi per quanto s’erge fronzuta fino a venti metri e passa, in questo tratto di costa laziale il vecchio è devoto alla nudità degli eucalipti quando perdono sfoglie di corteccia e le chiazze sui tronchi fanno pensare a una livrea mimetica, sono tronchi animali col liscio di epidermidi mai viste che forse non amerebbero l’abbraccio umano.

QUINDICI

Quando per l’ascolto casuale di una voce penetra sempre più l’intimo dello sconosciuto che parla fino a risvegliarsi come da un sogno in quella vita estranea che non sapeva fosse la sua, quando il silenzio è più eloquente di qualunque parola e obbliga l’immaginazione a fare a meno dei soliti repertori per avvicinarsi meglio a ciò che non sa rappresentare, quando il tempo si nasconde dietro il dondolio del treno e riesce a correre a una velocità che per statuto non potrebbe mai raggiungere, quando gli specchi della casa che ospita il bambino connotano la ridondanza fisica del vecchio attraverso certe angolazioni che oltre all’immagine frontale gli offrono anche la goffaggine di quelle laterali e posteriore, quando la luna quasi piena pesa di una luce che ha nel blu del ceruleo la sua traduzione sonora, quando la notte si ferma perché i sogni collettivi sono così prossimi a risolversi da distrarre chi controlla l’esecuzione del tempo, quando sente di andare verso il sonno come inquadrato da un forte teleobiettivo e non si rende conto che lo sfocato di quella minima profondità di campo è la prova della grande distanza che è riuscito a mettere fra sé e sé, quando pensa con terrore che potrebbe anche perdersi di vista, quando pensa con amore che potrebbe anche perdersi di vista.

SEDICI

Dopo l’esplosione che lo ha scagliato a un’altezza emotiva non proprio senile la cenere sedimentata intorno al vecchio è il paesaggio più fedele del suo tempo illeso, poteva cadere da se stesso con il solo paracadute dell’entusiasmo e ferirsi come i delusi d’amore, il vecchio ricorda i dettagli del fuoco che per un po’ è riuscito a essere e non si soffia dentro per ravvivarne il calore, il bambino cresce alla velocità di una nave che fa il giro del mondo sull’atlante e il suo disegnarsi persona ha la grazia somatica delle promesse giovani, ormai la sensibilità permette al vecchio di ricevere e trasmettere senza mediazioni tecnologiche per questo non dà troppa importanza alla presenza del Wi-Fi, quando passa vicino all’ex-mattatoio il vecchio considera di essere nato a Testaccio durante la seconda guerra mondiale e l’immagine di sua madre incinta di lui che scappa nel rifugio prima dei bombardamenti illumina il quartiere di una luce eroica, da uomo di un altro secolo vive con scetticismo e prudenza l’infanzia di quello attuale e non smette di pensare che abbia comunque un senso essere in scena malgrado le fatiche e il mal di schiena.

DICIASSETTE

Vede solo piccoli scorci di mondo dietro il riflesso dei vetri macchiati, sul verde della natura risalta il rosso degli autobus mentre la strada si confonde col cemento del viadotto, il vecchio interroga con gli occhi quel che vede e siccome invidia quanti sono presi dal fare qualcosa non dedica al cielo alcuna attenzione, ora che sa di essere un figurante come tutti gli sembra privo di senso aspettarsi un raccolto da terreni coltivati in sogno, il colore che più ama lo desidera su un metallo verniciato a fuoco, indenne ai graffi teme in particolare la solitudine del pezzo destinato a un assemblaggio il cui know how è sconosciuto a tutti, si compiace di sapere che prima o poi servirà a qualche futuro funzionamento di macchine incomprensibili, benché in molte occasioni sia stato decisamente cattivo lo ritengono meritevole del premio riservato ai buoni, vede gli animali più diversi nei gesti e negli sguardi delle persone e si domanda perché esprimano tanta paura di essere attaccati se poi basta un sorriso per dissuadere dalla ferocia chi era pronto a sbranarli, pensa alle parole come all’architettura dei guaiti di aiuto lanciati dai cuccioli di giganti così che il Cacciatore si lasci ammaliare dal sentimento delle costellazioni e li risparmi.

DICIOTTO

Davanti alla finestra spalancata la notte del cortile non sa bene quale buio raccontare fra i tanti appesi alle persiane chiuse, poi una vena serpeggia sul dorso della mano e lì dove è bagnato i peli aderiscono alla pelle, il bambino gioca sul letto per allontanare con la stanchezza le sue paure dal sonno che neanche sbadiglia, il vecchio vuole che trascorra tanto silenzio quanto ne occorre per dimenticare la troppa vicinanza dei lontani, sa che solo attraverso la perdita può guarire dal male delle ombre che al contempo scaccia e chiama affinché la tensione fra opposti si traduca in un nulla di fatto pieno di possibilità, “pochi capiscono che esiste un rifiuto che non ha nulla in comune con la rinuncia” dice dentro di sé in piena notte con quella che immagina fosse la voce di Camus, al momento opportuno resta muto e sordo per impedire all’intelligenza dei suoni di suggerirgli parole che potrebbero rovinare tutto, l’insensatezza di rispondere “bene” o “male” alla domanda “come stai?”, la superficialità con cui si rivolge all’interlocutore la domanda “come stai?” senza neanche porsi il problema che nella sua stessa formulazione si dà per scontato quel modo permanente di “essere” possibile soltanto nell’artificio atemporale della fotografia, il dispiacere con cui David Mus recriminava che nella lingua francese non esistesse l’equivalente di “stare” e si fosse quindi costretti a sopperire con un’ulteriore estensione di “essere”, prima di disporsi al sonno il vecchio conviene che i problemi relativi allo “stare” sarebbero anche filosoficamente superabili  e che invece sono quelli relativi al “come” a causare i problemi più grandi a chi decidesse di rispondere compiutamente alla domanda “come stai?”.

DICIANNOVE

Mentre aumentano le parti di sé che non vuole più mostrare agli altri riduce il numero delle persone a cui mostrarsi e pensa che in fondo il suo modo di sparire piano sia naturale, non vede contrasto fra aiutare il bambino a crescere e se stesso a sparire perché la graduale sottrazione di sé alla vita lo fa essere più essenziale nell’educazione del bambino, la coscienza di non avere molto tempo a disposizione rende il vecchio poco propenso allo spreco, si scopre con sorpresa più impaziente di prima e attribuisce il cambiamento a una volontà di essere o di avere i cui dettagli ancora gli sfuggono, è come se quello che di lui svanisce si mutasse in voglia di altro, il vecchio non sa bene se arrendevolezza e volontà siano compatibili fra loro o se invece non debba prepararsi a sostenere un nuovo conflitto interiore, trova ogni sera la strada per il letto anche se da anni cambia di continuo, si sdraia sempre in certe posizioni praticabili ovunque ed è così abituato a dormire in piena luce che anche al buio si copre gli occhi con la mano, l’altra la tiene lungo il fianco come fosse capace sia di abbandono solitario sia d’intrecciarsi con le forme di un corpo, tutto quello che adesso ancora non sa sussurra la sua imminenza in qualche parte intima di lui da cui trasudano nebbie che non ama, la distanza si riempie di diversità sconosciute se perde il filo che gl’inventa il sogno.

VENTI

Quando una musica lo mette in contatto con l’amore non dato e con quello non avuto sente che piangere lo fa uscire prima dal subbuglio emotivo perché accettare che la bellezza sia  irrimediabilmente persa gli provoca un dolore che in parte si lenisce da solo, e se invece non piangesse per le cose mancate ma per quelle che a causa della vecchiaia mancherà?, se piangesse per la certezza di non poter più essere né oggetto né soggetto di amore virile?, conviene che non si tratta solo di corpo malconcio o di aspetto poco attraente ma di una specie di intrinseco divieto che rende risibile l’idea stessa di un progetto a due in assenza del tempo necessario a formulare il “per sempre” che gli amanti esigono all’inizio della loro avventura insieme, la vista del bambino che dorme nella luce dell’alba lo fa vergognare delle ambasce notturne e la bellezza del suo corpo abbandonato gl’infonde una fiducia che restituisce luce a tutte le cose, è come se attraverso l’amore paterno salvasse tutte le altre forme d’amore, è dopo queste tempeste e questi ritorni alla calma che la nebbia delle emozioni si dirada e il vecchio vede in modo chiaro e netto quanto preziosa sia la solitudine che infine sta per raggiungere, la solitudine della vecchiaia si mostra così forte da indurlo a credere che quando si sarà unito a essa potrà godere di un’ energia inesauribile, prima di rimboccarsi le maniche per il daffare del giorno il vecchio fantastica che la sua solitudine potrebbe somigliare alla pienezza di quell’invecchiare assieme di cui si favoleggia ma che a lui non è riuscito.