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Brexit ed il trilemma della globalizzazione

Brexit ed il trilemma della globalizzazione

di Dani Rodrik 

Non ho scritto molto sul Brexit perché non ho un’opinione chiara a riguardo. La mia personale speranza è che il Regno Unito scelga di rimanere nell’UE – anche perché ritengo che senza il Regno Unito l’UE diventerà ancora meno democratica e ancora più testarda di quanto non sia già, a causa dei probabili costi economici del Brexit.

Sì, penso che un’uscita implichi un serio rischio economico per il Regno Unito (e forse per l’economia globale nel complesso), anche se penso che esistano ampi margini di incertezza intorno ai pronostici quantitativi presentati dal Tesoro britannico e da molti economisti inglesi. Ma esistono anche seri problemi relativi alla natura della democrazia e dell’autogoverno nell’UE per come è attualmente costituita.

Ambrose Evans-Pritchard (AEP) ha scritto un ottimo articolo in cui propone un’argomentazione politica a favore del Brexit. AEP dice di non condividere il tono sciovinista e nativista della campagna pro-Brexit. Mettendo da parte le distorsioni e le menzogne promosse dai “Brexiters”, AEP sostiene che il referendum solleva importanti domande sul futuro del Regno Unito:

Ridotta all’essenza, alla fine si tratta di una scelta fondamentale: se ripristinare il pieno autogoverno di questa nazione, oppure continuare a vivere in un regime sovranazionale governato da un Consiglio europeo che non abbiamo eletto in nessun modo significativo, e che i cittadini britannici non potranno mai rimuovere, anche quando insiste a commettere errori…

Quello che dobbiamo decidere è se farci guidare da una Commissione con poteri quasi esecutivi che opera più come le istituzioni chiericali del papato del 13esimo secolo che come un servizio civile moderno; e se vogliamo sottometterci ad una Corte di giustizia europea che invoca una supremazia indiscriminata, senza possibilità di appello…

Dobbiamo chiederci se pensiamo che le nazioni europee siano le uniche autentiche sedi della democrazia, che si tratti di questo paese, della Svezia, dell’Olanda o della Francia.

Il problema è che l’UE è più una tecnocrazia che una democrazia (AEP la definisce «una nomenclatura»). Un’ovvia alternativa al Brexit sarebbe quella di costruire una reale democrazia europea. AEP cita Varoufakis, che si batte contro il Brexit e sostiene la necessita di compiere «un enorme passo in avanti verso gli Stati Uniti d’Europa con un vero parlamento e un presidente eletto che sia chiamato a rispondere delle sue decisioni». Secondo AEP, però:

Non credo che questo sogno sia lontanamente possibile, e neanche auspicabile, e comunque non è un’offerta sul piatto. Dopo sei anni di crisi dell’eurozona non si vede nemmeno l’ombra di un’unione fiscale: non ci sono eurobond, non c’è un fondo di redenzione del debito di tipo hamiltoniano, non c’è condivisione del debito e nemmeno trasferimenti di bilancio. L’unione bancaria contraddice il suo nome. La Germania e gli Stati creditori hanno puntato i piedi su tutto.

Tutto ciò è ovviamente quello che ho cercato di spiegare con il “trilemma politico dell’economia globale”, riprodotto qui sotto.

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Il trilemma sostiene che la democrazia è compatibile con una integrazione economica profonda solo se viene transnazionalizzata anche la democrazia – la soluzione auspicata da Varoufakis. AEP, invece, ritiene che un super-Stato democratico non sia fattibile, e nemmeno auspicabile.

Va notato che le tensioni che sorgono tra democrazia e globalizzazione non derivano unicamente dalle limitazioni che quest’ultima impone alla sovranità nazionale. In certi casi i vincoli esterni – come nel caso della delega democratica – possono ampliare la democrazia invece di limitarla. Ma esistono anche molte circostanze in cui le regole esterne non soddisfano le condizioni della delega democratica. A tale proposito, si veda questa discussione.

AEP ritiene che le regole europee si annoverino in quest’ultima categoria. A preoccuparlo non è solo la burocrazia europea (ed in particolare il suo trattamento della crisi dell’euro), ma anche e soprattutto l’autorità esercitata dalla Corte di giustizia europea sulle politiche nazionali, senza possibilità di appello. Sulla clausola di opt-out del Regno Unito scrive:

Devo anche aggiungere che la clausola di opt-out dalla Carta in base al Protocollo 30, descritta come «chiarissima» da Tony Blair nella Camera dei Comuni, è stata spazzata via dalla Corte di giustizia europea.

Non ho un’opinione chiara sull’argomentazione di AEP – se l’autogoverno del Regno Unito sia realmente limitato dall’UE e in che misura, o se la sua clausola di opt-out sia stata vanificata dalla Corte di giustizia. Ma è evidente che le regole europee necessarie al funzionamento del mercato unico si sono estese ben al di là dei confini di ciò che può essere sostenuto dalla legittimità democratica. A prescindere dalla clausola di opt-out, ci troviamo chiaramente di fronte al trilemma di cui ho parlato poc’anzi. Nel linguaggio evocativo di AEP:

Il progetto [europeo] toglie linfa vitale alle istituzioni nazionali, ma non le sostituisce con qualcosa di attraente o di legittimato a livello europeo. Ne porta via tutto il carisma, e lo distrugge. È così che muoiono le democrazie.

Ho concepito il trilemma della globalizzazione per la prima volta nel 2000, quando mi fu chiesto di contribuire ad un’edizione speciale del Journal of Economic Perspectives. Mi fu chiesto di immaginare quale sarebbe stata la natura dell’economia globale tra 100 anni. Lo presentai come l’equivalente politico del trilemma macroeconomico di un’economia aperta, ben noto agli economisti, secondo cui non possono coesistere i tre elementi seguenti – perfetta mobilità dei capitali, regime di cambi fissi e autonomia nella politica monetaria – ma solo due di essi. Al tempo pensavo – e lo penso ancora – che questo sarà uno degli elementi principali che guiderà l’evoluzione dell’economia politica globale.

Nel 2000 vedevo l’UE come l’unica regione dell’economia globale che potesse combinare con successo l’iperglobalizzazione (“il mercato unico”) con la democrazia, attraverso la creazione di un demos e di un ordinamento politico europei. Ho espresso la stessa opinione, in maniera un po’ più cauta, anche nel libro del 2011, La globalizzazione intelligente.

Ma adesso devo ammettere che avevo torto. La maniera in cui la Germania ed in particolare Angela Merkel hanno reagito alla crisi del debito in Grecia ed in altri paesi ha sepolto qualunque speranza di costruire un’Europa democratica. Avrebbe potuto presentare la crisi come una crisi di interdipendenza («Abbiamo tutti contribuito a crearla, e dobbiamo contribuire tutti a risolverla»), sfruttandola come opportunità per fare un salto in avanti verso una maggiore unione politica. Invece l’ha trattata come una morality play, con i paesi responsabili del nord da un lato e gli scansafatiche del sud dall’altro, affidandone la risoluzione ai tecnocrati europei, che hanno proposto soluzioni economiche devastanti.

Come ci ricordano i critici del Brexit, i costi economici di un’uscita dal Regno Unito potrebbero essere notevoli. Ora sta ai cittadini britannici decidere se il ripristino dell’autogoverno giustifica tali costi. EAP è ben conscio del fatto che questo comporta un «rischio calcolato». La mia generazione di turchi considerava l’Unione europea un modello da emulare ed un faro di democrazia. Mi rattrista vedere che oggi rappresenta uno stile di governo così antitetico alla democrazia che anche osservatori attenti e ragionevoli come AEP pensano che uscirne sia l’unico modo pe restaurare la democrazia.

Pubblicato sul blog dell’autore il 13 giugno 2016. Tradotto in esclusiva per Oneuro/Eunews da Thomas Fazi. 

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