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Loro non hanno paura della Brexit (ma sono molto stanchi dell’Italia). Intervista a tre (giovani) cervelli in fuga.

Loro non hanno paura della Brexit (ma sono molto stanchi dell’Italia). Intervista a tre (giovani) cervelli in fuga.

Bruxelles – Si è tornato a parlare molto di “fuga di cervelli” e soprattutto di ‘giovani cervelli’ nelle ultime settimane, dopo che l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire) ha calcolato che erano saliti a 107.529 i cittadini italiani ‘espatriati’ per motivi di studio o di lavoro. A lasciare il Paese sono stati soprattutto dei ragazzi tra i 18 e i 34 anni (39.410 pari al 36,7%). La meta prediletta è stata la Germania (16.568), mentre Lombardia (20.088) e Veneto (10.374) sono le principali regioni da cui si ‘fugge’, vedendo però al quarto posto la regione della Capitale, il Lazio. Dopo la Germania, al secondo posto si piazza la Gran Bretagna con ben 16.503 giovani. Noi abbiamo scelto, però di far parlare tre ragazzi italiani giovanissimi, di età compresa tra i 16 e i 19 anni, del loro espatrio in Uk. Nel 2015, secondo il Miur ben 7.400 giovani studenti delle scuole superiori italiane hanno scelto di trascorrere un anno all’estero. Serena, una ragazza romana di 16 anni e mezzo, frequentante uno dei primi sei licei scientifici della Capitale (dati Fondazione Agnelli), è una di esse. Durante l’anno scolastico 2015/2016 ha partecipato ad un’exchange year in Gran Bretagna (per la precisione a Londra) e da subito è “rimasta incantata dal sistema scolastico inglese” che, testualmente “mi ha colpito non per le nozioni insegnate le quali a mio parere sono relativamente scarse rispetto a quelle insegnate nella scuola italiana, ma per il rapporto scuola-studente e scuola-famiglia”. Cosa ha sorpreso di più Serena della filosofia pedagogica della scuola inglese che ha frequentato? “Gli studenti vengono riconosciuti come individui (non parti di un gruppo) e in quanto tali gli vengono attribuiti diversi livelli e capacità di apprendimento; vengono aiutati con tutti i mezzi possibili al fine del loro buon rendimento non solo nell’ambito scolastico, ma anche nella vita quotidiana. Nella scuola inglese vengono insegnati i ‘valori britannici’ e molto spesso durante le assemblee e la registration (una mezz’ora di appello prima dell’inizio delle lezioni) si espongono e discutono argomenti di attualità. Durante i colloqui genitori-insegnanti, i ragazzi sono sempre presenti al fine di un equo confronto”. Quando abbiamo chiesto a Serena cosa penserà di fare una volta terminati gli studi nella sua High School londinese, lei ci ha risposto senza mezzi termini: “Ho deciso di finire i miei studi di scuola secondaria e continuare per l’università in Gran Bretagna in quanto penso fermamente che una laurea in lingua e ambiente inglese influisca e apra molte porte in ambito lavorativo, cosa a mio parere non possibile in Italia”.

La terra d’Oltremanica è scelta soprattutto dagli studenti liceali o neodiplomati. Secondo i dati Unesco citati nel rapporto Aire, infatti, nel 2013 (ultimo dato disponibile) erano 9.499 gli allievi provenienti dal Bel Paese negli atenei britannici. Tra loro troviamo anche Filippo, 18 anni da poco compiuti, diplomato anche lui a Roma e Lavinia, 18 anni e mezzo, entrambi provenienti dallo stesso Liceo Scientifico del quartiere Trieste-Coppedé.

Perché avete scelto di studiare in UK?

Inserii la Gran Bretagna tra le possibili mete dei miei studi futuri quando sono uscito dalla scuola privata Inglese-Internazionale ‘St. George’s British International School’ di Roma” risponde Filippo “Una volta approdato alla scuola statale italiana, fui ancora più convinto che il mondo anglosassone non fosse solo tecnologicamente più avanzato, ma che tenesse molto di più all’apprendimento e al percorso extra-scolastico di ciascun studente. Di certo il differente sistema d’insegnamento non ha contribuito all’adattamento, ma fu probabilmente quel primo impatto che mi convinse ad andare all’università in Gran Bretagna”. Filippo ha scelto di studiare a Bath: “Ho scelto di studiare Ingegneria Meccanica. Dopo aver mandato la richiesta alle varie università attraverso il sistema centralizzato delle università inglesi (Ucas), ho ricevuto diverse offerte con la condizione di avere un minimo di 95/100 all’esame di Stato, oltre a 15/15 e 14/15 in Matematica e in Fisica (15/15 o in Matematica o in Fisica). Ho scelto il college di Bath non solo per la qualità del dipartimento di Ingegneria meccanica (terzo in Gran Bretagna nei ranking internazionali), ma anche per la possibilità che l’università concede nello sviluppare i propri hobby e portarli ad un livello accademico. Per esempio un gruppo di studenti appassionati di automobili ha formato 15 anni fa una squadra di Kart che oggi è la prima in Gran Bretagna”.

Lavinia ha scelto Londra. Ha deciso di iscriversi in Gran Bretagna perché ha trovato che l’approccio all’insegnamento dell’Architettura, fosse più efficace rispetto al metodo di insegnamento alquanto “vecchio stile” vigente in Italia. “Le lezioni teoriche cosiddette ‘frontali’ sono in quantità molto minori rispetto alle lezioni di tipo pratico (più di 14 ore di laboratorio a settimana, con un tutorato di professori di altissimo livello che sono anche architetti e nel frattempo praticano la loro professione in studi privati e in grandi firme, e ore di laboratorio individuale a scelta), e ciò permette a noi studenti di ‘sporcarci le mani’ fin da subito e poter imparare i principi spiegati teoricamente in maniera pratica, veloce e molto più incisiva”. Ma la prima ragione per cui Lavinia ha scelto di trasferirsi nel Regno Unito è stato, ovviamente, il lavoro: “Il settore dell’architettura in Italia è saturo, e ho ben potuto constatare questo fatto da esperienze familiari. Sempre legato al mondo del lavoro è il fatto che l’Italia prospera di piccoli studi di Architettura a gestione familiare, mentre qui in Inghilterra, particolarmente a Londra, vi sono per lo più studi internazionali e di grande fama mondiale”. Lavinia pensa in grande mentre frequenta i corsi della Westminster University, il suo obiettivo è il design e l’Architettura di interni. A tutti e tre abbiamo parlato di Brexit, e abbiamo chiesto loro che impressione gli avesse fatto aver scoperto una Gran Bretagna ‘contro’ l’Europa e, forse, ‘contro’ gli stranieri.

La Brexit Vi ha spaventati?

Se devo essere sincera sì, mi ha spaventata” risponde Lavinia “ma non in maniera particolarmente forte. Ero consapevole di cosa si stava andando in contro ma allo stesso tempo fiduciosa e serena in quanto l’università stessa è stata in grado di rassicurarmi in maniera efficace su diverse questioni come il prestito studentesco, la retta universitaria e il posto stesso. Rimango comunque in pensiero su cosa accadrà una volta finito il corso, dato che in questi 3 anni potenzialmente molte cose potrebbero cambiare, oppure no”. 

Non è di diverso avviso Serena: “Sono stata coinvolta in prima persona nella campagna contro la Brexit durante il referendum, facendo volantinaggio di mia iniziativa personale con il padre della famiglia che mi ospita. La Brexit non mi ha spaventata affatto sono semplicemente rimasta sorpresa percependo nei risultati una netta divisione dei votanti tra due possibilità propostegli. Non penso che la Brexit possa fermare o rallentare, né al momento né in futuro, alcuna prospettiva di studi per gli studenti stranieri. In ambito lavorativo non saprei come prevedere il futuro in quanto al momento sono ancora in atto discussioni e proposte da parte del governo inglese”. Filippo, invece, è addirittura laconico: “La Brexit non mi ha spaventato molto, per il semplice fatto che ancora non so cosa significhi effettivamente per me. Quello che si sa è che la maggioranza dei cittadini britannici ha deciso di abbandonare questo modello di organismo Europeo. Atterrato in Aereoporto sono entrato come sempre nella corsia “Home/Eu” e all’università per i primi due anni pagherò esattamente come i cittadini britannici. Cosa succederà dopo i due anni non lo so ma non credo sia utile spaventarmi adesso, credo che basti rimanere aggiornato e seguire le trattative che seguiranno, sapendo di essere coinvolto in prima persona”.

Un importante membro del Governo Conservatore di Teresa May, Amber Rudd, ministra degli interni, si è mostrata ferma nell’intenzione di censire i lavoratori stranieri (facendo anche una figuraccia con un vecchio questionario sulla loro provenienza ‘dialettale’). Poi ha fatto dietrofront. Avete  avuto modo di apprendere questa notizia? Che effetto Vi ha fatto?

La dichiarazione della ministra Rudd non ha per niente senso per quanto mi riguarda” risponde lapidario Filippo. “Il Regno Unito ha sempre tratto profitto da altre nazionalità sin dalla sua stessa istituzione. Non credo che una impresa di soli lavoratori inglesi che abbiano studiato solo in scuole e università inglesi (oppure sono accettati inglesi che studiano all’estero?!) possa resistere molto in un mercato globalizzato che tende sempre di più all’internazionalità, come quello attuale. Si comporterebbe come un’azienda debole come qualsiasi azienda che non accetta di affacciarsi verso il resto del mondo, e credo che tutte le aziende britanniche lo sappiano già e ignorino del tutto queste affermazioni del tutto inutili”. Lavinia si mostra più comprensiva: “Penso che sia molto comprensibile perché molti ‘adulti’ si sentono letteralmente invasi e non hanno tutti i torti dato che per le strade sento parlare più italiano che inglese, ma allo stesso tempo credo sia un pensiero che definirei antico. Ormai viviamo in una società altamente globalizzata e resta inevitabile il continuo spostamento di grandi masse di popolazioni alla ricerca di uno stile di vita migliore”.

Che aria si respira tra i giovani italiani venuti qui per studiare o lavorare? Pensate di tornare una volta laureati? Come vedete il vostro futuro?

Filippo è tranquillo: “Il secondo giorno all’università mi sono incontrato con tutti gli altri italiani e al momento tra i miei amici molti sono italiani. Se da un lato siamo diversi per molte cose, almeno ceniamo tutti verso le 20.30 e non alle 18 come gli inglesi! Durante il terzo anno farò il ‘Placement’, un anno di esperienza lavorativa retribuita in una azienda di Ingegneria, la quale dovrebbe poi assumermi (se tutto va bene) appena laureato. Per il momento non vedo l’ora di continuare a studiare la facoltà che mi piace, conoscere nuove persone e fare molte esperienze”.Il mio rapporto con gli italiani che come me studiano e/o lavorano in Italia è buonissimo” aggiunge Lavinia. “Noi Italiani sentiamo il dovere di ricreare un ambiente a noi familiare e quindi molto spesso creiamo dei gruppi che diventano come una seconda famiglia. Non potrei vederlo meglio. Il corso mi piace moltissimo, anche se richiede una grandissima mole di lavoro. Sono felice di essermi trasferita e aver intrapreso questo percorso di studi e sono sicura che le mie aspettative non saranno deluse. “Non ho intenzione di tornare in Italia alla fine dei miei studi” chiude secca Serena “ma questo non implica che io debba rimanere in Inghilterra. Non vedo l’Italia come il paese nel quale vorrei vedere crescere i miei figli, sia per le scarse possibilità lavorative che il malfunzionamento della politica. Tra di noi ci capiamo, perché sappiamo tutti il motivo per il quale non siamo nel nostro paese di nascita, per il quale siamo lontani da amici e famiglia, dalle comodità che abbiamo sempre avuto; e il motivo è che non crediamo nel nostro paese. Noi giovani italiani non crediamo di avere un ‘nostro futuro’ lì e quindi dobbiamo e vogliamo andare altrove e la Gran Bretagna è un’ottima opzione. Prevedo un fiorente futuro per me nel caso in cui frequentassi un’università inglese in quanto credo nelle possibilità che mi sarebbero offerte avendo una laurea (o addirittura un aggiunto master) in lingua inglese. Diciamo che mi sentirei come se tutto fosse a portata di mano dopo una preparazione ad alti livelli (niente togliendo alle università italiane le quali vengono stimate a livello internazionale)”.

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