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Briefing Tematico: Il Quantitative Easing
Mario Draghi

Briefing Tematico: Il Quantitative Easing

EuVisions,

Autore: Federico Maria Ferrara,

Traduzione dall’inglese a cura di Elisa Carrettoni

IL CONTESTO

Con lo scoppio della crisi finanziaria nel 2007-9 la Banca Centrale Europea (BCE) ha introdotto una serie di misure per promuovere il rilancio economico dell’Eurozona. Alcuni di questi interventi sono mirati a semplificare l’erogazione di crediti dal sistema bancario all’economia reale. I tagli dei tassi di interesse sulle principali operazioni di rifinanziamento e il piano di rifinanziamento a lungo termine (Long term refinancing operation ,Ltro) rientrano in questa categoria. Successivamente la Banca ha attuato altre azioni, politicamente più controverse, per dare un impulso più diretto a crescita e inflazione. Tra di esse c’è il cosiddetto “quantitative easing” (QE). Per QE si intende una serie di programmi di acquisto di attività finanziarie volti a incrementare la liquidità all’interno dell’economia.

 In generale, i programmi di QE possono includere una serie di asset finanziari: non solo titoli di stato ma, per esempio, anche debito di istituzioni private. Sia la Federal Reserve che la Banca d’Inghilterra hanno messo in campo interventi di QE poco dopo l’inizio della crisi. La BCE invece si è mossa con più lentezza. Il primo passo fondamentale in questa direzione è stato il lancio delle Outright Monetary Transactions (OMT), un piano di intervento reso noto nell’estate del 2012 che prevede l’acquisto sul mercato secondario di titoli di stato a breve termine di Paesi in difficoltà macroeconomica. Annunciato all’apice della crisi dell’euro, il programma OMT non è in realtà mai stato attivato. Nonostante ciò, secondo molti analisti, la sola pubblicizzazione del piano ha avuto il merito di impedire il collasso dell’Eurozona.

 Il programma di acquisto di obbligazioni della BCE, partito nell’ottobre del 2014, era invece inizialmente incentrato sui titoli del settore privato. Solo più tardi, nel gennaio del 2015, è stato annunciato un vero e proprio intervento di QE con l’estensione del programma all’acquisto di titoli di stato di paesi dell’Eurozona sul mercato secondario. La logica sottesa all’applicazione del QE in Europa è diversa dal caso americano o inglese: mentre la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra hanno puntato, con un intervento tempestivo, a compensare gli effetti dannosi della crisi finanziaria sulla crescita economica, la BCE ha deciso di avviare il QE soprattutto per combattere la deflazione, coerentemente con l’Art. 127 (1) del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che indica la stabilità dei prezzi come obiettivo principale della BCE.

 Dopo l’annuncio del gennaio 2015, nel marzo dello stesso anno la BCE ha dato avvio all’acquisto di circa 60 miliardi di euro di titoli di debito pubblici e privati ogni mese. Il programma inizialmente doveva proseguire fino al settembre del 2016, per un totale di oltre 1 miliardo di euro. Tuttavia, a fronte di crescita e inflazione ferme, nel marzo del 2016, il presidente della BCE Mario Draghi ha annunciato l’attuazione di ciò che la stampa ha soprannominato “bazooka”, con l’innalzamento della quota mensile di titoli acquistati a 80 miliardi di euro (inclusi titoli di società non-bancarie) e la riduzione ai minimi storici del tasso d’interesse di riferimento.

 LE FRATTURE POLITICHE

Le dispute sul QE coinvolgono attori sia nazionali che sovranazionali. Riguardo alle divisioni intergovernative, mentre alcuni capi di stato e di governo vedono di buon occhio i tentativi da parte della BCE di comportarsi come una banca centrale tradizionale—è questo il caso, per esempio, del presidente francese François Hollande, che ha più volte incoraggiato un impegno maggiore per stimolare la crescita e abbattere un “reale rischio deflazionistico” in Europa—altri hanno assunto una posizione più vaga riguardo alle politiche “non convenzionali” della BCE. Angela Merkel, per esempio, ha tenuto una linea defilata sul QE. Lo stesso non può dirsi del Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, il quale ha manifestato spesso una posizione critica verso Draghi per le iniezioni di liquidità della BCE. Altri politici tedeschi, come il deputato conservatore Markus Ferber, hanno manifestato un dissenso ancora maggiore, accusando la BCE di andare oltre il proprio mandato.

 Il conflitto si riproduce tra i banchieri centrali nazionali direttamente coinvolti nel processo decisionale della BCE assieme ai membri del suo comitato esecutivo. Inutile dire che il ruolo principale qui è del Presidente Mario Draghi, il quale ha iniziato a porre la questione del QE ben prima che questo venisse attuato, e la cui presa di posizione ha acquisito slancio proprio in concomitanza con la stagnazione economica e inflazionaria. L’opposizione più forte al QE è arrivata, non sorprendentemente, della Bundesbank e dal suo Presidente Jens Weidmann—l’unico ad opporsi formalmente nel 2012 anche al programma OMT. Ha espresso scetticismo anche Sabine Lautenschläger, membro tedesco del board della BCE, la quale si è detta perplessa circa l’effettiva necessità del QE, affermando che quest’ultimo debba essere avviato solo a fronte di “rischi straordinari” per l’economia. C’è da dire però che la posizione generale della Bundesbank ha subìto un ammorbidimento parziale nel tempo: a partire dal 2014, infatti, la banca centrale tedesca ha mostrato una maggiore disponibilità all’acquisizione da parte della BCE di asset pubblici e privati che soddisfino determinati standard di qualità. Quanto al resto dei banchieri centrali della zona euro, la gran parte si è rivelata propensa al QE. Tra di essi il Presidente della banca d’Austria Ewald Nowotny, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, e il membro francese del comitato esecutivo della BCE, Benoît Coeuré. Klaas Knot, Presidente della banca d’Olanda, è invece rimasto vicino alla posizione tedesca.

 Un’altra parte ugualmente importante nelle dispute sulle politiche non convenzionali della BCE spetta alle corti. Nel giugno del 2015 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha respinto un ricorso tedesco contro il programma OMT della Banca, stabilendo che “il programma di acquisto di obbligazioni governative sui mercati secondari non oltrepassa i poteri di politica monetaria della BCE e non contravviene al divieto di finanziamento monetario degli stati membri”. Fautore del ricorso è stato un folto gruppo di legislatori e accademici tedeschi euroscettici guidati dal politico bavarese Peter Gauweiler a seguito del famoso “whatever it takes” pronunciato da Draghi alla fine dell’estate del 2012. Nel giugno del 2016, anche la Corte Costituzionale tedesca si è espressa a favore del programma OMT, stabilendo che la misura non viola la giurisdizione federale tedesca.

 E ADESSO?

Nelle scorse settimane il consiglio direttivo della BCE ha riconfermato i piani di avanzamento del programma QE da 80 miliardi di euro mensili almeno fino a marzo 2017. In una conferenza stampa dell’ottobre del 2016, Mario Draghi ha precisato che “una fine prematura” per il quantitative easing è da ritenersi “improbabile”. Nel frattempo, l’inflazione ha raggiunto, nel mese di settembre, il suo livello più alto in quasi due anni, ovvero 0,4%. Questo valore rimane ancora lontano dall’obiettivo del 2% della BCE. Di qui l’attesa di molti osservatori di ulteriori cambiamenti di strategia volti a portare l’inflazione più vicino alla soglia posta dalla BCE nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

 Allo stesso tempo, il dibattito ha iniziato a muoversi in direzione di una possibile “strategia d’uscita” dal QE. Agli inizi di ottobre l’agenzia Bloomberg ha pubblicato un articolo che pareva insinuare una riduzione—se non addirittura un’eliminazione graduale—del QE, allarmando molti investitori. La BCE ha successivamente negato la veridicità di questo resoconto, ma la notizia è comunque servita a ricordare quanto sia incerto il cammino verso il recupero di fiducia nei mercati azionari europei. Tutto sommato, sembra ragionevole pensare che la decisione se eliminare o mantenere il QE nei prossimi mesi dipenda soprattutto dagli sviluppi politici del continente, a partire dalle ripercussioni del recente referendum costituzionale italiano.

Qui il link al testo originale in inglese.

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