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L'economia sociale, quella che resiste anche alla crisi

L'economia sociale, quella che resiste anche alla crisi

Se ne è parlato all’università di Goteborg, in occasione di un evento legato al Social Summit 2017

 

di Alexander Damiano Ricci

Goteborg – Con il 6,3% di occupati nell’Ue-28, l’economia sociale ricopre ormai un ruolo di primo piano nel panorama europeo. Ma quel che conta di più è che, nel corso degli ultimi 5 anni, il settore si è rivelato particolarmente resiliente alla crisi economica e finanziaria: dal 2012 a oggi, il livello di occupazione legati all’economia sociale è diminuito soltanto del 0,2%.

Le imprese che popolano l’economia sociale si differenziano per il fatto di mirare a un “impatto sociale”, piuttosto che alla crescita dei profitti. Una componente importante del paradigma è quella dell’ “imprenditore sociale”, agente che “crea” nuove attività e “piega” l’innovazione tecnologica a favore dell’interesse collettivo. Più nel dettaglio, al centro dell’economia sociale ci sono spesso “realtà produttive” che forniscono servizi di “inclusione sociale” e “welfare”.

Che ruolo per l’economia sociale nel futuro dell’Europa?

Dell’impatto presente e futuro dell’economia sociale si è parlato all’università di Goteborg, in occasione di un evento legato al Social Summit 2017.

Considerate le dimensioni di “solidarietà” e “inclusione” a cui è abbinata la narrazione dell’economia sociale, la tematica interessa molto la politica con la “p” maiuscola, soprattutto “nazionale”.

Sia il Ministro del lavoro e dell’integrazione svedese, Ylva Johansson, come anche il Ministro portoghese del lavoro, della solidarietà e della sicurezza sociale, José Antonio Vieira da Silva, e il Ministro greco del lavoro, della sicurezza sociale e della solidarietà, Rania Antonopoulou, sono intervenuti con toni lodevoli nei confronti di questo ramo delle economie nazionali ed europea. La prima proviene dal Paese a cui si associa subito le nozioni di socialdemocrazia e welfare, il secondo dallo Stato membro Ue che sta riuscendo, da sinistra, a tener fede agli obblighi di Maastricht e Antonopoulou dalla realtà che ha più subito la crisi economica.

Secondo Johansson, gli attori dell’economia sociale “dovranno essere gli agenti principali dell’implementazione dei principi elencati nel Pilastro europeo” che verrà approvato venerdì 17 novembre attraverso una solenne proclamazione interistituzionale. Viceversa, per Da Silva il Pilastro europeo “deve essere un propulsore per la crescita del settore”. Ma, a prescindere da ciò che accadrà dopo il meeting di domani, il Ministro ha specificato che l’economia sociale rende possibile raggiungere gli obiettivi europei di una “crescita inclusiva e sostenibile” già delineati a Lisbona.

Del resto, come ha specificato Juan Antonio Pedreno, Presidente di Social Economy Europe, ha spiegato che gli operatori dell’economia sociale “affrontano l’atomismo e la precarietà attraverso azioni di mutualizzazione e cooperazione”. In effetti, uno dei principali esempi di attori dell’economia sociale è sicuramente quello della cooperativa. Lisa Mashini di Cooperatives Europe ha sottolineato come la democratizzazione sui posti di lavoro dia margini di flessibilità in momenti di crisi, più di quanto non accada nel caso di imprese classiche. Un caso concreto è quello di REScoop, una cooperativa energetica che fornisce energia elettrica a basso costo al 60% di famiglie nella regione delle Fiandre. La resilienza alle crisi da parte dell’economia sociale è stata evidenziata anche da Georges Dassis, Presidente del Comitato economico e sociale europeo (Cese), che però ha anche lanciato un monito: “Non riusciremo a sviluppare l’economia soltanto a colpi ‘competizione’”. Chi va convinto? “La Commissione europea”.

Non è tutto oro ciò che luccica …

Lanciare un’attività nell’economia sociale non è facile. Innanzitutto è complicato trovare le risorse finanziarie adeguate, considerando che non si tratta, per definizione, di imprese che mirano, nel tempo, alla crescita di profitti. Anche per questo, Dassis ha affermato che è necessario “convincere le istituzioni europee a creare meccanismi di sviluppo e strumenti di finanziamento a livello comunitario”.

Ulrika Stuart Hamilton, Segretario generale di Famna, ha sottolineato invece che molte difficoltà  dipendono dall’inquadramento ambiguo che il settore riceve a livello giuridico: “Siamo trattati come una via di mezzo tra impresa classica e macchine burocratiche. Lo staff delle istituzioni comunitarie devono aggiornarsi sul nostro status”.

Va detto poi che esiste una certa ambiguità di fondo, almeno a livello teorico, sulla convivenza tra l’economia di mercato “pura”, “economia sociale” e il ruolo dello Stato in quanto di gestore di servizi sociali e di welfare.

Eppure non è di questo avviso Lowri Evans, direttore generale della Direzione generale della Commissione europea per il Mercato interno, l’Industria, l’Imprenditoria e le Pmi: “Non ho nessun problema ad affermare che l’economia sociale sia una cosa utile”. Entrando più nel dettaglio del rapporto fra politiche industriali e economia sociale, Evans ha detto che “è necessario creare un’economia solida, capace di reagire agli shock […] Il mondo sta cambiando alla velocità della luce e così devono farlo le nostre risposte di policy”. Ora che “non siamo più in una situazione di crisi” dobbiamo trovare il modo per creare soluzioni in grado di “anticipare e non curare”. La grande domanda rimane però: come si può assicurare che “lo sviluppo tecnologico influisca positivamente sull’economia sociale”? E, in secondo luogo: “Come far crescere la dimensione delle attività dell’economia sociale?”.

Oltre la finanziarizzazione e … il Pilastro sociale

In realtà, le dimensioni limitate della maggior parte degli attori dell’economia sociale non devono essere considerate una limitazione. “Uno degli aspetti positivi degli attori di questo settore è il radicamento sul territorio”, ha affermato Nicolas Schmit, Ministro del lavoro, dell’occupazione e dell’economia sociale e solidale del Lussemburgo. Schmit ha anche evidenziato che il radicamento sul territorio e la limitata dimensione delle attività permette di sganciarsi dal – e affrontare il – problema della “finanziarizzazione” dell’economia.

Si tratta di una prospettiva confermata da Jens Nilsson, deputato europeo: “Chiedetelo a qualsiasi sindaco: vi dirà che il suo territorio non sarebbe lo stesso senza gli attori dell’economia sociale”. È anche per questo che Nilsson si aspetta “un riferimento particolare per l’economia sociale nelle conclusioni di domani del Consiglio”.

In ogni caso, c’è già chi invoca una nuova accelerazione. Luca Jahier, Presidente del Gruppo Interessi vari del Cese è rimasto “deluso” del fatto che il testo finale del Pilastro europeo non menzioni in alcun modo il settore in questione. Si tratta, in realtà, di un sentimento diffuso tra gli operatori.

Insomma, se è vero – come ha ricordato anche Schmit – che “fino a qualche anno fa, chi parlava del potenziale dell’economia sociale era considerato ‘un visionario’”, bisognerà vedere quanto il settore riuscirà a sopperire alle lacune delle attuali economie, quanto le istituzioni saranno disposte a sopportarlo e, come tutto ciò, si integrerà con i sistemi di produzione di servizi sociali e di welfare tradizionali.

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