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Europa Digitale, le decisioni dell'Ue slittano

Europa Digitale, le decisioni dell'Ue slittano

Di Alice Palombarani

“Più che dai Commissari che si occupano dell’economia digitale, la spinta maggiore in questa fase viene dalla Commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager”, così il sociologo Stefano Palumbo commenta la strategia europea di creazione di un Mercato Unico Digitale.

Il 22-23 marzo si è tenuta a Bruxelles la riunione del Consiglio Europeo; al centro della discussione: lavoro, crescita e competitività. Spicca il tema della “Europa digitale”: nelle conclusioni del Vertice si legge infatti che “I social networks e le piattaforme digitali hanno bisogno di garantire pratiche trasparenti e piena protezione della privacy e dei dati personali dei cittadini”.

Bruxelles ha ribadito l’importanza del rafforzamento della legislazione europea e nazionale, ma per ulteriori approfondimenti si dovrà attendere l’incontro informale di Sofia, che si terrà a maggio. Allora verranno discusse anche altre tematiche legate all’Europa Digitale, inclusa “l’adozione di tutti gli strumenti legislativi che stabiliranno il Mercato Unico Digitale nel 2018, la promozione di ricerca e innovazione come l’intelligenza artificiale e i modi per supportare i passi in avanti nell’innovazione e nello sviluppo delle digital skills”.

I passi avanti dell’Ue verso la creazione del Mercato Unico Digitale, seppur più lenti rispetto ad altre tematiche, consisterebbero nell’eliminazione delle differenze fra le normative commerciali dei 27 Stati, anche attraverso l’azione della Commissaria alla Concorrenza che “con l’azione sanzionatoria verso gli Over-The-Top nordamericani sta indirizzando l’Ue verso la creazione di un sistema fiscale equo, in grado di offrire certezze alle imprese a base continentale”, continua Palumbo.

Per quanto riguarda l’Italia, il “Report del Progresso Digitale Europeo” le assegna il 25° posto tra i 28 Paesi europei nell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società nel 2017. Secondo Palumbo le motivazioni risiederebbero, tra le altre, sia nello scarso consumo da parte degli italiani di dispositivi tecnologici per la fruizione di servizi che nella debole propensione delle piccole imprese verso l’innovazione organizzativa. L’implementazione di quest’ultima, che ha il ruolo di unire mercato e lavoratori, è ancora insufficiente, nonostante gli imprenditori italiani siano forti innovatori di prodotto e di processo. Nonostante questi limiti, prosegue Palumbo, “credo che negli ultimi anni l’attenzione del sistema delle imprese verso l’innovazione digitale sia comunque salita abbastanza. È passata l’idea che il digitale consenta importanti innovazioni nel modello di business”.

Infine, l’industria: “La seconda fase del piano Industria 4.0, varato nella passata legislatura, ha posto l’attenzione sulla necessità di investire per sviluppare le competenze digitali. Ma fra il mercato e l’individuo che lavora c’è il “macigno” dei modelli organizzativi che, come accennavo prima, vanno profondamente ridiscussi. Questa è la sfida più impegnativa per i prossimi anni”.

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