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"Il Condannato" e le riflessioni su Moro a 40 anni dall'uccisione

Il film documentario di Ezio Mauro ripercorre le vicende dello statista democristiano ucciso dalle Brigate Rosse e ripropone interrogativi ancora irrisolti

Bruxelles – La vicenda di Moro è una delle pagine, scritte con un inchiostro sbiadito e a tratti illeggibile, più sentite e incomprese della tormentata storia della prima Repubblica italiana.

Tanto ci si è ricamato e scritto sopra, in modo più o meno accurato o fantasioso, senza mai essere sicuri delle verità raggiunte, senza mai davvero riuscire a chiudere il cerchio.

Ma nel cercare di arrivare più vicino, a fare più chiarezza, il docu-film di Ezio Mauro “il Condannato – Cronaca di un sequestro” costituisce sicuramente un tassello importante, grazie allo sforzo profuso nel ricostruire la storia di Aldo Moro.

Moro, politico e statista dell’ala progressista della Democrazia Cristiana, si fece promotore alla fine degli anni Settanta dell’avvicinamento a un Partito Comunista che godeva di sempre maggiore popolarità, e nel 1978 venne rapito e ucciso barbaramente dalle Brigate Rosse, il principale gruppo terroristico di estrema sinistra in Italia.

Il film di Mauro, ex direttore della Stampa e di Repubblica, che si è avvalso della regia di Simona Ercolani e Cristian Di Mattia, è stato trasmesso al Parlamento europeo nei giorni in cui ricorre il quarantennale della strage di via Fani e dell’uccisione dello statista democristiano nonché della sua scorta. La tappa brussellese fa parte di un tour che comprende anche Londra e Parigi.

Una tappa che non è stata scelta a caso, dal momento che “Moro è stato un grande europeista” che“ credeva nel sogno europeo come in uno spazio di unità, prosperità e pace”, ha ricordato ha l’europarlamentare S&D Simona Bonafè, che ha promosso l’iniziativa.

E il film, ha aggiunto Bonafè, deve “farci riflettere sl passato e quello che può succedere” anche su quello di ora, che è “un altro tipo di terrorismo”.

“Dobbiamo riflettere nella sala che porta il nome di Aldo Moro” nella quale si è svolta la proiezione, ha aggiunto il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, intervenuto nel dibattito.

Il nome del film “Il Condannato – Cronaca di un sequestro” è stato scelto, ha spiegato Mauro, perché esso racchiude in sé tutta l’essenza tragica di una vicenda umana e politica – e “real-politika” – che si dipana nel mezzo di una “lotta continua” tra il bene e il male, veri o presunti, la certezza e il dubbio di trovarsi dalla parte giusta della storia.

Moro “è stato chiamato in tutti i modi, il prigioniero, l’ostaggio… – ha detto Mauro nel corso del dibattito che ha seguito il film – ma Moro è condannato, perché l’accusa è talmente totale che già contiene in sé la condanna sin dal progetto di sequestro”.

Dato che “lo Stato occidentale si è trasformato nello stato imperialista delle multinazionali, è uno strumento in mano alla controrivoluzione proletaria mondiale della quale la Dc è l’architrave […] e Moro è la mente della Dc”, ha concluso Mauro, prendendo a prestito espressioni tipiche del gergo della sinistra extraparlamentare di quegli anni.

Il documentario ha senz’altro dei meriti autentici, primo fra tutti quello di affidarsi alla cronaca, prendendo piede dalle testimonianze e dalle carte disponibili, nonché quello di mantenere sempre un equilibrio tra “dietrologia e relativismo” i due principali ”pregiudizi” nei quali, come ha spiegato Ezio Mauro, si rischia di incorrere quando si affrontano tematiche del genere.

La narrazione delle vicende è dettagliata, scevra da sentimentalismi, fedele a quanto detto dai testimoni, e si ripercorrono le tappe principali della vicenda e chiariscono, per quanto possibile, i retroscena, raccontati con un ritmo serrato, incalzante e drammatico.

“Ci siamo appoggiati alla verità giudiziaria emersa dalle risultanze del tribunale, abbiamo ascoltato tutti i testimoni”, tra i quali personaggi politici dell’epoca e ex-terroristi, ha spiegato Mauro.

“Sono passati 40 anni” si sono svolti “4, anzi 5 processi” e hanno lavorato sul tema “due commissioni parlamentari di inchiesta” e  si è voluto dare “voce ai testimoni” e alle carte “di quella vicenda, non alle dietrologie” ha aggiunto il giornalista italiano.

Il film parte dall’inizio, e si sofferma sul compromesso storico, quell’idea – immortalata per sempre nella foto che ritrae la stretta di mano tra il politico democristiano e il segretario del Pci Enrico Berlinguer – di poter portare i comunisti dentro al governo, idea della cui giustezza Moro era convinto.

“Ho iniziato a fare il giornalista occupandomi di quella vicenda” ha raccontato il Presidente del parlamento europeo, ricordando che quella di allora era una “stagione nuova, quella del dialogo tra Pci e Dc, l’Italia viveva un momento difficile”.

Eppure Moro ci credeva. Ma poi quel sogno è naufragato, insieme alla speranza di conciliare e far convergere l’inconciliabile, sfociando nella vicenda dal tragico epilogo che tutti conoscono.

Nel documentario si ripercorre l’uccisione barbara e a sangue freddo della scorta dello statista e il rapimento. E poi il “processo” da parte delle Brigate Rosse, i comunicati e le telefonate ai giornali, le indagini, l’infiammato dibattito politico, i retroscena oscuri – come quelli relativo all’operazione Gladio o alla seduta spiritica che avrebbe rivelato il covo dei terroristi – la linea della fermezza nella trattativa con i terroristi, appoggiata da gran parte della Democrazia cristiana e dagli stessi compagni di partito di Moro e osteggiata da pochi altri.

E poi le lettere strazianti, accusatorie scritte da Moro prigioniero nel covo dei terroristi, che, nella fase finale, si fecero disperate.

“Ricordo la fase della trattativa, i posti di blocco, le lettere” ha rammentato Tajani.

E’ stato “un momento, dal punto di vista emotivo, terribilmente vissuto da tutti quanti noi”, ha aggiunto il Presidente del Parlamento europeo.

E infine, l’uccisione. Non raccontata senza dettagli crudi e dolorosi.

Come i “12 colpi” nessuno dei quali sparati  “al cuore”, viene ricordato nel film, e la morte lenta, “per dissanguamento”.

“E’ vero solo ciò che non appare e ciò e ciò che appare non è vero” 

Eppure, come spesso accade quando si affrontano alcuni dei momenti chiave della nebulosa storia dell’Italia del dopoguerra, dopo la visione del film e dopo il dibattito, che ha visto la partecipazione di un pubblico variegato, attento, curioso e informato, rimane sempre un senso di incompletezza, di cose non dette, di verità malcelate dietro formule ripetute come mantra, che sembrano volerci convincere con la sola forza del loro ossessivo ripetersi.

“Ricordiamo che la mano che teneva la pistola in pugno era la loro (delle Br)” viene ripetuto nel film e nei commenti che seguono.

Senz’altro è così. Ma rimane sempre il dubbio, quell’ombra negli occhi di alcuni testimoni che narrano le vicende, che sembra tradire la consapevolezza che in fondo la verità sia altrove.

“La storia, ha spiegato Tajani, anche se sembra lontana, deve essere studiata, capita…”  ci sono “tanti altri punti oscuri di quella vicenda, che nessuno di noi è riuscito a scoprire al 100%…”

Il film è stato girato, ha spiegato Mauro, “credendo che la cronaca faccia giustizia di tutto e che questa vicenda abbia il fantasma della dietrologia” per la quale  “è vero soltanto ciò che non appare e ciò che appare non è vero”.

Ma non è forse vero che l’Italia aveva il Partito comunista più forte dei paesi al di qua del muro in piena Guerra Fredda aveva preso oltre il 34 percento dei voti nelle elezioni del ’76? Non è vero che il compromesso storico era un’opzione inaccettabile per Washington e per la stessa Mosca?  Non è vero che dopo la morte di Moro la prospettiva di un governo coi comunisti si è, di fatto, volatilizzata?

Il mondo era diviso in blocchi, stabili nella loro irrequietezza, statici, e soprattutto impermeabili.

In questa ottica, chiunque può constatare che quello del compromesso storico fosse, a voler essere moderati, l’utopia di uno – anzi due, includendo Berlinguer – sognatori mentre, in una prospettiva di realpolitik, era quantomeno un azzardo, se non una vera e propria follia.

 “Se mi chiedete quale potenza internazionale che poteva avere interesse affinché il disegno di Moro fallisse, beh, ce ne sono almeno due”, ha spiegato Mauro, rispondendo alle domande del pubblico.

 “L’Unione Sovietica non aveva alcun interesse affinché il Pci entrasse nell area di governo […] e negli Stati Uniti la politica del Dipartimento di Stato era ostile, basta leggere le dichiarazioni della vedova di Moro quando racconta le quasi-minacce che il politico democristiano ricevette da Henry Kissinger (Segretario di Stato di Washington fino al ’77) durante una visita di stato nel ’74” ha detto Mauro.

Le due potenze maggiori al mondo non erano favorevoli al compromesso storico, e “che questa politica fosse garantita soltanto dalla presenza attiva e fattiva di Moro è indubitabile” ha spiegato Mauro.

Anche sul fronte interno, difatti,  “tutta la destra democristiana che era riottosa per l’accordo coi comunisti, temeva che Moro cedesse troppo e soltanto l’autorità dello statista li convinse”, ha aggiunto Mauro.

Emblematica, ha ricordato Mauro, era stata la battuta dell’ex Presidente della Repubblica democristiano Giovanni Leone che disse: “Non credo al dogma dell’immacolata concezione così come non credo al dogma dell’evoluzione democratica del Pci”.

Dopo che Moro scomparve nacque la Dc “del preambolo” e dell’alleanza col socialista Bettino Craxi, insieme alla “promessa – mantenuta – di non governare mai col Partito Comunista”, ha ricordato l’ex direttore della Stampa.

Viene da chiedersi: la dietrologia è sbagliata, è antistorica, va contro la realtà dei fatti. E scaturisce da risposte poco chiare. Ma allora, quando potremo iniziare a smettere di lasciare queste domande senza una risposta finale?

Quanto dovrà ancora passare, dopo che i blocchi si sono frantumati – o meglio sciolti in una miriade di altre realtà più particolari, come nel caso dell’Unione Sovietica o più inclusive, come in quello dell’Unione europea? Quanta acqua sotto i ponti, dopo che già molti dei protagonisti di quella storia hanno abbandonato la loro vita terrena? Bisogna accettare la verità come è raccontata, bisogna accontentarsi e rinunciare a sondare l’insondabile? Agli studiosi, giornalisti, e amanti della verità di ogni genere l’ardua sentenza.

E a memento di quella che forse dovrebbe essere una responsabilità di chi può e dovrebbe fare qualcosa di più, rimane una frase contenuta nell’ultima lettera di Moro alla moglie, ricordata da Mauro durante la proiezione. Ormai conscio della propria imminente fine, Moro indirizzò una missiva straziante alla sua consorte dove parlava dell’Aldilà scrivendo: “Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”.

“Ecco, sulla verità” ha detto Mauro, “se ci fosse luce sarebbe bellissimo”.

 La vittoria della democrazia

Ma al di là della storia tragica di un uomo e delle incertezze che la circondano c’è molto altro.

L’Italia di allora non era solo nell’occhio del ciclone del conflitto Usa – Urss, ma aveva anche divisioni profondissime, ereditate dalla sua storia, dal fascismo e dalla guerra.

 “C’era una tale lacerazione nella società tra i giovani, c’era – certo – più motivazione ma se (la stessa motivazione) sfocia nell’uso delle armi..” ha commentato amaramente Tajani.

Il terrorismo fu una delle manifestazioni di quella lacerazione, interna e internazionale.

Lacerazione che, nella vicenda Moro, si manifestò nei giorni del sequestro, quando si contrapposero i due fronti della fermezza nei confronti del terrorismo e della trattativa.

 “Trattativa e fermezza in un paese diviso in due.. che  divisero amici coscienze di ognuno di noi” è stato ricordato durante il dibattito.

Da un lato c’era lo stato, e la “garanzia per tutti che lo stato sia nella piena libertà di decidere”, mentre dall’altro “c’era la sacralità del prigioniero inerme”, ha ricordato Mauro.

 “C’è qualcosa di sacro nel tentativo disperato di questa persona che all’inizio si rivolge ai suoi interlocutori come leader politico ricordando di essere presidente del partito, ma poi si spoglia – di cariche e autorità – e si dimette dalla Dc”, ha aggiunto il giornalista.

Negli ultimi giorni, ha ricordato Mauro, quando non c’era più spazio per negoziato, Moro chiede “ma siamo nel paese di Beccaria? Perché non commutate la pena di morte in ergastolo?” io sono pronto a chiedere io stesso di andare all’Asinara”  – una condizione impossibile – pronto ad andare nel carcere dove ci sono quelli delle Br”, ha ricordato Mauro.

Questo aspetto sacro della richiesta di vita allo stato puro “fa impallidire la ragion di stato e la rende distante e fredda” ha aggiunto il giornalista.

Ma dove si ferma il ricatto dei terroristi? Fin dove arriva? Ci si è chiesti.

“I terroristi vogliono sfigurare la democrazia e la democrazia deve difendersi perché così difende la libertà dei cittadini.  Le ragioni della fermezza non si possono imputare solo al cinismo, le ragioni della fermezza sono ragioni che stanno in campo”, ha detto Mauro.

Scegliendo la linea della fermezza, la democrazia “difende la libertà del prigioniero che potrebbe finire in carcere il giorno dopo la liberazione di Moro”.

Dopo Moro, anche grazie alla fermezza dimostrata dallo Stato contro le Brigate Rosse il terrorismo, che durante gli anni di piombo è stato artefice, a destra e a sinistra, di quasi 15 mila attacchi, è stato sconfitto.

“Il terrorismo è stata la guerra della nostra generazione  che è finita con la vittoria della democrazia”, ha sostenuto Mauro.

Una democrazia “incompleta, forse, incoerente, a volte infedele, ma che è riuscita a vincere” con un dovere in più “quella di rimanere se stessa”, ha concluso il giornalista.