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Conclusioni del Consiglio Europeo, c'e' un passo avanti da non sottovalutare

Conclusioni del Consiglio Europeo, c'e' un passo avanti da non sottovalutare

L'OPINIONE. Non era affatto scontato arrivare a un accordo. Soprattutto per l'allestimento di piattaforme di sbarco regionali nei Paesi terzi, all'introduzione di centri sorvegliati e di accordi di ricollocamento nell'Ue, entrambi su base volontaria, al rifinanziamento del Fondo fiduciario per l'Africa e all'obbiettivo di riformare Dublino

Bruxelles – Le reazioni prevalenti dopo il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno da parte della stampa italiana tendono a sottovalutare i passi avanti che il compromesso tra i capi di Stato e di governo dei 28 Stati membri ha consentito di compiere sulle politiche migratorie comunitarie. L’accordo all’unanimità ha lanciato un testo comune di conclusioni che accontenta tutti, dal presidente francese Emmanuel Macron, che l’ha definito come “una soluzione di compromesso conforme ai principi di diritto internazionale che rafforza la responsabilità dei Paesi di primo arrivo ma anche la solidarietà degli altri Stati Ue”, al premier italiano Giuseppe Conte che ha rivendicato di essere riuscito a “convincere Paesi prima inamovibili come Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia a fare concessioni e di aver ottenuto il 70% degli obbiettivi prestabiliti”. Anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, che si giocava il destino della sua coalizione di governo (visto l’ultimatum del suo ministro dell’Interno Horst Seehofer per trovare una soluzione per bloccare i movimenti secondari di migranti verso la Germania entro la fine del Consiglio europeo), si è riferita al testo delle conclusioni del summit come “un passo importante nella giusta direzione realizzato mediante un approccio onnicomprensivo che ci consente di mettere in atto un’azione esterna all’Ue forte che guarda anche ai movimenti secondari all’interno dell’Unione”.

Guardando nello specifico al testo di conclusioni del summit, centrale è il primo paragrafo che mette da subito in chiaro che i flussi migratori sono una questione che riguarda tutta l’Ue, in quanto le coste italiane, greche o spagnole, ossia dei Paesi Ue di primo arrivo che si affacciano sul Mediterraneo, sono coste europee, per cui chi arriva in Italia arriva in Europa. Il paragrafo cinque guarda alla dimensione esterna, con l’introduzione del principio di coordinamento tra i Paesi Ue nelle azioni di salvataggio in mare e alla possibilità di allestire “piattaforme di sbarco regionali” direttamente nei Paesi terzi di origine o di transito dei flussi con il sostegno dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) e dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Queste piattaforme dovrebbero operare la distinzione tra migranti economici, da rimpatriare, e coloro che fuggono da conflitti e persecuzioni e necessitano di protezione internazionale.

Un concetto simile si può applicare all’introduzione di “centri di accoglienza”, che sarebbe più appropriato chiamare centri sorvegliati, nel territorio comunitario. Questi centri dovrebbero essere creati su base volontaria, in particolare ma non solo dagli Stati membri costieri. Il loro scopo sarà quello di esaminare le richieste di asilo nel modo più rapido possibile e con l’ausilio dei finanziamenti e del personale Ue. Questo principio è stabilito nel sesto paragrafo del testo delle conclusioni del summit, probabilmente la novità più rilevante, del tutto assente nella prima bozza delle conclusioni, e frutto delle discussioni del mini-vertice informale sui migranti di domenica 24 giugno.

Sul modello della vicenda della nave Ong Lifeline, che il 27 giugno ha ottenuto l’autorizzazione a sbarcare a Malta a patto che i migranti a bordo fossero equamente ripartiti tra otto Paesi Ue su base volontaria, gli Stati membri, su pressione dell’Italia e con la mediazione della Francia, sono riusciti a convergere su una soluzione di compromesso: i Paesi di primo arrivo potrebbero non avere più l’esclusiva responsabilità della gestione dei migranti sbarcati dopo il salvataggio in mare, e ricollocarli in base ad accordi di redistribuzione firmati su base volontaria da altri Paesi Ue. E’ fondamentale tenere presente che a essere volontarie, per gli Stati membri, sono l’eventuale istituzione dei centri sorvegliati sul proprio territorio, e l’eventuale decisione di accettare il ricollocamento di richiedenti asilo presenti in questi centri sempre sul loro territorio.

Ciò che le conclusioni non dicono, ma che appare perfettamente fattibile, è che, una volta firmato un accordo volontario, uno Stato membro è tenuto a rispettare gli impegni presi mediante l’accordo stesso riguardo ai ricollocamenti, che in questo contesto diventerebbero vincolanti. Questa, almeno è un’interpretazione possibile e potrebbe essere quella favorita dall’Italia.

D’altro canto, i Paesi di primo arrivo come l’Italia potrebbero chiedere a quelli interessati dai “movimenti secondari”, come la Germania o l’Austria, di partecipare agli accordi volontari di ricollocamento dai nuovi “centri sorvegliati” come condizione per riprendersi i richiedenti asilo di cui sono responsabili, come chiedeva la cancelliera Merkel e come previsto dal paragrafo 11 delle stesse conclusioni del Consiglio europeo.

Infine, significativi sono i paragrafi 7 e 12, che fanno riferimento, rispettivamente, alla decisione di rifinanziare il Fondo fiduciario per l’Africa (finalizzato ad affrontare le cause profonde dell’immigrazione illegale in partenza dal Continente), e alla necessità di riformare il regolamento di Dublino sul sistema comunitario dell’asilo.

Complessivamente, considerando che per approvare il testo delle conclusioni è necessaria l’unanimità e che per alcuni Paesi Ue, soprattutto per quelli di Visegard, le politiche migratorie sono un tema molto delicato, l’accordo sui migranti è da giudicare come un passo avanti fondamentale verso una gestione delle politiche migratorie caratterizzata da una maggiore condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri, o da “una solidarietà più responsabile”, come l’ha definita il presidente francese Macron. “L’Europa è questo, trovare dei compromessi e fare ognuno la propria parte per il bene di tutti”, ha detto il presidente francese, il cui eloquente discorso alla stampa al termine del summit ha fatto leva sui principi alla base dell’integrazione europea. Macron, tuttavia, ha sottolineato che continuano a prevalere le regole di Dublino, conformemente alle quali i Paesi di primo arrivo hanno la totale responsabilità non solo di soccorrere i migranti al largo delle proprie coste, ma anche di gestirne le richieste di asilo.

Formalmente il discorso di Macron è ineccepibile, persino censorio quando giudica “ridicolo” l’atteggiamento dei leader che, invece di celebrare il successo dell’Ue intera, rivendicano successi personali. Invece il discorso del premier Conte è stato più concreto e autoreferenziale, soprattutto quando ha sostenuto “che il governo italiano ieri e oggi ha rivoluzionato il tavolo del Consiglio, e lo dico con falsa modestia”. Conte, in realtà, è stato intraprendente e fermo sulle sue posizioni fin dall’inizio, quando nel vertice informale sui migranti della settimana scorsa in Commissione europea aveva annunciato che non “si sarebbe neppure seduto al tavolo se, prima di affrontare la questione dei movimenti secondari di migranti all’interno dell’Ue, cara alla Germania, non si fosse prima discusso dei movimenti primari verso le frontiere Ue”. Anche ieri, come ha dichiarato lo stesso premier ai giornalisti presenti, Conte non è indietreggiato di un centimetro nel momento in cui ha minacciato di opporre il proprio veto sul testo delle conclusioni, sciolto solo alle 5 di ieri mattina. “L’ho fatto per una questione di principio quando ho visto che il tema dei migranti, che si prevedeva fosse la questione cardine di questo Consiglio europeo, stava cominciando a essere marginalizzata”. Sebbene il discorso di Conte alla conferenza stampa finale del vertice del Consiglio europeo sia stato molto ‘italiano’ nella forma e quello di Macron molto ‘francese’, nella sostanza dei contenuti il premier italiano fa bene a celebrare il proprio successo. Invece il presidente francese, pur coerente e impeccabile, è apparso più come uno che predica bene ma razzola male.

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