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Capussela: l'Italia ha bisogno di un programma politico credibile che la cambi strutturalmente
Da destra Bill Emmott, ex direttore dell'Economist, Andrea Lorenzo Capussela, autore di "The Political Economy of Italy’s Decline", e Valentino Larcinese, professore di Lse

Capussela: l'Italia ha bisogno di un programma politico credibile che la cambi strutturalmente

Londra – “Modificare altre leggi cambia poco o nulla, l’Italia ha bisogno della promozione di un programma politico credibile capace di cambiare strutturalmente il Paese e le aspettative dei cittadini”. Lo ha sostenuto l’ex capo dell’Ufficio per gli affari economici e fiscali della missione internazionale che sorvegliò il Kosovo, Andrea Lorenzo Capussela, in occasione della presentazione, organizzata dal Department of Government della London School of Economics and Political Science (Lse), del suo nuovo libro “The Political Economy of Italy’s Decline” (Oxford University Press, 2018). “Aggiungo anche che l’euro e i migranti non sono certo le cause dei problemi dell’Italia, l’euro certamente acuisce problemi preesistenti, ma i migranti sono capri espiatori invocati da demagoghi”, ha affermato Capussela. L’autore si è soffermato sull’esame dell’andamento della produttività totale dei fattori (Tfp), considerato il componente critico della crescita a lungo termine e, soprattutto, fattore essenziale per il miglioramento degli standard di vita. A tal proposito, Capussela ha valutato il debito pubblico accumulato negli anni ’80 come la causa dello scontro tra Roma e Bruxelles sul tema del deficit di bilancio. “L’Italia, accumulando debito pubblico durante gli anni ’80, controbilanciò gli effetti del calo della crescita della produttività totale dei fattori anche tramite espansione fiscale finanziata dal debito”. “All’epoca”, ha proseguito Capussela, “i disavanzi di bilancio arrivavano in media all’11% del Pil su base annua e l’Italia fu l’unico Paese in Europa nel quale il rapporto debito/Pil tornò al livello dell’immediato dopoguerra”.

Capussela, esaminando il trend della produttività totale dei fattori, ha riconosciuto come il declino in questo parametro a partire dagli anni ’80 sia la ragione principale per cui è possibile parlare di declino dell’Italia. L’autore ha poi analizzato nello specifico l’andamento nel tempo della Tfp dell’Italia, osservandone la convergenza e la divergenza rispetto alla frontiera mondiale della produttività, che in sostanza coincide con i livelli medi di produttività dell’economia statunitense. “Il picco della convergenza dell’Italia si è riscontrato nel 1980, quando il livello di convergenza del Paese era più alto di quello di Francia, Germania, Giappone, Spagna e Regno Unito”. “Tuttavia”, ha proseguito Capussela, “dal 1980 fino a oggi la crescita della Tfp mostra una progressiva flessione, tanto che oggi, in termini di convergenza alla frontiera, l’Italia è al di sotto del 30% rispetto ai livelli del 1980”. Successivamente l’autore ha spiegato come il nostro Paese sia cresciuto economicamente a ritmi considerevoli prima della riduzione fisiologica dei tassi di crescita a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, quando era in calo il cosiddetto “advantage of backwardeness”, ossia il vantaggio sperimentato da Paesi economicamente arretrati nel momento in cui essi importano le tecnologie dei Paesi avanzati e le impiegano nei loro settori più produttivi. A tal proposito, l’autore di “The Political Economy of Italy’s Decline” ha sottolineato come il Bel Paese, mentre ha performato particolarmente bene negli anni ’60 quando ancora era un’economia arretrata, abbia esitato nel momento in cui avrebbe dovuto trasformarsi pienamente in un’economia avanzata.

“La ragione di ciò”, ha affermato Capussela, “potrebbe risiedere nei numerosi problemi delle istituzioni italiane, intese come regole del gioco politico-economico”. A tal proposito, l’autore di “The Political Economy of Italy’s Decline” ha indicato un considerevole gap tra l’Italia e gli altri Paesi a essa comparabili per quanto concerne la qualità dello stato di diritto. Anche per quanto riguarda la corruzione nel nostro Paese, Capussela ha fatto notare come il livello di corruzione appaia superiore oggi rispetto al 1992, quando l’inchiesta Mani Pulite, ossia l’indagine per corruzione più capillare in Europa dal dopoguerra, rivelò la presenza di una corruzione sistemica che apparentemente persiste tuttora.

“Dopo gli anni ’70 la crescita della produttività totale dei fattori in Italia è rallentata e ciò ha determinato il conseguente calo dei tassi di crescita”, ha affermato Capussela, “sebbene l’aumento di capitale sia addirittura accelerato dopo il crollo della crescita della Tfp”. L’autore ha inoltre messo in evidenza come il tasso di crescita dell’Italia nel periodo compreso tra il 1993 e il 2007 corrispondesse alla metà della media dei Paesi dell’eurozona, collegando il minore rendimento del nostro Paese in termini di crescita aggregata a un apparente declino nella qualità degli investimenti. I problemi istituzionali del Paese, secondo l’autore di “The Political Economy of Italy’s Decline”, hanno reso le quattro principali scosse degli anni ’90, ossia la globalizzazione, la rivoluzione informatica, i boom economici dell’India e della Cina e il lancio dell’Unione economica e monetaria (Uem), ostacoli invece che opportunità di crescita per l’Italia. A riguardo della scarsa qualifica della manodopera, Capussela ha citato un recente studio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), che dimostra che alla scarsa offerta di competenze da parte del sistema dell’educazione corrisponde una bassa richiesta di competenze da parte delle imprese, che a sua volta disincentiva gli studenti ad acquisire competenze, alimentando un circolo vizioso.

Capussela ha proposto di considerare anche un altro fattore, ossia l’allocazione inefficiente delle risorse, nel quadro delle cause del declino economico italiano. “Cito uno studio del 2016, pubblicato dalla Commissione europea, che definisce l’allocazione iniqua delle risorse come la dispersione delle performance della produttività totale dei fattori tra le aziende”, ha aggiunto il professore all’inizio della sua presentazione. “La motivazione alla base di questa idea risiede nel fatto che, in un’economia di mercato, i due principali fattori che spingono il lavoro e il capitale verso le imprese e i settori più produttivi sono, da un lato, la concorrenzialità dei mercati del prodotto, la quale premia la produttività ed estromette dal mercato stesso le imprese non competitive, dall’altro lato la competitività e la fluidità dei mercati dei fattori, dove il lavoro e il capitale vengono scambiati, e quindi dove scorre il flusso di risorse da imprese e settori meno produttivi a imprese e settori più produttivi”. “Quindi al crescere della concorrenza sui mercati del prodotto e dei fattori, tenderà a crescere l’efficienza dell’allocazione delle risorse”. “Nel caso dell’Italia”, ha proseguito Capussela, “l’allocazione dei fattori è divenuta meno efficiente nello scorso quarto di secolo nonostante la concorrenza sia divenuta più intensa sui mercati del prodotto, grazie soprattutto al mercato unico e all’euro: ciò suggerisce che il problema risiede in larga parte nei mercati dei capitali del lavoro”. A questo proposito, l’autore ha richiamato la vasta letteratura che indica nella dimensione ridotta delle aziende italiane e nei loro disincentivi a crescere e innovare una delle cause principali del declino economico del Bel Paese. “Le aziende”, ha osservato Capussela, “fanno affidamento in modo sproporzionato sul finanziamento tramite prestiti bancari, che tende a favorire la crescita e l’innovazione meno che il finanziamento tramite capitale di rischio”. “Il ricorso relativamente pesante al debito tende anche a favorire strette connessioni tra le imprese e le banche, che può andare a detrimento della concorrenza nel settore bancario, e soprattutto accresce gli ostacoli per le nuove imprese, che spesso non dispongono di relazioni consolidate con le banche stesse”. L’autore di “The Political Economy of Italy’s Decline” ha poi legato questi temi alle pratiche di corporate governance delle imprese italiane, che appaiono comparativamente deteriori, mostrando in particolare lo scarso livello di protezione degli azionisti di minoranza e la scarsa affidabilità dei bilanci delle imprese.

“Dunque”, ha proseguito il professor Capussela, “l’equilibrio politico-economico italiano, oltre a essere inefficiente, è anche ingiusto, in quanto tende ad avvantaggiare un segmento delle élite”. “Inoltre il principale circolo vizioso del tessuto economico e politico italiano riguarda i servizi pubblici, tassazione e l’accountability politica”, ha aggiunto l’autore, “e consiste nel fatto che, se la qualità dei servizi pubblici peggiora, ci si aspetta che anche la propensione a pagare le tasse si riduca e, di conseguenza, aumenterà l’incentivo ad avviare rapporti di clientelismo per compensare con benefici privati la quantità decrescente di servizi pubblici garantiti”. “Se questo circolo vizioso si consolida, e io ritengo che ciò sia avvenuto in Italia nell’arco di diversi decenni, si assiste anche alla conseguente riduzione dell’accountability politica e all’incremento dell’evasione fiscale, della corruzione e della collisione tra le élite politiche ed élite economiche”, ha aggiunto Capussela. L’autore si è successivamente riferito al clientelismo, alla corruzione e all’evasione fiscale come strategie di difesa dei cittadini e delle imprese comuni. “Questa spirale costituisce una forma di consolidato equilibrio a cui sono allineate le idee e la cultura dei cittadini, dato che, se un individuo ritiene che il prossimo si comporti opportunisticamente, anch’egli sarà indotto ad agire opportunisticamente per tutelare i propri interessi”, ha sostenuto Capussela.

In seguito l’autore ha spiegato come un nuovo equilibrio socialmente desiderabile, ossia quello basato su servizi pubblici di qualità, elevata accountability politica, osservanza degli obblighi fiscali e forte Stato di diritto, non sia un’utopia, bensì sia perseguibile tramite un programma politico sufficientemente credibile da cambiare le aspettative dei cittadini e delle imprese. A tal fine, egli ha sostenuto che, se è vero che le idee guidano gli interessi, l’Italia ha bisogno di discutere di interessi collettivi e interessi individuali e delle idee che li conformano. “Al culmine del boom economico, tra il 1962 e il 1964, fu sconfitto il programma di riforme più ambizioso della storia italiana, il che colpì anche l’idea che la promozione di profonde riforme strutturali fosse percorribile”. “Come nei primi anni ’60”, ha proseguito Capussela, “anche nei primi anni ’90 l’equilibrio politico-economico si sarebbe potuto spostare, ma prevalse la continuità”. “Una delle ragioni per le quali la continuità prevalse è che i partiti di opposizione dell’epoca, eredi del Partito comunista italiano, avevano assorbito le logiche del sistema, e ragionavano dentro quel paradigma”. “La vittoria di Silvio Berlusconi nel 1994 sancì, ma non provocò, la prevalenza delle forze della continuità”, ha aggiunto Capussela. Riferendosi alla situazione politica attuale, l’autore di “The Political Economy of Italy’s Decline” ha affermato che “i risultati delle elezioni politiche del 4 marzo scorso costituiscono un chiaro segnale di malcontento, che potrebbe, se meglio indirizzato, infondere l’impeto per un maggiore cambiamento”. “Se però la prima mossa di un governo, il cui principale partito di coalizione si è imposto grazie a discorsi sull’integrità pubblica e sullo stato di diritto, è una manovra che prevede un condono fiscale, l’ambizione di combattere l’illegalità non è più credibile”. Anzi, il segnale è nel senso di confermare nei cittadini le aspettative che derivano dall’equilibrio esistente, e che lo perpetuano”, ha concluso Capussela.

Nella conferenza è anche intervenuto l’ex direttore dell’Economist Bill Emmott, il quale ha affermato che “la rigidità strutturale dell’Italia è imputabile politicamente all’eccessiva polarizzazione tra destra e sinistra, con il suo culmine negli anni di piombo, che ha determinato l’incremento delle rigidità del mercato del lavoro”. “Invece economicamente all’incapacità di forgiare uno stato sociale onnicomprensivo, invece che uno quasi interamente dedicato al sistema pensionistico pubblico, il cui finanziamento oggi ammonta al 70% del Pil, una quota del 50% superiore rispetto ad altri Paesi dell’Ue”, ha sostenuto l’ex direttore dell’Economist. “Non mi ha sorpreso affatto”, ha proseguito Emmott, “la vittoria del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord alle elezioni del 4 marzo scorso, in quanto si tratta di un risultato che ben delinea il nuovo panorama politico italiano, in cui il M5S ha preso il posto di un Partito democratico ormai al capolinea”. “Se analizziamo nel merito la manovra finanziaria del nuovo governo, è evidente come poco sforzo venga dedicato alle riforme del sistema di previdenza sociale e ad altre riforme strutturali, come sussidi di disoccupazione, misure di garanzia occupazionale e investimenti pubblici in infrastrutture, mentre ci si concentri eccessivamente sulla riforma delle pensioni e sul reddito di cittadinanza”, ha aggiunto l’ex direttore dell’Economist. “Tuttavia, è troppo presto per valutare l’operato del governo giallo-verde e dunque sospendo per adesso il mio giudizio”, ha concluso Emmott.