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Il giornalismo tra delegittimazione e 'uberizzazione'.

Il giornalismo tra delegittimazione e 'uberizzazione'. "Rischi per la democrazia"

Bruxelles – Prendiamo un dato Istat, quello per cui in Italia solo il 35 percento degli italiani legge il giornale. Poi prendiamone un altro, stavolta di Agcom: in soli quattro anni (da giugno 2014 a giugno 2018) siamo passati da 2,9 a 1,9 milioni di copie cartacee vendute. Un terzo dato: il 70 percento degli italiani ha uno smartphone e si informa tramite web, spesso tramite Facebook. Comincia già a delinearsi, con queste informazioni che sciorina il Presidente dell’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia Cristiano Degano, il profilo del mare tempestoso in cui naviga il giornalismo odierno. Quello europeo in generale, quello italiano nello specifico. Lo Stivale, d’altronde, si è recentemente distinto per i ‘calci’ assestati ai giornalisti, tacciati di incompetenza e di scarsa professionalità da alcuni esponenti politici. Se ne parla al Parlamento europeo, nel corso di un evento sulla libertà di stampa organizzato dall’eurodeputata Pd/S&d Isabella De Monte.

“La crisi dell’editoria è legata a più di un fattore, non ultimo dei quali a quella che è stata chiamata la ‘uberizzazione’ della professione giornalistica, ossia la precarizzazione, il lavoro fuori dalla redazione, l’uso smodato del co.co.co. come forma contrattuale per eccellenza”, spiega il segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana Raffaele Lorusso.

Le testate hanno sempre meno soldi, ecco perché si trovano costrette a pagare poco e male i professionisti. I soldi in meno, d’altra parte, sono diretta conseguenza del calo delle vendite del cartaceo. Il che vuol dire meno introito da pubblicità. Lorusso ci tiene a sottolinearlo, “Una democrazia, per essere tale, ha bisogno di informazione professionale. E questa ha bisogno di una remunerazione”. Non fa una piega.

Il quadro non è ancora completo, però. Mettiamoci anche la delegittimazione che sta subendo il lavoro dei giornalisti. Mettiamoci che i politici usano sempre meno questi intermediari, saltandoli a piè pari e facendo informazione ‘da soli’ , con dirette Facebook e efficienti uffici di comunicazione. Le conferenze stampa sono sempre meno la regola e sempre più l’eccezione, si punta al contatto diretto con gli elettori. “Nessuno nega l’utilità della digitalizzazione dell’informazione, ben vengano i nuovi mezzi, ma il ruolo dei giornalisti non può essere per questo messo in dubbio”, afferma Degano.

Paradossalmente e al contrario di quanto si possa pensare, si crea una condizione per cui con le nuove tecnologie “Non siamo più liberi, ma meno liberi”. Perché? “Le notizie ci raggiungono grazie ad algoritmi. Ci viene detto, in altre parole, ciò che vogliamo sentirci dire, non stimolando un’analisi critica e approfondita dei fatti”, ha continuato Degano. D’altronde è un po’ quello che sostiene anche Giovanni Buttarelli, garante europeo della privacy, quando spiega i rischi per il processo democratico legati alla monopolizzazione online. E in effetti, Lorusso cita il caso Cambridge analytica e la commercializzazione dei dati. “Il problema non è solo quello dello ‘scippo’ di informazioni in sé e per sé, ma anche quello del disincentivo che subiscono le testate a investire nella costruzione di una notizia, nelle inchieste. Questo perché senza un’adeguata tutela del copyright, quell’inchiesta che ha richiesto tempo e denaro può essere facilmente ripresa e utilizzata da altri”. Ecco perché, per Lorusso, è necessario un meccanismo che consenta “a coloro che hanno prodotto per primi l’informazione di beneficiare di tutti gli introiti pubblicitari” conseguenti alla diffusione della stessa da parte di terzi.

Lorusso parla con gravità, riferendosi al legame a doppio filo tra democrazia e giornalismo. “Il fenomeno è ben più ampio e non riguarda solo un’eventuale ‘sostituzione’ dei giornalisti con il web. Qui siamo di fronte a un vero e proprio attacco alle competenze e alle professioni. Basti pensare anche alla delegittimazione del ruolo dei medici: sempre più persone pensano di potersi curare in rete, comprando addirittura terapie online”. Il tutto è, per Lorusso, conseguenza della “grande illusione” che uno sia uguale a uno. “Così però si trasforma la struttura della società in una folla indistinta, e ciò compromette gli istituti della democrazia liberale”, avverte. C’è insomma un problema di disintermediazione, che non riguarda solo la stampa, ma la società tutta. E aggiunge, con gravità: “Il rischio è quello di andare verso un’oligarchia o, ancora peggio, verso un singolo che parla”. Non usa la parola ‘dittatura’, Lorusso, quasi come se il fatto di pronunciarla possa renderla più vera e concreta. E’ un concetto forte, da non usare a sproposito.

Diciamolo, mai come oggi abbiamo avuto la possibilità di reperire informazioni. Basta un motore di ricerca e una connessione internet, entrambi ormai sempre letteralmente a portata di mano, e digitando una parola o una frase in una manciata di secondi otteniamo milioni di informazioni, provenienti da altrettante fonti.

Chi ha mai avuto, tra i nostri predecessori, tanta libertà nell’approvvigionamento di nozioni e informazioni? L’auto-reperimento ci rende più autonomi, potenzialmente più indipendenti nella creazione di proprie idee e convinzioni. Scegliamo da soli dove andar a pescare notizie, definizioni e qualsivoglia informazione. Eppure qualcosa non funziona. Il sistema fa acqua da qualche parte.

Finché a cercare informazioni è una casalinga che vuol trovare la ricetta per il dolce della domenica, il problema non sussiste. Quando si cercano notizie di altro spessore, invece, occorre un minimo di accortezza.

Il problema del terzo millennio è proprio questo: la sovrabbondanza di informazioni e la facilità con cui reperirle, giuste o sbagliate che esse siano. Occorre difendersi da soli, dato che nessuno lo farà per noi. È necessario recuperare quell’atteggiamento che sembra stia lentamente estinguendosi, proprio di chi esercita il raziocinio in modo cosciente: lo spirito critico. E occorre farlo quanto prima.

“L’homo insipiens (sciocco e, simmetricamente, che non sa) è sempre esistito ed è sempre stato numeroso. Ma fino all’avvento degli strumenti di comunicazione di massa i «grandi numeri» erano dispersi, e per ciò stesso largamente irrilevanti. Le comunicazioni di massa creano invece un mondo mobilitabile nel quale i «dispersi» si trovano, si possono «assemblare», e così fare massa e acquisire forza”.

(Giovanni Sartori, Homo Videns)

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