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Le Piccole e medie imprese europee faticano a competere su scala internazionale

Le Piccole e medie imprese europee faticano a competere su scala internazionale

Rappresentano il 99,8% di tutte le aziende presenti nel marcato unico europeo ma non riescono ad essere competitive nei mercati internazionali. Tra i maggiori problemi le macchinose procedure amministrative

Bruxelles – Le piccole e medie imprese europee (PMI) insieme all’artigianato non riescono a lanciarsi nei mercati extra-UE nonostante queste rappresentino il 99,8% di tutte le aziende presenti nel marcato unico. A risultare difficile è la capacità di godere appieno delle opportunità internazionali, molte volte per motivi come la mancanza di informazioni al riguardo o per la non esistenza di un quadro operativo che agevoli il lavoro di internazionalizzazione di una compagnia.

Proprio per questo l’Unione delle Piccole e Medie Imprese (SmeUnited) chiede alle istituzioni europee di tener conto delle esigenze delle PMI quando si va a plasmare la politica commerciale dell’UE, con l’obiettivo di “fornire loro un quadro adeguato per competere all’estero”, come sottolineato dal presidente della SmeUnited, Ulrike Rabmer-Koller. Di fondamentale importanza dovrebbe essere l’aggiunta di capitoli appositamente dedicati alle PMI negli accordi di libero scambio, come in quello siglato tra Unione Europea e Giappone, e migliorare le capacità delle organizzazioni rappresentative delle PMI di modo da poter essere di aiuto a queste. Su questo secondo punto il presidente ha aggiunto che “le istituzioni europee dovrebbero sostenere le organizzazioni rappresentative delle PMI nell’ottenere le giuste conoscenze per internazionalizzare ed esportare, in modo che possano trasferire le informazioni alle PMI più efficacemente”.

Tra gli altri grandi problemi rilevati dalle piccole e medie imprese, Koller ha continuato descrivendo come le PMI si trovino spesso a doversela vedere con procedure amministrative contorte e complicate, come le regole in materia doganale o le norme/obblighi fiscali, e  proprio l’inclusione di queste imprese negli accordi di libero scambio renderebbe più semplice la possibilità da parte loro di potersi uniformare a degli standard internazionali, seguendo delle regole più uniformi al riguardo, riuscendo di conseguenza ad essere più competitive su scala globale e non solamente europea.