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Campomenosi: "Ora i vincoli UE sono sospesi, ma vedo un furore ideologico per reintrodurli al più presto"

Bruxelles – Il Coronavirus può paradossalmente far bene all’Europa. Di fronte all’emergenza sono saltate tutte le regole comuni sin qui seguite, e l’accantonamento definitivo di queste regole può e deve essere la chiave per il rilancio dell’Unione europea. Ne è convinto è il capo delegazione della Lega al Parlamento europeo, Marco Campomenosi. E’ lui, in un’Aula deserta per ragioni di sicurezza, ad aver rappresentato ieri partito e gruppo (Identità e Democrazia, ID), invitando ad una riflessione su come procedere da qui in avanti. Con Eunews approfondisce il tema.

Eunews: Onorevole Campomenosi, lei dice che questa emergenza mette a nudo i limiti dell’Europa. Forse serve il completamento dell’Unione? Un’Europa federale potrebbe superare i limiti?
Campomenosi: “Non sono convinto che cedere ulteriore sovranità a Bruxelles sia la strada da seguire. Anzi, sarebbe a nostro avviso più opportuno rivedere meglio le competenze tra Ue e Stati membri. Oggi c’è troppa confusione. L’Ue, di fatto, crede di poter legiferare su tutto, ma dovrebbe invece intervenire meno, solo sui temi su cui può avere competenza, nel rispetto di proporzionalità e sussidiarietà. Nel dibattito surreale sul ‘futuro dell’Europa’, la maggior parte dei gruppi più numerosi del Parlamento neppure voleva inserire la necessità di modificare i trattati per risolvere alcune delle criticità che ogni cittadino osserva, a prescindere dall’ideologia politica di appartenenza. Questo era purtroppo il livello del dibattito prima dell’emergenza Coronavirus. Le forze che resistevano a ogni possibile modifica dell’attuale costruzione Europea erano sempre prevalenti. Questo momento storico, invece, sta mostrando quanto siano decisive le prerogative di sovranità dei singoli Paesi”.

E: Fa notare che tutti i pilastri su cui questa Ue si fonde – Schengen, patto di stabilità, regole su aiuti di Stato – vengono meno. Vuol dire che non servivano?
C: “Quanto sta avvenendo dimostra che il sistema di regole su cui si basava l’Ue, piaccia o meno, non era adatto ad affrontare la successiva crisi. Sarebbe potuta essere una bolla speculativa come quella che venne dagli Usa, invece è purtroppo un evento ancor più grave, anche perché non è al momento possibile affermare quando terminerà o fare altre previsioni. Da tempo provavamo a evidenziare alcune criticità, dicevamo a gran voce che un certo eccesso di propensione all’export che l’Europea “merkeliana” stava imponendo alle nostre imprese era rischioso e di conseguenza chiedevamo di investire molto di più in politiche che favorissero i consumi. Nel mondo pre-Coronavirus, Paesi come Francia, Italia e Germania avevano una propensione all’export superiore a quella cinese. Questo significa che le nostre imprese, più di quelle dei nostri competitor extra-Ue, sono assai più vulnerabili rispetto a shock esogeni che il nostro sistema politico non può più di tanto controllare”.

E: Come deve essere l’Unione europea post-coronavirus?
C: “L’Unione europea dovrebbe abbandonare definitivamente – e non solo in via provvisoria ed eccezionale – i diktat ideologici che l’hanno caratterizzata in questi anni: su aiuti di stato, protezione degli investimenti (anche intra-Ue), regole che disciplinano le banche, per non parlare dell’impatto che la globalizzazione crea sui ceti più deboli, occorre lasciare gli Stati liberi di difendere cittadini e imprese. Ho tuttavia il presagio che tutto questo non avverrà. Il furore ideologico per cui certi vincoli sono stati introdotti è tale che temo che, passata l’emergenza, si farà di tutto perché vengano reintrodotti. Noi ci opporremo: da troppi anni l’area europea è quella che cresce meno, nel mondo. Non servono molti altri dati per capire che si trattava di un sistema disciplinato da regole sbagliate, da cambiare profondamente”.

E: Lei e il suo partito, la Lega, siete ancora scettici sulla necessità di più Europa? Se sì, come procedere? Meglio soli che male accompagnati?
C: “Il confronto a Bruxelles può e deve creare occasioni positive, ma questo non deve passare attraverso le condizionalità insite in strumenti che servirebbero solo a rassicurare pochi sui loro interessi, non a creare reali occasioni di sviluppo. Mi riferisco ovviamente alla Germania. Questa domanda la porrei ai gruppi politici di cui fanno parte i partiti – popolari, socialisti e liberali – che governano in Germania, Paesi Bassi e Finlandia. Per loro ‘più Europa’ cosa significa? Equivale forse a tenere a bada un paese, l’Italia, che prima di Maastricht rappresentava per loro un competitor preoccupante sui mercati mondiali? Sono queste famiglie politiche ad aver distrutto ogni prospettiva a questa Unione.
Da Maastricht in poi, si è esagerato con un livello di “ambizione” che non teneva conto delle conseguenze sociali. Qualcuno forse crede di poter fare con l’Italia quanto già fatto con la Grecia, quelli che ambiscono a questa soluzione neppure conoscono la capacità produttiva del nostro Paese. Questa capacità, peraltro, è il vero miracolo a cui in questi anni abbiamo assistito: a dispetto della follia di certe regole europee e del livello di tassazione e burocrazia presente già a livello nazionale, abbiamo mantenuto parametri produttivi di qualità e di eccellenza. È questa l’energia che salverà le nostre Regioni, l’Italia e forse persino un continente. In queste settimane drammatiche, in piena emergenza, ho visto imprenditori convertire la loro produzione per aiutare ospedali, ASL, imprese e cittadini. Alcuni di loro stanno lavorando a prezzo di costo, altri mettono solo loro risorse: questi imprenditori e i loro dipendenti chiedono che si permetta loro di fare quello che hanno sempre saputo fare e ricordano bene che esportavano i loro prodotti anche prima che l’ideologia del mercato unico prendesse il sopravvento e ci facesse pensare che il mondo sia nato nel 1992”.

E: Le frasi di Lagarde sullo spread hanno fatto discutere. Ma è fuori di dubbio che spetta agli Stati fare in modo che lo spread sia calmo, con le riforme. Non ci si fida dell’Italia, come dimostra anche il no dei nordici sui Coronabond. Non sarebbe meglio pensare a fare il nostro dovere e smontare queste reputazioni invece che attaccare e fare vittimismo?
C: “Sono proprio le azioni della Bce di questi giorni e le reazioni dei mercati a esse che hanno dimostrato che lo spread dipende principalmente dalle banche centrali e dalle loro azioni. Gli spread in eurozona sono solamente il simbolo delle assurdità delle regole che ci siamo dati: del fatto che abbiamo una Banca Centrale che non funziona come una normale banca centrale, del fatto che è necessario che la politica monetaria, proprio per i suoi effetti così dirompenti nella vita di tutti i giorni, sia assoggettata alla politica – quindi al democratico giudizio degli elettori – non a tecnocrati intoccabili che, come Lagarde, non rispondono dei loro errori. È normale che oggi una banca privata si finanzi quasi illimitatamente presso la Bce a tassi negativi mentre molti Paesi, come l’Italia, debbano corrispondere un interesse? A nostro avviso, la risposta è no: questo non è vittimismo, ma la denuncia di un sistema assurdo. La Bce ha la capacità di azzerare gli spread, basterebbe un suo annuncio, e sarebbe logico che in una unione monetaria non esistessero differenze nel costo di finanziamento degli stati partecipanti. Non servono ‘eurobond’ o sistemi complicati: basta un annuncio della Bce. Ovvero, basta una Banca Centrale Europea che funzioni realmente come una banca centrale”.

E: La BCE comunque aiuterà con 750 miliardi. Basterà?
C: “Al momento non sappiamo ancora quale sarà il preciso impatto della crisi. Per questo, in particolar modo adesso, occorre che la Bce passi a un Qe illimitato, come comunicato dalla Federal Reserve negli Stati Uniti. La Bce deve andare nella direzione di monetizzare tutto il debito aggiuntivo che gli Stati saranno costretti ad accumulare per uscire dall’emergenza Coronavirus. Gli interventi della Banca Centrale Europea saranno decisivi, ma occorre anche che il sistema bancario sia svincolato da tutta una serie di norme che in questi anni non hanno permesso alle banche di sostenere il sistema produttivo. In questi giorni si cominciano a leggere previsioni di contrazione del Pil dell’eurozona intorno al 9-10%. Le situazioni eccezionali richiedono l’uso di strumenti eccezionali, nell’interesse di cittadini e imprese”.

E: Ha fatto appello ad ascoltare le opposizioni. Cosa proponete, come Lega e come ID, contro il Coronavirus?
C: “Innanzitutto, come ho evidenziato nel mio intervento, l’Ue, oltre a essere rapida e concreta nelle risposte, deve necessariamente ascoltare tutte le voci. Comprese quelle delle opposizioni. Con alcuni Commissari, il dialogo è aperto e coinvolge anche i nostri governi regionali. Se ad aprile si terrà una nuova sessione straordinaria per approvare un nuovo set di proposte legislative, daremo il nostro contributo come abbiamo sempre fatto. Spiace constatare che è lo stesso Parlamento Europeo, al contrario, a essere spesso vittima di contrapposizioni ideologiche, come quelle che vedevano fino a qualche settimana fa il PPE subire ogni richiesta proveniente da Verdi e sinistre che, per esempio su temi ambientali, dettavano l’agenda e proponevano interventi che non sarebbero altro che l’imposizione di costi alle nostre imprese. Riteniamo che su questi temi, al momento, sia più opportuno soprassedere. E chiederemo di concentrare tutti gli sforzi per superare l’emergenza del Coronavirus, ma anche e soprattutto per la fase successiva, quella della ricostruzione e della ripresa. L’Italia ha dato tanto, è bene che tutti facciano la loro parte, Ue compresa”.

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