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Gozi (Liberali europei):
Sandro Gozi [foto: Union of European Federalists]

Gozi (Liberali europei): "Più ottimista su accordo risorse che su azioni contro l'Ungheria"

Bruxelles – L’Europa è alle prese con il Coronavirus, ma sono altri i mali che l’affligge: una crisi economica tutta nuova e un malessere democratico profondo. C’è in gioco praticamente tutto, nell’Unione europea di queste settimane tanto delicate quanto decisive. Comunque vada resteranno strascichi, perché “è più facile trovare le risorse che servono che andare fino in fondo sull’Ungheria”, ammette Sandro Gozi. Nell’intervista concessa a Eunews il presidente di Federalisti Europei, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei e oggi parlamentare europeo eletto in Francia nella Liste Renaissance nel gruppo dei liberali europei (RE), riconosce che il lavoro da fare è tanto. Servono risposte immediate di grande respiro per l’immediato, e un lavorio continuo per gli anni a seguire.

Eunews: La sua storia professionale e politica è da sempre legata all’Europa, e i meccanismi che la regolano li conosce a menadito. Come giudica la risposta dell’Unione europea a questa crisi?
Gozi: “Vedo che ci sono due Europa diverse. L’Europa che c’è veramente, quella democratica, sta rispondendo alla crisi. Mi riferisco alle risposte della Commissione, – che ha sospeso il patto di stabilità, rivisto le regole sugli aiuti di stato, concesso flessibilità, proposto un meccanismo europeo per la disoccupazione – alle risposte della BCE – con l’attivazione di 750 miliardi di liquidità – e anche a quelle del Parlamento – abbiamo votato per sbloccare 37 miliardi di euro a sostegno delle regioni e delle aree più colpite. L’Europa che non funziona è l’Europa dei veti, l’Europa dell’unanimità, è l’Europa dell’Eurogruppo. Credo che quello che era già uno scandalo democratico diventi anche uno scandalo umanitario. Ricordo che le parole ‘scandalo democratico’ non sono mie ma di Pierre Moscovici, ai tempi in cui faceva il commissario europeo. Parliamo di un organismo informale, che decide in modo anche poco trasparente. Ma in generale non si arriva a decisioni sul tavolo dove vige l’unanimità”.

E: Allora come si convincono Germania e Paesi Bassi a cambiare idea sui Coronabond?
G: “Vedo che finalmente qualcosa si muove sia in Germania sia nei Paesi Bassi. Si apre il dibattito a a livello di opinioni pubbliche, ci sono qualche posizioni nuove. Neppure i Paesi Bassi si mostrano più così monolitici. Vedo proposte tedesche e olandesi che non mobilitano risorse sufficienti, e che sono comunque legate a una logica di emergenza. Serve un piano di ripresa economica e sociale. Vanno identificati i settori dove intervenire e sulla base di questo si stabilisce quante risorse servono e come trovarle. Io ritengo che la via maestra da seguire resti emettere bond, titolo comuni. Anche al proposta della Francia mira a istituire un fondo per l’emissione di bond, che sono necessari per mobilitare le risorse che servono per rispondere a questa crisi”.

E: Quanto serve?
G: “Le dotazioni adatte si aggirano tra i 1.000 e i 1.500 miliardi di euro. Poi si può ragionare a varie ipotesi, come il ricorso alla Banca europea per gli investimenti (BEI), il Meccanismo europeo di stabilità (ESM), o un fondo nuovo garantito in parte dal bilancio UE in parte dai bilanci nazionali per emettere bond è la via da seguire”.

E: E’ ottimista? L’Europa saprà trovare questo consenso su queste misure?
G: “E’ fondamentale che lo trovi, perché siamo a un punto di svolta. Serve sicurezza. Sicurezza umana, economica, sanitaria. Possiamo arrivarci, o possiamo assistere al disfacimento dell’Europa, rischiando a quel punto di sparire dalla cartina geografica di un mondo sempre più a trazione cinese. I segnali delle ultime 48 ore sono migliori di quanto visto in precedenza”.

E: Ha fatto riferimento all’Europa democratica. In Ungheria è accaduto qualcosa senza precedenti. Il vostro gruppo è sempre stato molto attento alle questioni di democrazia, Stato di diritto, e Ungheria. Che succede adesso? Come si reagisce?
G: “Lo stato d’emergenza sanitaria non può essere usato per restringere il campo delle libertà fondamentali. Nel quadro della procedura d’infrazione contro l’Ungheria bisogna aggiungere questi nuovi elementi. Orban ha definitivamente passato il segno di un’Unione che si fonda su principi. Non si può far passare il messaggio che tutto è ammesso in nome di questa crisi. La Commissione europea ovviamente può avviare una procedura d’infrazione se ne ravvede i motivi, ma serve una risposta molto ferma, e come Renew Europe spingiamo per questo”.

E: Però in Consiglio c’è lo scoglio dell’unanimità…
G: “Non si tratta di essere ottimisti o pessimisti. Si tratta di essere determinati. Io sono più ottimista sulla capacità di trovare le risorse per rispondere a questa crisi che di andare fino in fondo sull’Ungheria. Del resto c’è un accordo neanche più segreto tra Ungheria e Polonia per bloccare ogni tipo di iniziativa in Consiglio. Io credo che sia tempo di rivedere i meccanismi per proteggere democrazia e Stato di diritto”.

E: Il presidente del CESE, Luca Jahier, sostiene che nei prossimi dieci giorni l’UE decide il suo futuro, e che ci sia il rischio del tracollo. Anche lei la vede così?
G: “Condivido. L’Europa rischia di definitivamente di essere la vittima degli egoismi e dei nazionalismi. E’ in atto una sfida di umanità. L’Europa deve dimostrare umanità. L’Europa non può fare la contabilità dei morti, peraltro differente, l’Europa deve fare la contabilità delle risorse straordinarie per la messa in sicurezza umana. Tutto questo si dice in questi giorni”.

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