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    Home » Opinioni » Il Coronavirus svela le debolezze della sanità e della ricerca (e la forza del mercato)

    Il Coronavirus svela le debolezze della sanità e della ricerca (e la forza del mercato)

    Luca Marini di Luca Marini
    6 Aprile 2020
    in Opinioni

    Certo che, di questi tempi, l’eccezionale congiunzione planetaria di Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno, che per la gioia degli astronomi risulterà particolarmente visibile nelle prossime settimane, potrebbe apparire, ai superstiziosi, un po’ sospetta. Ma, che si tratti di una semplice coincidenza o di una oscura profezia, il Coronavirus c’è e con esso dobbiamo fare i conti.

    E allora cominciamo. Anzitutto va detto che tra le tante, troppe vittime del Coronavirus va ascritto anche il principio di precauzione. Contrariamente a quanto si pensa, infatti, le misure restrittive della circolazione delle persone adottate dal Governo in queste settimane sono misure tipicamente preventive, e non precauzionali, perché fondate sulla dimostrata possibilità di contagio tra esseri umani. Diversamente, una misura precauzionale, e non preventiva, sarebbe quella che limitasse, ad esempio, l’importazione di prodotti originari da zone contaminate, in ragione delle ancora incerte evidenze scientifiche che dimostrino la possibilità (o l’impossibilità) per merci e manufatti di trasmettere il virus. In altri termini, le misure precauzionali si applicano solo in condizioni di incertezza scientifica, e cioè quando i rischi riconducibili a determinate attività sono ancora sconosciuti, e non quando i rischi in parola sono ormai noti: in quest’ultimo caso, infatti, la precauzione cederebbe il passo alla prevenzione, come è avvenuto con i Decreti “Cura Italia”.

    Che poi misure precauzionali in grado di rivelarsi restrittive degli scambi commerciali siano da considerarsi opportune – prima ancora che legittime – è una valutazione che attiene alla sfera della politica, e non certo del diritto. Si pensi ai prodotti provenienti dalla Cina, dove per primo si è manifestato il Coronavirus: applicando il principio di precauzione alle merci cinesi si rischierebbe di bloccare il commercio mondiale. E, infatti, è proprio questo il motivo per cui a nessuno viene in mente di proporre concretamente le misure restrittive in questione, con buona pace del principio di precauzione. Intendiamoci: quest’ultimo non godeva buona salute già prima dell’attuale pandemia, come dimostra la sua costante assenza dai processi decisionali e comunicativi concernenti attività economicamente attraenti e al contempo potenzialmente rischiose (un esempio? il 5G), ma la vicenda del Coronavirus conferma che la sua diagnosi è ormai infausta.

    Dal punto di vista strettamente sanitario, il Coronavirus dovrebbe rimettere in discussione dinamiche e priorità ormai date per acquisite: per decenni si sono smantellati ospedali, in nome dell’approccio che privilegia la concentrazione delle risorse finanziarie in base all’eccellenza, e oggi un sistema composto da mastodonti sanitari è praticamente in ginocchio di fronte ad un virus che richiede, prima di ogni altra cosa, disinfettanti, mascherine, respiratori e interventi di terapia intensiva. Stupefacente, e tragica, constatazione, che in verità equivale ad ammettere che, da Jenner in poi, la scienza medica non ha fatto quegli strabilianti progressi di cui molti parlano e che i tanti soldi spesi per finanziarie la ricerca scientifica in campi considerati di frontiera (solo per fare un esempio: le cellule staminali embrionali) avrebbero forse potuto essere utilizzati meglio.

    Oltretutto, la storia della medicina avrebbe dovuto insegnare qualcosa. La peste nera (anch’essa originaria della Cina, ma è solo una coincidenza), dopo avere flagellato il mondo intero intorno alla metà del ‘300, si ripresentò a cadenza quasi costante nei secoli successivi. Ed è quello che sembra stia accadendo oggi, in scala ridotta, con il Coronavirus, che secondo alcuni è uno sviluppo della SARS diffusasi nei primi anni Duemila a partire dalla Cina (e anche questa è solo una coincidenza). Ma allora la domanda è: in questi venti anni non si potevano pianificare adeguate risposte cliniche al rischio di pandemie virali, invece di puntare i riflettori (politici, mediatici e finanziari) esclusivamente sui rutilanti sviluppi delle nanotecnologie, delle neuroscienze, della biorobotica e dello human enhancement, che sono e restano del tutto impotenti di fronte ad una malattia così “antica”? Una gestione più oculata delle risorse avrebbe tra l’altro evitato, oggi, ogni speculazione in merito alla presunta “selezione” ospedaliera dei contagiati, che, se davvero praticata, violerebbe non solo il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, ma anche il principio bioetico di equità di accesso alle prestazioni sanitarie (per tacere del giuramento di Ippocrate).

    Un ulteriore effetto del Coronavirus, sicuramente involontario, è quello di avere incentivato primi, timidi passi verso forme di autoproduzione e autoconsumo alimentare: se negli USA è diventato di moda allevare pulcini, in Italia si assiste all’incremento del 95% delle vendite della farina. Queste notizie, unitamente a quelle che periodicamente celebrano la “rivincita” degli orti (tanto rurali quanto urbani, al centro da anni di specifici interventi normativi di sostegno), ci ricordano come la carne, il pane, la pasta, la pizza, la verdura, la frutta e anche i dolci si possono fare in casa, oltre che comprare al supermercato, con evidenti benefici tanto per l’economia domestica quanto per la qualità e la sicurezza alimentare. Si tratta di scelte che potrebbero innescare virtuose reazioni a catena capaci in prospettiva, perché no, di sdoganare la parola “autarchia”, che a ben guardare, in quanto espressione di un’etica che collocava al primo posto la ricerca di soluzioni alternative allo sfruttamento intensivo delle materie prime, per certi aspetti ha anticipato la green economy di cui tanto si parla oggi.

    È vero che l’autarchia sconta un pregiudizio e una colpa: in Italia, il pregiudizio di essere identificata con il regime fascista; nel resto del mondo, la colpa di collocarsi culturalmente, ideologicamente ed economicamente all’opposto della globalizzazione degli scambi commerciali e dei mercati finanziari. Ma con la fine dell’emergenza sanitaria e l’inizio di quella economica, che inevitabilmente farà pesare i suoi costi sulle famiglie italiane per i prossimi dieci o quindici anni, non è detto che la colpa non possa trasformarsi in virtù.

    Luca Marini, già Vice presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, insegna diritto internazionale alla Sapienza di Roma ed è presidente dell’European Centre for Science, Ethics and Law.

    Tags: autarchiacoronavirusglobalizzazioneLuca Marinimedicina

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