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Recovery fund, voce alle imprese: il piano è ambizioso, ora il governo italiano faccia la sua parte

Recovery fund, voce alle imprese: il piano è ambizioso, ora il governo italiano faccia la sua parte

Bruxelles – Un pacchetto di misure storico per portata e per ambizione. La proposta della Commissione europea ai Ventisette di indebitarsi sui mercati per 750 miliardi di euro, in effetti, non ha precedenti e aiuta a comprendere la misura della crisi economica innescata dal Coronavirus. Risorse, di cui la gran parte a fondo perduto (500 miliardi contro 250 miliardi in prestiti), che gli stati membri dovranno mobilitare per le riforme, secondo obiettivi programmati dai governi nazionali. Il messaggio della Commissione è chiaro, nessuna condizionalità per accedere ai fondi se non quella per gli stati membri di assumersi la responsabilità della propria crescita e della modernizzazione della propria economia.

Il sostegno finanziario sarà dunque vincolato all’attuazione di queste politiche di riforma. L’Italia è pronta per farlo? Ce lo siamo chiesti nel corso dell’ultimo SmartEvent “Le proposte della Commissione UE per la ripresa: il giudizio delle aziende” organizzato da Eunews e dedicato a dar voce alle imprese italiane e a comprendere il loro punto di vista sulle proposte della Commissione europea per la ripresa.

Mariuccia Teroni, founder e presidente di FacilityLive

L’iniziativa dell’esecutivo von der Leyen è una grande dimostrazione di avere in mente “una visione nuova” di come dovrebbe essere l’Europa del domani, sottolinea Mariuccia Teroni, presidente di FacilityLive. Ed è proprio una nuova visione che insieme a nuove regole diventa fondamentale quando ci si trova di fronte a una fase di discontinuità con il passato, come quella a cui da mesi ormai il virus ci costringe. Per l’Italia, sottolinea Teroni, il piano di ripresa proposto da von der Leyen è un’occasione di rilancio “che non può essere sprecata e si dovrà sfruttare nel migliore dei modi”. La posta in gioco è troppo alta.

Dell’Italia sottolinea però la mancanza di abitudine a gestire così tanti fondi, “serviranno competenze di alto livello”, dice, oltre che la lungimiranza di riuscire a pianificare un programma di riforme sul lungo periodo. D’altra parte, una mobilitazione di risorse vere e proprie ci sarà solo con il prossimo bilancio pluriennale, non prima della prossima primavera. Il governo dovrà quindi pensare a soluzioni ponte per “sostenere imprese e aiutare il commercio”, senza dimenticare la necessità di operare una profonda sburocratizzazione del Paese, che spesso ne rallenta i meccanismi.

Antonio Barreca, direttore generale di Federturismo Confindustria

Ancora oggi, ricorda Teroni, “molte imprese non hanno potuto accedere ai benefici finanziari messi in campo dal governo italiano” proprio a causa del complesso apparato burocratico, che ci contraddistingue in Europa. Se le imprese riusciranno o meno ad attingere ai finanziamenti europei dipenderà in larga misura da come l’Italia organizzerà le modalità di accesso ai fondi, conferma anche Antonio Barreca, direttore generale di Federturismo Confindustria. Dei due decreti disposti dal governo italiano per la ripresa dalla pandemia, Decreto Cura Italia e Decreto liquidità, ci sono molti strumenti che le imprese non sono state in grado di utilizzare, “in assenza di circolari attuative”. Ad esempio, denuncia Barreca, molte aziende non sono state in grado di ottenere la liquidità necessaria.

Anche per questo, l’approccio della Commissione europea, ovvero la pretesa di un piano serio di riforme e garanzie di trasparenza su come saranno spese le risorse, è “corretto”. “L’Italia è il paese con il sistema burocratico più complesso in Europa” e allo stesso tempo, secondo le prime stime, è anche il paese che avrà maggiori risorse dall’EU: il rischio è quello di avere soldi che non arrivano dove dovrebbero arrivare, senza rispettare i tempi e senza utilizzarli “per le cose che servono davvero in questa fase”.

Tra i tanti settori in sofferenza a causa della crisi, l’industria del digitale, di cui Teroni si occupa, è in realtà resiliente e si è riscoperta “trasversale rispetto a tutte le altre industrie”. Discorso diverso per l’industria del turismo, che rappresenta il 10 per cento del PIL europeo con oltre 27 milioni di lavoratori occupati, che è stata duramente colpita dalla crisi. Tra Trasporti e Turismo, ricorda Barreca, la Commissione UE ha stimato perdite per 400 milioni di euro. Per la prima volta, “il virus ha colpito la volontà di partire” dei cittadini europei.

Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia

Lo stesso discorso vale per la filiera agroalimentare, rappresentata all’evento da Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia. L’iniziativa di Bruxelles è riconosciuta come “un passo avanti importante nel senso dell’integrazione europea” e la condizionalità delle riforme, se finalizzata all’ammodernamento del paese, va certamente sfruttata come l’occasione per un cambiamento sostanziale. L’Italia è un paese “che chiunque abbia al governo, non riesce a riformarsi” dice Scordamaglia. Dalla giustizia alla burocrazia, il Paese ha bisogno di riforme e il piano di ripresa dell’esecutivo comunitario può rappresentare un buon motivo per metterle in pratica.

Scordamaglia insiste anche sulla necessità di capire come la Commissione UE intende recuperare le risorse prese in prestito sui mercati. L’idea è quella di aumentare il paniere delle risorse proprie dell’Unione europea per ripagare il debito che andrà a crearsi per sostenere la ripresa, introducendo anche nuove tasse europee. Per ora ci sono solo proposte, dalla tassa sul digitale, alla plastica, alle emissioni di carbonio. “Proprio questo preoccupa molto”, aggiunge il consigliere di Filiera Italia, che la Commissione “possa avere mano libera per introdurre tasse sull’alimentazione avvantaggiando modelli diversissimi dal nostro o sulle emissioni di CO2 che potrebbero penalizzare anche l’agricoltura“.

Durante lo SmartEvent, Eunews ha condotto un sondaggio chiedendo ai partecipanti, all’inizio e alla fine del dibattito, se “le imprese italiane sono in condizioni di cogliere l’opportunità del piano della Commissione europea”. Dopo un’ora di colloquio con i tre rappresentanti dell’industria italiana, la percentuale dei favorevoli è salita dal 37 al 69 per cento, con diminuzione dei contrari dal 21 al 13 per cento e degli indecisi, dal 42 al 19 per cento.