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OMS cauta sul passaporto vaccinale:

OMS cauta sul passaporto vaccinale: "Ora non ci sono le condizioni"

Organizzazione mondiale della Sanità favorevole all'uso di certificati vaccinali elettronici "per i singoli", ma non per il solo scopo di favorire i viaggi internazionali: "Troppe poche informazioni"

Bruxelles – Troppo pochi dati e prove su quanto i vaccini proteggano da una nuova re-infenzione da Coronavirus per raccomandare a livello globale un certificato di vaccinazione al solo scopo di favorire la mobilità internazionale. “Attualmente non ci sono le condizioni”, sottolinea Katherine O’Brien, direttrice del dipartimento d’immunizzazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), rispondendo alle domande degli eurodeputati in audizione al Parlamento europeo, evidenziando inoltre che al momento la gran parte delle dosi viene ancora somministrata solo a soggetti ‘vulnerabili’. Quindi si rischiano discriminazioni, se l’obiettivo del certificato è solo quello di favorire i viaggi. 

Katherine O’Brien

Mercoledì 17 marzo la Commissione Europea svelerà ufficialmente la sua proposta legislativa per un certificato vaccinale a livello europeo – che dovrebbe chiamarsi pass verde digitale – per dimostrare che una persona è stata vaccinata dal Coronavirus o si è ripresa dalla malattia o ancora, in alternativa, ha un risultato negativo del test per il Coronavirus. Uno strumento, in sostanza, che dovrebbe agevolare gli spostamenti a livello europeo in vista della stagione estiva. O’Brien ha chiarito che in linea generale che l’OMS è d’accordo con l’uso di certificati vaccinali elettronici “per i singoli individui” per tenere traccia dei programmi di vaccinazione in corso negli Stati, ma a livello di Regolamento Sanitario Internazionale “non c’è alcuna raccomandazione per” il solo “scopo di favorire i viaggi internazionali”. Non ci sono le condizioni attualmente per proporlo, ancora troppo poche informazioni.

In audizione in commissione per la Salute pubblica, O’Brien ha insistito sulla necessità di un vero coordinamento a livello internazionale per contrastare la diffusione delle nuove varianti del Coronavirus. Con lei (virtualmente) nella commissione per l’Ambiente e la pubblica Sicurezza anche il capo della task force di emergenza presso l’Agenzia europea dei Medicinali (EMA), Marco Cavaleri, e il capo della sezione di sorveglianza presso il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), Bruno Ciancio.

Cavaleri ha riportato i risultati dei primi studi effettuati sulle nuove varianti del virus. I sieri sviluppati da Moderna e Pfizer-Biontech, caratterizzati per usare la tecnologia innovativa RNA messaggero, hanno “un’ottima efficacia” contro la variante inglese del Coronavirus, ha detto spiegando che lo stesso vale per il vaccino della statunitense, Johnson&Johnson, approvato la settimana scorsa dell’EMA per l’immissione in commercio ma le cui prime dosi arriveranno negli Stati Ue non prima di metà aprile. Secondo invece “un piccolo studio” condotto su solo 2mila persone, il vaccino AstraZeneca non è risultato efficace in situazioni in cui “la variante sudafricana è risultata la principale in circolazione”, ha spiegato Cavaleri. Tuttavia ha precisato che lo studio era molto piccolo e sono necessari “studi più ampi” per verificarne la reale efficacia, al “momento non è possibile escludere che il vaccino sia efficace contro la variante diffusa in Sudafrica”. 

Bruno Ciancio dell’ECDC ha fornito una panoramica sulla diffusione in Europa delle tre varianti del Coronavirus che attualmente vengono considerate “le più pericolose”, perché hanno un impatto sulla trasmissibilità del virus. Ovvero, si diffondono più rapidamente. 

Dati ECDC sulla diffusione delle varianti del Coronavirus in Europa

La variante B.1.1.7 (conosciuta come variante inglese perché testimoniata per la prima volta nel Regno Unito) è stata registrata in tutta Europa comunitaria con circa 24mila casi e una trasmissibilità aumentata fino al 75 per cento rispetto alla variante. Ciancio ha chiarito però che attualmente non ci sono prove certe che la variante inglese abbia effetto sulla severità della malattia che si sviluppa dalla contrazione del virus. La variante B.1.551 (nota come sudafricana) è presente in 18 Stati membri con circa 900 casi. L’ECDC solleva il rischio di recidiva della malattia dopo aver già contratto il virus, ma sono necessari ulteriori studi da confermare. Infine, la variante P.1 (la cosiddetta brasiliana) non è ancora molto diffusa nell’UE (9 Paesi e solo 200 casi) ma risulta più trasmissibile e ci sono “prove del fatto che possa portare a ri-sviluppare la malattia”. Sebbene i pochi casi, l’ECDC ha parlato di primi cluster di diffusione nei Paesi europei.

Di fronte allo sviluppo di nuove varianti, entrambi insistono sulla necessità di capire come approvare più rapidamente a livello Ue nuove versioni di vaccini già approvati che possano essere più efficaci contro le nuove varianti. Ciancio anticipa di aver cominciato una discussione con i regolatori nazionali e con l’OMS per capire come accelerare la procedura e garantire la flessibilità per approvare in fretta i vaccini contro le varianti. Domani in Parlamento è atteso il voto sull’atto delegato della Commissione europea per accelerare la procedura per l’approvazione di vaccini adattati alle nuove varianti del Coronavirus, anche se come ha messo in evidenza il presidente di commissione, Pascal Canfin, gli eurodeputati non hanno ancora ricevuto il documento su cui dovranno votare tra meno di 24 ore. 

Si solleva inoltre il problema che ancora molti Stati non riescono a individuare le nuove varianti perché hanno poca la capacità di sequenziamento del genoma del Coronavirus. L’ECDC insieme alla Commissione europea stanno lavorando a un piano per rafforzare il sequenziamento per individuare le nuove varianti negli Stati membri e attualmente è l’ECDC a farsene carico, analizzando i campioni provenienti dagli Stati membri. La scorsa settimana sono stati analizzati 3mila campioni da parte degli Stati membri che non hanno la capacità per farlo, ma “vogliamo arrivare a un aumento a 15mila sequenziamenti a settimana” anche attraverso il contribuito della Commissione Europea.

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