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L'EDITORIALE

di Lorenzo Robustelli
Direttore di Eunews Follow @LRobustelli
La morte della Commissione “geopolitica”

La morte della Commissione “geopolitica”

Quanto successo due giorni fa ad Ankara ha mostrato tutte le debolezze dell’Unione europea, la sua incapacità a un coordinamento interno e la sua estrema debolezza sullo scenario internazionale. Se si tratta di regalare soldi a chi ne ha bisogno Bruxelles è certamente brava, come lo è anche a darne a chi ci è utile per tenere lontano i migranti, ma se questa vuole essere una “Commissione geopolitica” dovrebbe intanto cominciare a dimostrare di saper tenere ordine almeno dentro casa sua.

La scena di Ursula von der Leyen che resta in piedi mentre Charles Michel, senza alcuna remora, si siede accanto a Recep Tayyip Erdogan dimostra purtroppo tante cose. La prima, chiaramente, è l’incapacità dei leader e delle loro strutture di fiducia di organizzare una visita delicata come questa (che, ed esattamente per i motivi che poi si sono concretizzati, ritenevamo inopportuna) senza cadere in trappole o incidenti. Qualcosa di simile accadde poche settimane fa a Mosca a Josep Borrell. Dimostra poi una mancanza di affiatamento tra i due presidenti europei, che non hanno trovato una soluzione, per lo meno di galateo, lì, su due piedi, che sarebbe stata anche un messaggio fortissimo contro il machismo di Erdogan. Dimostra la sfrenata ambizione ed egocentrismo di Michel, che per una foto ha creato una crisi, rischiando anche, però, di giocarsi la carriera. Von der Leyen non poteva far altro che ciò che ha fatto, sedersi sul divano dei “numeri due”: andarsene o polemizzare sarebbe stato un gesto diplomaticamente sbagliato e per lei, essendo donna, avrebbe facilmente aperto la strada ad accuse sessiste.

Se però Michel ha commesso il peccato più plateale, più ingiustificabile (e certo non lo può giustificare tramite un confuso post su Facebook dopo 24 ore di silenzio totale mentre tutta la stampa lo cercava) anche von der Leyen ha colpe gravi, nel non essere stata in grado di preparare la visita, come è risultato plasticamente evidente da quella scena finale. Anche sul fronte dei diritti umani l’Unione si è piegata, ha fatto, come sempre, la voce grossa sulla loro non negoziabilità, Michel ha incontrato qualche ONG, ma il tema non è stato posto sul tavolo neanche nella misura in cui è stato posto nei confronti di Ungheria e Polonia circa la condizionalità dello stato di diritto per i fondi europei. Ad Erdogan è stato dato ciò che chiedendo poche, vaghe cose in cambio, urlando al vento il nostro amore per i diritti umani, che sono rimasti lì sospesi per qualche attimo, prima che la corrente d’aria se li portasse via.

A questo punto è evidente che qualche testa deve cadere, le brutte figure, le vere e proprie umiliazioni dell’Unione sulla scena internazionale hanno per forza dei colpevoli, dei dirigenti che non hanno saputo organizzare visite e negoziati. Ed anche qualche leader deve lasciare la sua poltrona. Il primo è certamente Charles Michel, un politico ambizioso ma non all’altezza della sfida che lui stesso si è posto, sgomitando per allargare il suo ruolo istituzionale senza darsi pena di indebolire con la sua pochezza l’intera Unione. Solo in via incidentale ricordiamo che nel 2015 i due allora presidente europei (maschi) sedevano entrambi accanto ad Erdogan.

Si è dato ad un uomo come Erdogan lo spazio mediatico che più desiderava, si è andati a casa sua, alla sua corte, e questo per lui ha un valore enorme, che ne rafforza l’immagine in patria in un momento  difficile. E l’escludere la donna dal salotto è stato un altro gesto culturale e politico che va nel senso delle sue scelte. Ma in quello opposto di quelle che dovrebbero essere le scelte europee.

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