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Da Emanuele Severino ad Heidegger e Wittgesnstein: le strade nuove della Filosofia

Da Emanuele Severino ad Heidegger e Wittgesnstein: le strade nuove della Filosofia

L’ultimo saggio del professor Vasco Ursini (Una filosofia per il tempo che viviamo – Ed. Nuova Prhomos), membro dell’Ases (Associazione Studi Emanuele Severino) nonché amministratore del gruppo Facebook Amici di Emanuele Severino, offre interessantissimi spunti di riflessione sul pensiero di giganti del calibro di Husserl, Freud, Heidegger e Wittgenstein, letti nell’ottica della filosofia pratica, strumento non solo teorico ma ben radicato sulla realtà della vita dell’uomo contemporaneo, per l’appunto “pratica”.

La parte che più colpisce dell’opera è l’Introduzione, nella quale, col garbo ed il rispetto dovuti al Maestro Severino, altro gigante del pensiero contemporaneo, l’autore enumera quattro punti fondamentali che , a suo avviso, non gli hanno consentito di abbracciarne fino in fondo il pensiero.

Tema centrale del pensiero severiniano, sia detto ovviamente in modo grossolano, è l’Eternità dell’Essente (L’Essere è, Il Nulla non è – Parmenide), che riguarda ognuno di noi in carne ed ossa, laddove il divenire, ritenuto dall’Occidente l’evidenza assoluta ed originaria basata sul provenire-dal e tornare-nel Nulla, sarebbe al contrario costituito dall’eterno apparire degli eterni nel Cerchio dell’apparire. Tutto ciò sancito dal linguaggio del De-stino (lo Stare assoluto dell’incontrovertibile) di cui l’uomo sarebbe l’inconscio ma inconsapevole depositario.

L’individuo, al contrario, immerso nell’errore originario costituito dalla Terra isolata dal Destino (cioè l’evidenza assoluta del divenire cui prima si accennava) non è in grado di cogliere il linguaggio del destino se non nel caso in cui la Terra isolata si ritragga dal suo sguardo.

Da qui si diparte la critica di Vasco Ursini, che si può riassumere così: 1) il linguaggio che testimonia il destino è donato con necessità dal destino stesso all’uomo, ma quel linguaggio è contestato dalla Terra isolata e dunque non tutti sono in grado di coglierlo; 2) ne consegue che, se l’individuo è immerso nell’errore e non è dunque in grado di comprendere l’annuncio del destino se non grazie all’eventuale ritrarsi della Terra isolata, a che giova filosofare in questi termini?; 3) secondo Severino la cultura dell’Occidente non coglie l’esatta portata del nichilismo, perché, pur provandone orrore, vede il mondo come eterno provenire ed andare nel nulla: al contrario, secondo Ursini “la civiltà occidentale non sa dire da dove e perché vengono le cose ma sa bene che esse vanno inevitabilmente verso la morte”, chiaro riferimento, quest’ultimo, al pensiero hedeggeriano di Essere e Tempo; 4) ultima e, a mio avviso, più forte critica al pensiero di Severino, riguarda il riferimento all’assolutezza del principio di non contraddizione, che ne rappresenta la struttura fondamentale, basata sull’Eternità dell’Essente in quanto innegabile apparire, pena la sua autonegazione in base al citato principio, del destino. Contro questa posizione si oppongono, fra gli altri, i teorici del principio quale contra-dizione (Raimon Panikkar), cioè attinente per l’appunto al dire, non all’Essere, ed il dialeteismo, rappresentato da Graham Priest, che evidenzia come nel campo logico esistano luoghi dove la contraddizione esiste, dove cioè è possibile affermare e negare contemporaneamente una proposizione.

Da questo sofferto allontanarsi dal pensiero del Maestro Severino, si dipana il saggio, che, attraverso Husserl e la fenomenologia trascendentale, Freud e la psicanalisi, giunge a coloro che rappresentano, nella visione del professor Ursini, i maggiori esponenti del pensiero novecentesco, nonché, in una prospettiva di filosofia pratica, i punti di riferimento inderogabili per una filosofia dei tempi che viviamo: Martin Heidegger e Ludwig Wittgenstein.

Heidegger, nel il suo celeberrimo ed incompiuto Essere e Tempo, pone la questione dell’Essere a partire dalla cosiddetta differenza ontologica, secondo la quale, l’Essere non è l’Ente (la cosa), anzi, al contrario, rispetto all’Ente l’Essere è Nulla (Nichts); da ciò segue che per rifondare l’ontologia su nuove basi è necessario studiare l’Esserci, il cui elemento privilegiato è l’Uomo ed i suoi esistenziali.

Ma studiare l’Esserci ed i suoi esistenziali significa guardare all’uomo nel suo essere “progetto gettato nel mondo”, un mondo dominato dall’inautenticità dovuta all’oblio dell‘Essere, ma di cui ci si riappropria quando, nell’angoscia, si intravede nel momento supremo della morte (essere-per-la-morte) l’atto definitivo che dà senso all’esistere.

La filosofia di Heidegger è dunque alla ricerca del Senso, del valore dell’esistenza, più che della Verità incontrovertibile. Un Senso che al termine del suo lungo e periglioso cammino intellettuale troverà, attraverso Holderlin, nella poesia, quale massima espressione di quel linguaggio che “è la casa dell’Essere”.

Dal suo retaggio nascerà l’esistenzialimsmo, che troverà in Sartre uno dei suoi massimi esponenti.

Ludwig Wittgenstein, nel piccolo ma fondamentale Tractatus Logico-Philosoficus, composto da sette tesi principali con le rispettive sottotesi, definisce il Mondo come “totalità dei fatti”, il Pensiero come “immagine logica dei fatti”, la Proposizione come “funzione di verità”. Il linguaggio, dunque, definisce la realtà ed il Mondo è dicibile solo a partire dalla struttura logica del linguaggio: oltra a ciò nulla è dicibile, tanto che il Tractatus si conclude con la famosa, settima tesi: “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.

Da queste tesi , fondamentali nella storia della filosofia contemporanea, lo stesso Wittgenstein si allontanò nelle opere successive, in cui recupererà il non dicibile in un’ottica culturale, intersoggettiva, e parlerà dell’Etica, nell’omonima, celebre Conferenza.

Nel pensiero di Heidegger e Wittgenstein, Vasco Ursini individua gli elementi costitutivi di una filosofia viva, in grado di offrire strumenti non solo teoretici, ma pratici, per affrontare la complessità del vivere presente.

Un’opera densa di contenuti, questa di Ursini, ma allo stesso tempo fruibile e ben congegnata.

Un’opera che riafferma, al di là delle diverse posizioni di ognuno, l’assoluta necessità di fare e studiare Filosofia, l’unica ad aprire uno sguardo di senso sul mondo in questi tempi difficili.