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Cari giornalisti, volete parlare di Europa? Fate così!

Cari giornalisti, volete parlare di Europa? Fate così!

Sono oramai sotto gli occhi di tutti la superficialità e la marginalità che vengono riservate alla dimensione europea della politica da buona parte delle testate giornalistiche italiane, contribuendo ad alimentare quei sentimenti di scetticismo e diffidenza verso l’Unione Europea.

Che la motivazione sia la diversità generazionale di chi scrive gli articoli, la mancanza di preparazione tecnica sul tema o l’assuefamento a un dibattito politico nazionale fermo su sé stesso, il problema è evidente: il giornalismo italiano considera l’UE un interlocutore di serie B.

Come la recente pandemia ci ha dimostrato, tuttavia, l’Unione ha un ruolo cruciale nelle vite di tutti noi. E che ci piaccia o no, è il terreno su cui le nuove generazioni stanno costruendo le proprie battaglie, a partire da quella ambientale.

Il ruolo del giornalista, in questo contesto, non può limitarsi ad una mera ripetizione del titolo del giorno. Al contrario, egli deve orientare il lettore verso un’informazione corretta, completa e rivolta al futuro.

A questo proposito, seguono 5 semplici suggerimenti da tenere a mente quando si scrive di UE.

1) Unione europea   ≠ « estero »

Quante volte abbiamo letto, durante l’ultima estate, che sarebbe servito il Green Pass “per andare all’estero”? Ebbene, ecco qui il primo errore da evitare. Tutti noi, in virtù del nostro status di cittadini UE, siamo liberi di circolare, soggiornare e stabilizzarci in qualunque altro Paese dell’Unione europea, senza bisogno di alcun passaporto o visto.

2) L’UE non è un bancomat

L’Unione europea non è un bancomat. E la solidarietà europea funziona solo se è reciproca. Per questo, ricordarsi della nostra appartenenza europea soltanto quando c’è una quota da riscuotere è inutile e dannoso. Sarebbe più utile, forse, spiegare ai lettori quali sono i meccanismi della solidarietà europea: come funzionano, le loro criticità, idee per migliorarli.

3) Si chiama Next Generation EU

Impariamo a chiamare le cose con il loro nome. Basta parlare di “recovery plan” o “recovery fund”. Si chiama Next Generation EU ed ha un significato ben preciso: costruire, grazie a questo piano straordinario di investimenti, un’Unione europea più forte, verde e competitiva per le prossime generazioni.

4) Gli USA sono una cosa diversa

Stati Uniti e Unione Europea sono due cose completamente diverse. Gli USA sono, da diversi secoli, uno Stato federale che condivide la medesima lingua, moneta e cultura. L’UE, al contrario, è un’organizzazione internazionale (per quanto avanzata!) con appena settant’anni di storia. La nostra moneta unica compie a malapena vent’anni, senza considerare le diversità storiche, culturali e linguistiche che intercorrono tra i 27 Stati membri.

Per fare un esempio, gli Stati Uniti hanno accentrato, a livello federale, sia la politica monetaria che la politica fiscale. L’Unione, invece, soffre di una forte asimmetria: la politica monetaria spetta alla BCE, mentre la politica fiscale resta una prerogativa esclusiva degli Stati membri.

Di conseguenza, qualunque equazione UE = USA è semplicemente errata.

5) L’UE è un processo

Dal 1951 ad oggi, l’integrazione europea si è evoluta in modo straordinario, rappresentando infatti l’esempio di integrazione sovranazionale più avanzato e veloce al mondo.

È evidente a tutti, peraltro, come il nostro futuro posi senza dubbio su una dimensione sovranazionale più integrata e unitaria. Per questo, il giornalista ha l’onere di spiegare al lettore come il processo di integrazione europea è giunto fin qui e come potrebbe svilupparsi in futuro.

Riusciranno i professionisti dell’informazione ad essere all’altezza di questo compito?


Questo contributo è stato pubblicato nell'ambito di "Parliamo di Europa", un progetto lanciato da Eunews per dare spazio, senza pregiudizi, a tutti i suoi lettori e non necessariamente riflette la linea editoriale della testata.