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Donne e digitale, quando la tecnologia accentua il divario di genere

Donne e digitale, quando la tecnologia accentua il divario di genere

Bruxelles – “Inserire la dimensione di genere in tutte le discussioni, in tutti i temi e in tutti lavori di commissione”. E’ così che si dà vita a una rivoluzione culturale sul tema della parità di genere, ritiene l’eurodeputata Evelyn Regner (S&D) a capo della commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere. Ed è il motivo per cui l’Europarlamento ha dato il via lunedì 25 ottobre alla seconda edizione della Settimana europea dell’uguaglianza di genere in cui tutte le principali commissioni parlamentari organizzano dibattiti e approfondimenti sul ruolo delle donne nella società con esperti pronti a dialogare con gli eurodeputati (qui alcuni eventi della Settimana).

Stipendi complessivamente inferiori, pensioni più basse e anche rappresentanza limitata ai vertici del potere. In molti, se non tutti, gli aspetti della società le donne, anche in Europa, soffrono di una condizione di disparità rispetto agli uomini, da come vengono trattate, al ruolo che ricoprono allo stipendio di cui dispongono alla fine del mese. Quando si parla di gender gap (divario di genere) uno dei tanti ambiti “emergenti” in cui il divario tra uomo e donna è preoccupante e non scontato è quello del digitale. E’ il cosiddetto gender digital divide che si declina in molte forme connesse tra loro, lo squilibrio nella partecipazione femminile all’economia digitale, il divario salariale e tutta una serie di stereotipi culturali che vedono le donne lontane dai posti di lavoro “digitali”.

Bastano pochi numeri a chiarire il fenomeno. Secondo il Forum economico mondiale (World Economic Forum) solo il 26 per cento delle donne è occupato nel settore AI (Intelligenza artificiale) e del Data Science, la scienza dei dati: quando parliamo dei colossi del web, Google e Facebook, la forza lavoro donna è ferma rispettivamente al 10 per cento e al 15 per cento.

A confrontarsi oggi (27 ottobre) sul tema con gli eurodeputati della commissione per i diritti delle donne è stata Erin Young, ricercatrice post-dottorato nel progetto ‘Women in Data Science and AI’ dell’Istituto Alan Turing durante un’audizione a tema “Un’economia inclusiva per le donne nella trasformazione verde e digitale”, organizzata a margine della Conferenza sul futuro dell’Europa. Anche in Europa i numeri confermano la tendenza globale perché meno del 20 per cento è impiegato nel settore dello sviluppo delle nuove tecnologie digitali (circa il 18 per cento).

Alla base di questi numeri, ormai se ne parla spesso, ci sono soprattutto motivazioni culturali: le donne sono meno attratte dalle professioni digitali ma è la forte influenza degli stereotipi di genere a ricadere in primis sulla scelta delle materie di studio. Mettere in luce il fenomeno “è un dovere perché le donne impiegate nel settore tecnologico hanno il doppio delle probabilità di aver perso il lavoro durante la pandemia” da COVID-19, ha sottolineato Young.

Per anni l’approccio degli studiosi alla mancanza di diversità nel settore della tecnologia (per lo più riservata a uomini bianchi) è stata ricondotta al cosiddetto ‘pipeline problem’, ovvero c’è scarsa diversità nella tecnologia perché non ci sono abbastanza talenti qualificati provenienti da ambienti diversificati, come delle donne e di uomini neri. Se è vero e dimostrato che c’è meno propensione nelle ragazze a intraprendere un percorso scolastico e poi professionale in tutto il settore STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) non è solo quello il problema, ma lo è anche il fatto che quello della tecnologia è diventato “un ambiente ostile alle donne”, sottolinea la ricercatrice. Dalla retribuzione salariale inferiore a quella dell’uomo, alle molestie o agli stereotipi che deve subire “la forza lavoro” femminile, che tende a scoraggiare questo percorso.

Che l’ambiente digitale sia ricco di stereotipi di genere lo dice la tecnologia stessa, che non è “neutrale” come si può pensare ma è plasmata da chi lavora ai suoi algoritmi. Dati o pregiudizi di genere – i cosiddetti gender bias – con cui si costruiscono gli algoritmi spesso non fanno che accentuare la disparità di genere. Emblematico il caso di una traduzione automatica (nella foto a destra) fatta da Google di una frase dalla lingua ungherese (che non usa i pronomi maschili o femminili) che da solo traduce in maniera discriminatoria attribuendo a “Lei” alcune caratteristiche (è bella, cucina, cresce i figli) che una visione limitata e stereotipata attribuisce solo alla dimensione femminile, mentre a “Lui” delle altre (è intelligente, fa tanti soldi, fa ricerca). Lo stesso – ha ricordato Young – vale anche per gli algoritmi del reclutamento di Amazon o di Facebook che escludono dalla visibilità delle donne alcune offerte di lavoro che riguardano i settori STEM, contribuendo a frenare anche di più la crescita del numero delle donne in questa fetta, ormai importante, di economia.

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