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L'affondo del Parlamento Ue su von der Leyen:

L'affondo del Parlamento Ue su von der Leyen: "Se dà fondi all'Ungheria, responsabile di una palude di corruzione"

Entro il 19 novembre Budapest dovrà dimostrare i progressi nell'attuazione delle 17 misure sullo Stato di diritto. Ma gli eurodeputati chiedono alla Commissione di mantenere la proposta di congelare i fondi attraverso il meccanismo di condizionalità: "Ancora rischi per il budget Ue"

Bruxelles – Non potrebbe essere più duro l’attacco degli eurodeputati contro l’Ungheria e l’avvertimento all’esecutivo comunitario. “Chiediamo alla Commissione Europea di mantenere la proposta di congelare i fondi a Budapest, anche se è stata magnanima spostando la scadenza più avanti, non vediamo nulla accadere”, ha dichiarato in modo secco la co-relatrice del Parlamento Ue sulla protezione del budget Ue in Ungheria, Eider Gardiazabal Rubial (S&D). L’attacco è arrivato oggi (giovedì 17 novembre) nel corso di una conferenza stampa al vetriolo sugli ultimi sviluppi nell’Ungheria di Viktor Orbán a proposito del meccanismo di condizionalità sullo Stato di diritto e delle riforme promesse.

Parlamento Europeo Ungheria
Da sinistra: gli eurodeputati Moritz Körner (Renew Europe), Petri Sarvamaa (Ppe), Eider Gardiazabal Rubial (S&D) e Daniel Freund (Verdi/Ale)

“Stiamo affrontando un momento storico, dobbiamo inchiodare a terra il meccanismo di condizionalità sullo Stato di diritto e renderlo saldo”, le ha fatto eco il co-relatore Petri Sarvamaa (Ppe). Dopo la proposta della Commissione di congelare 7,5 miliardi di euro destinati all’Ungheria per la violazione dello Stato di diritto nel Paese, il punto di caduta per archiviare la questione coinvolge 17 misure avanzate da Budapest e concordate con l’esecutivo comunitario. Il governo Orbán ha tempo fino a domenica 19 novembre per dimostrare i progressi nell’attuazione di queste misure, dopodiché la Commissione dovrà pubblicare una valutazione per decidere se proseguire con l’iter di congelamento dei fondi. I co-relatori del Parlamento Ue hanno parlato di “entro martedì prossimo” (22 novembre), ma il portavoce-capo del gabinetto von der Leyen, Eric Mamer, ha negato che esistano già tempi certi per il confronto al Collegio dei commissari.

Solo tre misure sono state implementate a oggi e solo due sono veramente all’altezza“, ha avvertito Gardiazabal Rubial, con Sarvamaa a rincarare la dose: “È semplicemente impossibile arrivare alla conclusione che le 17 misure dell’Ungheria sradicherebbero i rischi per il budget dell’Unione, il meccanismo non può fallire ora”. Il momento è storico – “sarebbe la prima volta, gli Stati membri saprebbero che i fondi possono essere effettivamente congelati per violazioni dello Stato di diritto” – e non è il caso di prendere decisioni dettate dalla fretta: “Il meccanismo di condizionalità permette di sbloccare i fondi quando le misure vengono implementate, la Commissione sbaglierebbe a dare un’interpretazione diversa”, ha puntualizzato l’eurodeputato Moritz Körner (Renew Europe). È per questo che l’avvertimento degli eurodeputati è netto: “Se la Commissione concederà i fondi a Orbán, Ursula von der Leyen sarebbe responsabile diretta di una palude di corruzione in Ungheria“, perché “al momento ogni somma di denaro è a rischio”, ha sottolineato Daniel Freund (Verdi/Ale).

L’iter di congelamento dei fondi dell’Ungheria

È del 18 settembre la proposta del gabinetto von der Leyen di sospendere il 65 per cento dei fondi che Budapest avrebbe dovuto ricevere attraverso la politica di coesione dell’Unione, quantificabili sui 7,5 miliardi di euro. I programmi operativi della politica di coesione interessati dalle misure sono tre e dovrebbero essere finanziati dal Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), dal Fondo di coesione, dal Fondo per la transizione giusta (Jtf) e dal Fondo sociale europeo Plus (Fse+): ‘Ambiente ed efficienza energetica Plus’, ‘Trasporto integrato Plus’, e ‘Sviluppo territoriale e degli insediamenti Plus’. Parallelamente la Commissione ha proposto il divieto di assumere nuovi impegni giuridici con i trust di interesse pubblico e con le entità da essi gestite nell’ambito di qualsiasi programma dell’Unione in gestione diretta e indiretta.

Meloni Orban Ungheria
Il premier dell’Ungheria, Viktor Orbán, e dell’Italia, Giorgia Meloni

La procedura era iniziata lo scorso 27 aprile, con la notifica scritta della Commissione inviata a Budapest, il primo passo della procedura che permette all’Ue di sospendere i pagamenti provenienti dal bilancio pluriennale a un Paese membro, quando le violazioni dello Stato di diritto hanno o rischiano di avere un impatto negativo sul bilancio europeo. L’attivazione del meccanismo è giustificata da “serie preoccupazioni” sull’uso dei fondi attraverso il quadro finanziario pluriennale 2021-2027, in particolare per quanto riguarda il public procurement (spesa pubblica destinata all’acquisto diretto di beni e servizi da parte della pubblica amministrazione), audit (valutazioni indipendenti di controllo delle spese), trasparenza, prevenzione delle frodi e corruzione.

La decisione ora spetta al Consiglio, che dopo la proroga di un mese avrà tempo fino al 19 dicembre per adottare (a maggioranza qualificata) le misure. Dopo aver capito di non poter andare allo scontro insieme a un blocco di Paesi contrari, l’Ungheria di Orbán ha deciso di percorrere la strada dell’allineamento alle richieste delle istituzioni comunitarie sul rispetto delle norme anti-corruzione, con l’attuazione delle 17 misure al vaglio degli eurodeputati e della Commissione. Rimane comunque la data del 19 novembre per la presentazione dei progressi in questo senso, che l’esecutivo comunitario dovrà valutare per archiviare o continuare la strada del congelamento dei fondi all’Ungheria.

Quella in corso è una procedura amministrativa, non penale, e questo significa che non ha effetti legali né può essere impugnata. Nel novembre dello scorso anno erano state inviate due lettere a Budapest e a Varsavia (sulla Polonia la Commissione deve ancora esprimersi) con una richiesta di spiegazioni sulle violazioni dello Stato di diritto in atto. In risposta, i due Paesi membri si erano rivolti alla Corte di Giustizia dell’Ue, ma il 16 febbraio i loro ricorsi sono stati respinti: i giudici europei hanno sottolineato che il meccanismo è stato adottato “sul fondamento di una base giuridica adeguata”, che rispetta “i limiti delle competenze attribuite all’Unione e il principio della certezza del diritto” e che è compatibile con la procedura prevista all’articolo 7 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. In sostanza, un meccanismo parallelo e non in contrasto con la possibilità di sospendere i diritti di adesione all’Ue in caso di violazione “grave e persistente” da parte di un Paese membro dei principi fondanti dell’Unione.

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