Bruxelles – Tre dipendenti su quattro nell’Unione europea si sono scontrati con e-mail, messaggi o link sospetti sul luogo di lavoro. Sono i dati che emergono da un nuovo sondaggio Eurobarometro pubblicato oggi (30 settembre) dalla Commissione europea. Condotto online tra il 27 aprile e l’8 maggio scorsi, il sondaggio su ‘Cibersicurezza sul luogo di lavoro: consapevolezza e preparazione dei dipendenti’ ha coinvolto 25.747 cittadini dell’UE in tutti i 27 Stati membri e ha riguardato gli incidenti che si sono verificati nei sei mesi precedenti.
La minaccia informatica più diffusa sul lavoro è il phishing, cioè un tipo di truffa che mira ad ingannare una persona convincendola a fornire informazioni personali, codici di accesso, dati finanziari. Il 39 per cento dei dipendenti ha segnalato messaggi o siti web fraudolenti concepiti per sottrarre dati o ottenere accessi non autorizzati. I dipendenti hanno inoltre riferito di tentativi di furto di dati personali (18 per cento) e password (16 per cento), attacchi malware (17 per cento) e truffe generate dall’intelligenza artificiale (AI) (15 per cento).
Tra consapevolezza e capacità di rilevamento delle minacce, però, c’è una bella distanza. Dai dati emerge che, sebbene l’83 per cento ritenga gravi le potenziali conseguenze degli attacchi informatici, solo il 48 per cento afferma di saper riconoscere un video falso generato dall’IA. E, complessivamente, appena il 18 per cento dichiara che la propria organizzazione non ha subito alcun incidente informatico, per quanto ne sappia.
Diverso è il discorso per quanto riguarda i comportamenti rischiosi. Qui i dipendenti hanno un occhio più allenato, e sanno riconoscerli, in particolare per quanto riguarda il phishing e la gestione delle password. Tra coloro che utilizzano sistemi e strumenti digitali sul lavoro, il 76 per cento ritiene rischioso cliccare su un link senza verificare il mittente. Una percentuale analoga (74 per cento) considera pericoloso utilizzare la stessa password per account privati e lavorativi, mentre per il 69 per cento lo è la condivisione di informazioni di lavoro sui social media. La maggior parte dei dipendenti è inoltre consapevole della necessità di segnalare e-mail sospette e di installare gli aggiornamenti software.
Tuttavia, tale consapevolezza spesso non si traduce in pratiche quotidiane. Sebbene il 72 per cento affermi di saper individuare e-mail sospette, solo il 54 per cento verifica il mittente prima di aprire i link e appena il 50 per cento blocca sempre il computer quando si allontana dalla postazione di lavoro. Inoltre, le pratiche fondamentali di igiene informatica, come la verifica del mittente prima di aprire link e l’uso di password complesse, sono diffuse, ma non applicate in modo costante tra i lavoratori, con una frequenza che aumenta nettamente all’aumentare dell’età: la consapevolezza dei rischi informatici cresce notevolmente con l’età, evidenziando la necessità di una formazione mirata, in particolare per i dipendenti più giovani (fascia d’età 15-24 anni).
Infine, è rilevante notare come la maggior parte dei dipendenti ritenga che la propria organizzazione sia efficace nel proteggersi dagli attacchi informatici, ma come solo circa la metà delle realtà abbia adottato misure chiave di cibersicurezza, mentre un ulteriore quarto prevede di introdurle. Sei dipendenti su dieci (60 per cento) hanno dichiarato di aver ricevuto una formazione sulla cibersicurezza nell’anno precedente, anche se la partecipazione cala drasticamente nelle organizzazioni più piccole. Allo stesso tempo, l’85 per cento si è detto interessato a migliorare le proprie competenze in materia di cibersicurezza, ma l’ostacolo a farlo è la mancanza di tempo (nel 26 per cento dei casi).
La fotografia italiana
L’Eurobarometro ha coinvolto poco più di mille cittadini italiani (1.003). I dati confermano la figura complessiva: le email di phishing hanno rappresentato il rischio a cui l’azienda per cui si lavora è stata più esposta (36 per cento, media UE al 39 per cento), seguite da tentativi di furto di dati personali (17 per cento, media UE 18 per cento), attacchi malware (17 per cento sia tra gli italiani che per la media UE) e tentativi di furto di password (14 per cento, media UE al 17 per cento).
Dai dati, però, emerge una grande consapevolezza degli intervistati circa la rilevanza della sicurezza informatica: per il 55 per cento degli intervistati è molto importante e per il 32 per cento lo è abbastanza (media UE rispettivamente al 53 per cento e al 33 per cento). Inoltre, le conseguenze di un possibile attacco al proprio posto di lavoro vengono percepite come molto gravi per il 29 per cento degli intervistati italiani (media UE al 37 per cento) e abbastanza gravi per il 53 per cento (media UE al 46 per cento). A ciò si aggiunge un senso di inquietudine che arriva a sfiorare la metà degli interpellati, dato che il 17 per cento ritiene “molto probabile” e il 32 per cento “abbastanza probabile” che l’azienda subisca nei prossimi sei mesi un attacco informatico (media UE a 18 per cento e 31 per cento).
Sul piano della risposta, oltre tre dipendenti su quattro promuovono i sistemi e gli strumenti di protezione forniti dalla propria azienda: il 20 per cento (media UE al 24 per cento) li ritiene molto efficaci e il 62 per cento (media UE 58 per cento) abbasttanza. Inoltre, intorno alla metà dei casi, le aziende hanno messo in atto una misura di sicurezza: regole e linee guida scritte (51 per cento); procedure e canali di segnalazione di problemi (45 per cento); messaggi di informazione e sensibilizzazione sui rischi (45 per cento). Infine, il 24 per cento degli italiani si dice molto fiducioso di riconoscere una email, un messaggio o un link sospetto (il 50 per cento lo è abbastanza), ma solo il 13 per cento lo è altrettanto davanti a un video falso generato dall’Intelligenza artificiale. In generale, però, gli italiani giudicano positivamente il proprio livello di conoscenza in materia di rischi e prevenzione, con il 16 per cento che lo definisce molto buono e il 65 per cento che lo bolla come abbastanza buono (media UE a 17 per cento e 60 per cento). Negli ultimi 12 mesi, il 66 per cento degli interpellati italiani ha partecipato a una attività di formazione (obbligatoria per il 42 per cento e volontaria per il 24 per cento) di contro a una media UE del 60 per cento.

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