Sulla spinta dei neoliberismi efficientisti, sempre più lo Stato si assottiglia e delega suoi poteri a privati, spesso non per rendersi più efficiente ma seguendo il solo criterio della minor spesa. Stato è ormai diventato sinonimo di spreco, opacità, clientelismo. Campione di virtù è invece tutto quel che produce guadagno con minimi costi. Si è completamente perso di vista il concetto di servizio pubblico, che non deve rendere un profitto ma semplicemente spendere utilmente un bilancio in pari.
Così in paesi come il Regno Unito si privatizza addirittura la polizia carceraria ed è in cantiere una proposta di privatizzazione anche dei servizi di tutela dei minori. Ci sarà dunque qualcuno oltre Manica che trarrà un profitto dalla disgrazia di un bambino abbandonato. Affidare a criteri di mercato l’assistenza a minori in difficoltà, vittime di abusi o esposti a violenze è a dir poco dissennato. Ma a simili vergogne porta il fumoso slogan della “big society” conservatrice. Tutto questo malgrado evidenti prove di assoluta inadeguatezza delle imprese private in campi simili. Recentemente, sempre nel Regno Unito, in diversi carceri gestiti da agenzie private si sono verificati disordini e rivolte che i vigilantes privati non sono stati in grado di controllare. Gestire un carcere non si riduce a una questione di vitto e alloggio in detenzione. Comporta funzioni molto più complesse, dal costo imponderabile, che si ripagano con il recupero del condannato e con il suo reinserimento nella società. Come quantificare costi e benefici di un simile processo? Determinate funzioni dello Stato hanno un valore che non si può monetizzare e che fanno parte della sua stessa essenza. Sono il nocciolo duro del sistema di lealtà e appartenenza che lo tengono insieme e da cui scaturisce lo spirito di una comunità. In fin dei conti, se c’è una cosa che universalmente emerge dal voto europeo è proprio questa: il bisogno di Stato.
Che sia il vecchio stato nazionale o una nuova Europa federalista, i cittadini europei hanno bisogno di poter contare su solide istituzioni che infondano loro un senso di appartenenza e di sicurezza. Fino ad oggi l’Unione europea ha sistematicamente rinunciato a volersi Stato, facendosi guidare dall’unica etica del mercato, della liberalizzazione economica a prescindere da tutto e da una vaga quanto fumosa politica di tutela del consumatore. Ma il consumatore non è il cittadino. Oggi c’è bisogno di politica vera a Bruxelles e di strumenti per realizzarla che non si definiscano solo sulla base delle pressioni di lobbies e mercati ma che si ispirino a una visione, a un progetto di società. Per far questo non servono contabili né rottamatori, ma statisti. Ne è rimasto qualcuno nelle nostre ammuffite classi politiche?







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