Giorgia Meloni ha scritto una lettera di fuoco al presidente del Consiglio europeo, António Costa, all’indomani dei colloqui svoltisi mercoledì 4 novembre fra rappresentanti dell’Ucraina, degli Stati Uniti, della Francia, della Germania, del Regno Unito e della Banca mondiale per discutere del futuro e della ricostruzione dell’Ucraina, per stigmatizzare “la proliferazione di formati diplomatici e iniziative concorrenti”.
“Sono convinta che tutti noi riconosciamo che, dando l’impressione di un’Europa che va in direzioni diverse, non stiamo facendo altro che assecondare gli interessi di chi vuole che questa guerra continui”, ha scritto, invocando la necessità di individuare un unico rappresentante “per parlare con una sola voce sulla questione ucraina”, e chiedendo formalmente che la questione venga discussa al vertice informale dei leader dell’UE a Dublino la prossima settimana affinché una decisione sul nome venga presa in occasione del Consiglio europeo di dicembre.
È già la seconda volta che la presidente del Consiglio interviene in merito, dopo che la settimana scorsa aveva pubblicamene criticato l’iniziativa assunta dal presidente finlandese Alexander Stubb, unitamente al primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, di telefonare a Putin con l’illusione di spuntare un qualche ruolo di “mediatori” per porre fine al conflitto.
Indubbiamente poi, pur se Giorgia Meloni ha insistito nella lettera sul fatto di “non cercare un posto per l’Italia o per sé stessa a nessun tavolo negoziale specifico”, pesa anche la persistente esclusione dell’Italia dai vari “format” più o meno estemporanei venuti fuori sin qui.
Va aggiunto però che a rendere più credibile la legittima insoddisfazione di Meloni, forse occorrerebbe in primo luogo una linea di condotta più lineare del governo che presiede, dove le parti in commedia sono molteplici.
Non è usuale, in effetti, che un vicepremier, rappresentante di una delle componenti della maggioranza, faccia campagna per la fine immediata degli aiuti all’Ucraina quando proprio questo elemento è il collante principale dell’impegno europeo a favore di quel Paese.
Tanto è vero che il varo del pacchetto di aiuti militari all’Ucraina, che Palazzo Chigi tiene congelato da molti mesi, riprenderà apparentemente il suo iter solo nei prossimi giorni (casualmente dopo le elezioni di midterm americane?).
Inoltre, l’Italia sta con un piede dentro e uno fuori nella cosiddetta “Coalizione dei volenterosi” messa in piedi da Francia e Regno Unito per coinvolgere più Paesi possibile, anche fuori dell’UE, per elaborare piani per coordinare il sostegno militare e di intelligence all’Ucraina alla luce del disimpegno americano e preparare garanzie di sicurezza per il futuro.
Truppe di dieci Paesi membri parteciperanno, dal 9 al 22 novembre a un’esercitazione sul terreno nel sud est della Polonia.
L’Italia, ovviamente, non ci sarà. Ma stare alla finestra, promettere aiuti salvo poi dover fare i conti non solo con i propri alleati nazionali ma anche con gli equilibri internazionali per contentare l’uno senza scontentare troppo l’altro, è una scommessa alla durata difficile da reggere.
Il tentativo di non spezzare i fili con nessuno, anche con chi persegue di tutta evidenza una politica in aperta contraddizione con quella che faticosamente stanno cercando di portare avanti istituzioni europee e Paesi “volenterosi” depotenzia la giusta richiesta – che speriamo quella sì venga accolta – di designare un interlocutore unico europeo al tavolo dei possibili e auspicabili negoziati di pace.










