Bruxelles – Ci sono Paesi che considerano ancora l’Unione europea un approdo. E ora ce ne sono tre in più, almeno nelle intenzioni dei loro leader. Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno unito le forze per chiedere l’indipendenza da Londra e rivendicare, una volta ottenuta, il diritto a tornare nell’Unione europea. Un progetto che, se realizzato, ridisegnerebbe completamente la mappa politica delle Isole britanniche.
Il 13 settembre, a Cardiff, i leader di Scottish National Party, Plaid Cymru e Sinn Féin hanno firmato un memorandum congiunto nel quale rivendicano il diritto all’autodeterminazione. “L’era di Westminster sta volgendo al termine”, hanno dichiarato John Swinney, primo ministro scozzese, Rhun ap Iorwerth, primo ministro gallese, e Michelle O’Neill, premier dell’Irlanda del Nord. Al vertice ha partecipato anche Mary Lou McDonald, presidente di Sinn Féin.
Il documento chiede al governo britannico di “preparare e facilitare il cambiamento costituzionale” nelle tre giurisdizioni, perché “Westminster non ha il diritto di bloccare la democrazia” né di impedire ai cittadini di decidere il proprio futuro. L’obiettivo comune è quindi arrivare a consultazioni popolari che consentano a scozzesi, gallesi e nordirlandesi di scegliere il proprio destino costituzionale.
La convergenza arriva in un momento senza precedenti perché, per la prima volta, i governi di Scozia, Galles e Irlanda del Nord sono guidati da partiti favorevoli all’indipendenza o alla riunificazione con l’Irlanda. Il percorso, però, non è identico per tutti. La Scozia chiede un nuovo referendum dopo quello del 2014, quando il 55,3 per cento degli elettori votò per rimanere nel Regno Unito. Il Galles parla invece di un “percorso costituzionale” verso l’indipendenza, ma senza fissare una scadenza. Per l’Irlanda del Nord, infine, la questione è quella della riunificazione con la Repubblica d’Irlanda.
A unire i tre movimenti è anche la prospettiva europea. Nel memorandum, i leader sostengono che “il futuro delle nostre nazioni è nell’Unione europea” e accusano la Brexit di aver danneggiato le rispettive economie. Il divorzio da Bruxelles, insomma, ha finito per rafforzare in alcune delle nazioni del Regno Unito il desiderio di prendere una strada diversa da quella scelta da Westminster nel 2016.
Da Londra, però, arriva un secco no. Il premier britannico Andy Burnham ha ribadito il suo “forte sostegno per l’Unione” e respinto le proposte dei leader nazionalisti, sostenendo che il governo dovrebbe concentrarsi sulla sicurezza economica anziché aprire nuovi dibattiti costituzionali.
Sul tavolo resta soprattutto il nodo scozzese. Westminster continua a opporsi a un secondo referendum sull’indipendenza, mentre in Irlanda del Nord gli Accordi del Venerdì Santo prevedono la possibilità di una consultazione sulla riunificazione quando vi siano sufficienti elementi per ritenere che una maggioranza la sostenga.
E proprio sull’Irlanda, nelle stesse ore, è intervenuto Donald Trump. Durante la sua visita a Dublino, il presidente americano ha detto che gli piacerebbe “vedere l’isola unita”, riaccendendo un dibattito che Londra e gli unionisti nordirlandesi considerano estremamente sensibile. “Prima o poi succederà“, ha osservato il tycoon nella capitale irlandese, rimarcando i benefici che, secondo lui, arriverebbero dall’unità dell’isola. “Penso che sarebbe fantastico, come potrebbe essere una cosa negativa?”, ha detto lanciando la palla all’attuale presidente irlandese, Micheál Martin: “Qui c’è l’uomo giusto per far partire il processo“, ha commentato Trump.

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