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    Home » Editoriali » È arrivata la fine della crescita in Occidente?

    È arrivata la fine della crescita in Occidente?

    Elido Fazi di Elido Fazi
    4 Novembre 2013
    in Editoriali
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    GordonNel 2012, l’economista americano Robert J. Gordon ha pubblicato un articolo in cui si chiede se la crescita economica degli Stati Uniti sia finita per sempre (Is US Economic Growth Over?). Secondo Gordon sei sono i vènti contrari che impedirebbero una crescita di lungo termine simile a quella avvenuta tra il 1860 e il 2007, una media dell’1,9%. Se la crescita si attesta alla metà, nei prossimi decenni, è già grasso che cola.

    I sei vènti contrari sono i seguenti:

    1) demografia

    2) educazione

    3) diseguaglianze

    4) globalizzazione

    5) energia e ambiente

    6) un enorme debito sia delle famiglie che dello Stato federale

    Anche il presidente uscente della Fed, Ben Bernanke, sembra pensarla allo stesso modo. In un discorso del mese di novembre 2012 ha detto in modo soft più o meno le stesse cose: «Tutta l’evidenza che siamo riusciti ad accumulare ci sembra evidenziare che la crisi finanziaria e la conseguente recessione hanno ridotto somewhat il tasso di crescita della nostra economia». Qui la parola chiave è somewhat, cioè non sappiamo di quanto abbia ridotto la capacità di crescita, ma sappiamo che l’ha ridotta di un bel po’.

    Naturalmente Gordon potrebbe essere una delle tante Cassandre che affollano di questi tempi le facoltà di Economia di tutto il mondo. Ma non possiamo esimerci dal chiederci se Gordon non abbia per caso ragione e se quello che dice degli Stati Uniti valga anche per l’altra metà dell’Occidente, la nostra Europa. Cerchiamo di capire.

    Innanzitutto bisogna subito dire che le politiche economiche push button che hanno governato l’Occidente in questa crisi finanziaria, come scrive Stephen King (da non confondere con il noto autore di Shining) nel suo libro When the money runs out, ‘Quando i soldi finiscono’, non hanno funzionato più di tanto, anche se bisogna fare una distinzione tra l’Europa e gli Stati Uniti, che hanno fatto ricorso in modo massiccio a politiche monetarie espansive (quantitative easing) con risultati più lusinghieri che in Europa (gli Stati Uniti dopotutto sono cresciuti a un tasso annuale del 1,8% nel primo semestre del 2013 e c’è consenso tra tutti quelli che fanno previsioni economiche che la crescita dovrebbe accelerare al 2,8% nel 2014, mentre in Europa le cose, in termini di crescita, sono andate peggio).

    Nonostante i risultati migliori negli Stati Uniti rispetto all’Europa, bisogna però ammettere che si ha l’impressione che non basti oggi una qualche mossa dei tecnici delle banche centrali – come alzare o abbassare il livello del tasso d’interesse, tanto per capirci, o stampare moneta a go-go – per raddrizzare la nave e rimetterla in navigazione. La politica economica non è più una questione da tecnocrati, ma è diventata eminentemente politica. Le società occidentali non sono più in grado di mantenere le promesse – pensioni, sistema sanitario, educazione per tutti, oltre che ottimi rendimenti per chi aveva soldi da investire – che erano state fatte durante gli anni di vacche grasse, gli anni Settanta e Ottanta.

    Il default non è solo quello del debito pubblico, ma se guardiamo alla storia noteremo che ci sono ben altri default che accompagnano le economie che non crescono più – o  che come quella italiana, che continua a cadere nel vuoto senza capire quando toccherà terra e quanto male si farà –, e questi default si chiamano disuguaglianza all’americana, nazionalismo alla Galli della Loggia, razzismo alla Lega Nord, guerriglia alla No Tav, antieuropeismo e populismo alla griglia, cioè alla Grillo. Insomma, le nostre società non sono state preparate a un ristagno dell’economia.

    Politicamente, quando manca la crescita, anche la politica sembra andare in default, basti pensare a quello che è successo a ottobre negli Stati Uniti, dove un accordo per evitare il default finanziario è stato trovato all’ultimo minuto e il problema si riproporrà tra qualche mese (link agli art. sul debito americano), oppure al Giappone, dove Shinzo Abe ha ordinato alla Banca Centrale del Giappone di raddoppiare la base monetaria in un disperato tentativo di trascinare fuori dalla stagnazione che dura venti anni l’economia giapponese. E anche le tensioni tra paesi creditori e paesi debitori stanno salendo pericolosamente. La Cina si è mostrata molto nervosa davanti al rischio default americano e ha invitato Obama a darsi da fare per trovare soluzioni più durature. Nei prossimi mesi, diventerà sempre più difficile per gli Stati Uniti tenere tranquilli i suoi creditori. Con la stagnazione s’incarogniscono i rapporti tra gli have e gli have not. Si rompono i rapporti di fiducia. Il guadagno di uno spesso ha come altra faccia della medaglia la perdita di un altro.

    La seconda metà del secolo scorso è stata una bonanza per l’Occidente, sia quello americano che quello europeo. Anzi, l’Europa ha fatto persino meglio degli Stati Uniti. Il benessere (seguendo l’indicatore del PIL procapite) è quadruplicato in Europa, mentre negli Stati Uniti è solo triplicato. La crescita nel dopoguerra non è stata dovuta solo al progresso tecnologico. Dopo Bretton Woods si sono riaperti i canali del commercio internazionale, di cui ha beneficiato tutto l’Occidente, compreso il Giappone, che Occidente non è (negli anni Cinquanta e Sessanta le esportazioni giapponesi verso gli Stati Uniti crescevano del 20% l’anno). E si è aperto, soprattutto con la smisurata crescita delle carte di credito, un nuovo filone di credito al consumo che ha portato il debito delle famiglie americane dal 40% all’inizio degli anni Cinquanta al 140% prima della crisi finanziaria del 2008.

    La crescita nel primo decennio del terzo millennio è stata nel complesso in media dell’1,5%, di gran lunga la più debole rispetto ai decenni dal 1950 al 2000. In termini di PIL pro-capite i risultati sono persino peggiori. Per l’Occidente nel suo complesso, la crescita è stata dello 0,9%, meno della metà di quella registrata negli ultimi vent’anni dello scorso secolo e meno di un terzo di quella registrata tra il 1950 e il 1980. Eppure, il mondo nel suo complesso non è mai cresciuto tanto. La crescita media mondiale nel primo decennio è stata superiore a ogni periodo precedente, se si escludono gli anni Sessanta e Settanta. E le cose oggi non sembrano cambiare più di tanto. Nel 2013, secondo dati del Fondo Monetario Internazionale (FMI) l’economia globale dovrebbe crescere del 2,9%, rispetto al 3,2% del 2012. Ma la crescita avviene soprattutto nei nuovi mercati emergenti (Cina, India, Indonesia…), che registrano nel loro complesso una crescita del 4,5% nel 2003, anche se in ribasso rispetto al 2012 (4,9%) e 2011 (6,2%). Nel 2014, l’economia mondiale dovrebbe crescere del 3,6%.

    Fazi1

    In molti paesi europei, il PIL deve ancora tornare ai livelli precedenti alla crisi. Nell’Eurozona nel suo complesso il PIL rimane ancora per il 3% sotto al picco del primo trimestre del 2008. Nel 2013, sia la Commissione Europea che il FMI prevedono una caduta del PIL dello 0,4%, con la previsione di una modesta ripresa nel 2014. L’Italia, come può essere visto benissimo dal grafico seguente

    Fazi2

    è il paese che finora ha fatto peggio a livello mondiale, e sarebbe ora di cominciare a discutere perché, tra tutti i paesi sviluppati dell’Occidente, l’Italia è il paese che ha prodotto i peggiori risultati in termini di crescita. Invece tutti i paesi emergenti, sono risaliti sopra i livelli pre-crisi.

    Fazi3

    Non è un buon segnale per l’Occidente. La crescita in Cina, India, Brasile, Indonesia, avrebbe dovuto essere una manna per noi occidentali.

    Elido Fazi

    Tags: crescitadatielido fazieurozonaPiltabelle

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