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    Home » Editoriali » La paura del cosmopolita

    La paura del cosmopolita

    Thomas Paine scrisse: “Il mondo è il mio paese, l’umanità è la mia razza e il bene è la mia religione”. Questa allora come oggi è l’etica del cosmopolita che, come al tempo dei grandi totalitarismi, oggi i nuovi sovranisti continuano a combattere ma che nella storia ha sempre finito per prevalere.

    Diego Marani di Diego Marani
    14 Gennaio 2019
    in Editoriali
    Thomas Paine, uno dei padri degli Stati Uniti d'America

    Thomas Paine, uno dei padri degli Stati Uniti d'America

    Ho recentemente rivisto il vecchio film di Costa Gavras “La confessione”, una storia che racconta le purghe staliniane nella Cecoslovacchia degli anni ’50. Nelle scene dei processi e degli interrogatori la più infame di tutte le accuse che poteva cadere sulla testa degli imputati accusati di tradimento era quella di cosmopolita. Il cosmopolita, più della spia, più del corrotto borghese, più del collaboratore nazista era il nemico numero uno della dittatura comunista, come lo è sempre stato di ogni regime totalitario. Perché il cosmopolita sfugge al fanatismo di chi proclama una patria superiore a ogni altra, da difendere anche con la morte, si sottrae al condizionamento del nazionalismo e dovunque vada a vivere porta con sé la sua spudorata libertà. Il cosmopolita è immune dalla propaganda, conosce il mondo e può quindi fare paragoni e soprattutto non ha bisogno di radici perché le porta con sé. Sono fatte di idee, di principi, non di luoghi o di sangue.

    Il cosmopolitismo è un’idea antica, che risale ai primi cinici e stoici dell’antichità e che il Cristianesimo porta nella religione. Viene poi ripreso dai Lumi con Kant che lo considerava un principio regolativo del progresso della società umana verso l’integrazione universale, “destino del genere umano giustificato da una tendenza naturale”. Al contrario Stalin lo osteggiò con ogni mezzo e in un suo famoso discorso del 1946 lo definì una “minaccia al valoroso eroe sovietico”. In realtà quel che faceva paura a Stalin erano le élites colte e poliglotte dell’ebraismo internazionale che incarnavano le idee di libertà individuale a lui invise. Nell’URSS non c’era posto per gente che andasse da una repubblica sovietica all’altra a diffondere nuove idee. Oggi il cosmopolitismo continua a nutrire il pensiero moderno, ancora di più nella prospettiva del globalismo con i suoi fenomeni planetari che ci scaraventano addosso problemi di gente molto lontana da noi. Il pensatore americano di origine ghanese Kwame Anthony Appiah cerca di conciliare il cosmopolitismo con l’appartenenza ad una comunità specifica sottolineando che le due lealtà si compenetrano. Mentre la nazione perde sempre più senso e la responsabilità individuale viene sempre più spinta a farsi carico di problematiche come i cambiamenti climatici, il consumo delle risorse e lo sfruttamento della manodopera nei paesi arretrati, il cosmopolitismo diventa una nuova etica e il cosmopolita il nuovo ma sempre controverso attore del cambiamento.

    Oggi come in passato il cosmopolitismo ha nemici accaniti. Il presidente del parlamento ungherese ha più volte definito “gente senza paese” i suoi oppositori politici fedeli solo a valori come la libertà e irrispettosi della religione e della tradizione. Viktor Orban con la sua accanita campagna contro in finanziere e filantropo ebreo George Soros rivela di avere gli stessi nemici di Stalin e in Polonia il partito al governo vede il paese “in rovina, la sua economia saccheggiata dal capitale internazionale, ridotto a una colonia dei media stranieri che infettano le menti polacche con il loro cosmopolitismo senza radici”, come riporta un articolo della World Press dello scorso anno.

    Anche nel nostro paese il cosmopolita sta diventando un capro espiatorio. Ogni male viene dall’Europa, al punto che ormai tutto quello che non è puramente italiano viene visto con sospetto. Sentiamo perfino pubblicità di abbigliamento, di mobili o di cibo per cani vantare una produzione tutta italiana. Come se le mozzarelle campane alla diossina fossero comunque più sane di quelle tedesche prodotte senza sostanze tossiche o i tessuti confezionati in nero in Italia da manodopera schiavizzata sempre preferibili a qualsiasi prodotto estero. Non si seguono principi etici ma etnici secondo cui quel che è nostro è comunque migliore, anche il male. Come quando nutrivamo un certo vanto per la mafia siciliana che fregava così flagrantemente la polizia americana. Questo sembra essere ancora oggi il nostro criterio nazionale di distinzione fra il bene e il male. Gli italiani sono comunque brava gente, anche quando non rispettano gli impegni assunti con altri paesi, anche quando inneggiano ai fautori di disordini altrove nel mondo, anche quando se la intendono con paesi illiberali e anti-europei, anche quando vendono armi a paesi canaglia, anche quando prendono in ostaggio disperati alla deriva lungo le nostre cose per i loro giochi politici. È il made in Italy…

    Il cosmopolita viene invece a scardinare questo meccanismo tribale perché al valore irrazionale del “buono o cattivo è comunque il mio paese” oppone la razionalità della scelta basata su principi universali di giustizia e libertà. Con un’arma nuova rispetto al passato. Nel mondo globalizzato e senza frontiere, il cosmopolita può spostarsi, abbandonare il paese che nega i suoi valori e insediarsi altrove, portando con sé le sue capacità e il suo sapere. E causando un impoverimento dei paesi affetti dal nuovo tribalismo sovranista, quelli che credono di proteggersi dal cambiamento che sta investendo il mondo chiudendo le sbarre delle dogane. È quello che sta accadendo all’Italia. Un vero e proprio salasso demografico sta privando il nostro paese dei suoi giovani. E non solo dei cosiddetti “cervelli” ma di chiunque ha capacità e iniziativa, conosce un po’ di inglese e non ha paura di ricominciare. Sono già centinaia di migliaia ad essere emigrati, non solo in Europa ma nel mondo intero e i dati Istat lo confermano. Davanti a un paese bloccato dall’ottusità e dalla colpevole incapacità dei suoi leader, gli italiani se ne vanno e questa è forse la più potente sconfitta elettorale che il governo sta subendo.

    Perché cosa c’è di più dirompente di chi se ne va? La più grande rivoluzione che un individuo possa realizzare da solo è proprio questa: andarsene. Se viene a mancare il popolo che fine fa il populismo? Che di italiani poi ci sia pieno il mondo la dice lunga sulla riuscita del nostro Stato nazionale e sulla sua ragione di esistere. Una fuga che sicuramente farà di questi nostri connazionali degli italiani migliori, perché non dovranno più sopportare gli abusi e i soprusi, le ingiustizie e le menzogne dell’Italia di oggi dove un ministro può impunemente annunciare un boom economico quando il mondo intero si prepara a una crisi imminente, dove invece di costruire nuove infrastrutture per rilanciare una nuova e più moderna economia ci si prepara alla non crescita, dove si tagliano i fondi alla scuola e ci si indebita per distribuire elemosine, dove gli anziani non hanno assistenza e i giovani non hanno opportunità, dove la democrazia si erode ogni giorno di più e la criminalità prospera, dove lo Stato ha perso il controllo di interi territori, dove la città capitale del paese e culla della civiltà occidentale oggi sprofonda nell’immondizia, nell’incuria, nella grande bruttezza dell’inquinamento, dell’inciviltà, del menefreghismo, del razzismo e della violenza.

    Il politico americano Thomas Paine scrisse: “Il mondo è il mio paese, l’umanità è la mia razza e il bene è la mia religione”. Questa allora come oggi è l’etica del cosmopolita che, come al tempo dei grandi totalitarismi, oggi i nuovi sovranisti continuano a combattere ma che nella storia ha sempre finito per prevalere.

    Tags: cosmopolitasovranisti

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