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    Home » Politica Estera » L’Ue, il G7 e le monarchie del Golfo chiedono un cessate il fuoco di 21 giorni tra Israele e Hezbollah

    L’Ue, il G7 e le monarchie del Golfo chiedono un cessate il fuoco di 21 giorni tra Israele e Hezbollah

    In una nota congiunta, l'appello per un accordo diplomatico "che permetta ai civili di entrambi i lati del confine di tornare alle loro case in sicurezza". Israele smentisce qualsiasi apertura, in Libano già 700 vittime in 72 ore. Michel: "Escalation più che irresponsabile"

    Simone De La Feld</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@SimoneDeLaFeld1" target="_blank">@SimoneDeLaFeld1</a> di Simone De La Feld @SimoneDeLaFeld1
    26 Settembre 2024
    in Politica Estera
    A man walks past destruction caused by Israeli airstrikes in the Masaken neighbourhood on the outskirts of Tyre on September 26, 2024 (Photo by Hassan FNEICH / AFP)

    A man walks past destruction caused by Israeli airstrikes in the Masaken neighbourhood on the outskirts of Tyre on September 26, 2024 (Photo by Hassan FNEICH / AFP)

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    Bruxelles – Tre settimane di tregua per “dare spazio alla diplomazia”. Unione Europea, Stati Uniti, Australia, Canada, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Giappone, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti lanciano un disperato appello a Israele e Hezbollah per fermare l’escalation in corso in Libano.

    Circa 700 vittime in 72 ore e lo spauracchio di un’operazione di terra in Libano. Israele sta mettendo in campo la stessa forza distruttrice mostrata a Gaza. Nelle ultime 24 ore, i raid delle Idf hanno ucciso 81 persone e ne hanno ferite 403. Dall’altra parte della linea blu, Hezbollah continua a lanciare razzi in direzione di Israele. Una situazione “intollerabile”, che “presenta un rischio inaccettabile di una più ampia escalation regionale”, si legge nella dichiarazione congiunta dei Paesi del G7, le tre monarchie del Golfo, l’Ue e l’Australia. Una crisi che “non è nell’interesse di nessuno, né del popolo di Israele né del popolo libanese”.

    L’imperativo è la conclusione di un accordo “che permetta ai civili di entrambi i lati del confine di tornare alle loro case in sicurezza”. Un accordo coerente con l’implementazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sul Libano e su Gaza. Ma, come ampiamente dimostrato nei mesi scorsi dai fallimentari negoziati tra Hamas e Tel Aviv, la diplomazia “non può avere successo in un’escalation”.

    La richiesta di “dare una reale possibilità a una soluzione diplomatica” è rivolta a “tutte le parti” coinvolte, “compresi i governi di Israele e del Libano”. I firmatari della dichiarazione congiunta si dicono “pronti a sostenere pienamente tutti gli sforzi diplomatici per concludere un accordo entro questo periodo”.

    Le prime reazioni arrivate da Israele non sono incoraggianti. Il ministro delle finanze, l’estremista religioso Bezalel Smotrich, ha affermato che “non bisogna dare al nemico il tempo di riprendersi e riorganizzarsi per continuare la guerra dopo 21 giorni”. Per Smotrich, l’unico modo per riportare i cittadini israeliani sfollati nelle loro case al confine libanese è “la resa di Hezbollah o la guerra”. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, il leader dell’opposizione, Yair Lapid, starebbe cercando di convincere il governo di Netanyahu a accettare la tregua, “ma solo per 7 giorni, per non permettere a Hezbollah di ricostruire i suoi sistemi di comando e controllo”.

    Charles Michel al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, 25/09/24

    L’ufficio di Netanyahu ha smentito qualsiasi apertura verso un cessate il fuoco. Anzi, il primo ministro avrebbe autorizzato l’esercito a continuare a “colpire con tutta la sua forza” in Libano e a Gaza fino a quando tutti gli obiettivi della guerra non saranno raggiunti. Ieri sera, in un discorso di fronte al Consiglio di sicurezza dell’Onu, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, ha invitato il massimo organo delle Nazioni Unite ad alzare la voce. Perché quando i crimini “restano impuniti, diventano normali, diventano la legge”.

    A Gaza, così come a Kiev o in Sudan. E nella “più che irresponsabile” escalation in Libano. I conflitti di oggi mettono in dubbio l’autorità delle istituzioni multilaterali, e per Michel la ragione è da ricercare anche in seno al Consiglio di sicurezza, dove “alcuni membri non sono all’altezza delle loro responsabilità“. C’è bisogno di una riforma “per renderlo più inclusivo, più legittimo e più efficace”. Per il leader Ue, “è tempo che tutti i membri permanenti di questo Consiglio siano all’altezza della loro responsabilità storica”.

    Tags: charles michelisraeleLibano

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