A palazzo Koch devono aver deciso che era ora di dirlo chiaro. La Relazione annuale della Banca d’Italia presentata il 29 maggio scorso contiene un capitolo che i lettori di Radio 24 (Sebastiano Barisoni lo ha citato alcuni giorni fa) hanno riletto due volte per assicurarsi di non aver equivocato… Il 40 per cento del patrimonio netto nazionale sta per cambiare mano, e indirizzo, per via successoria, contro il 30 per cento ereditato dalla stessa generazione dai propri genitori. Un salto di dieci punti su una base di 12.326 miliardi di euro, valore della ricchezza netta delle famiglie italiane a fine 2025, pari a 8,5 volte il reddito disponibile. Fate voi i conti. O usate la fantasia.
Per chi preferisce i numeri tondi: il think tank Tortuga, indipendente e “nato dall’iniziativa volontaria di giovani ricercatori e ricercatrici, studentesse e studenti di economia e scienze sociali”, ha calcolato nel luglio 2025 che fra il 2025 e il 2045 transiteranno per via ereditaria circa 6.460 miliardi di euro.
Equivalgono a ottanta leggi di bilancio. Sessanta PNRR. Una cifra che, secondo i dati dell’Indagine sui Bilanci delle Famiglie di Bankitalia, è quasi interamente in mano agli over 50 (il 75 per cento della ricchezza nazionale, di cui il 40 per cento ai pensionati over 65). Gli under 40, nel frattempo, siedono dall’altra parte del tavolo con il 9 per cento. Un quarantenne di oggi, a valori costanti, è più povero del 50 per cento rispetto a un quarantenne del 1986. Una questione di aritmetica demografica, non di carattere.
Il guaio è che il fenomeno è continentale, e l’Europa (mercato unico per merci, capitali e servizi finanziari) è per contro un mosaico, caotico, di venti regimi successori nazionali che non si sono mai coordinati su nulla, se non sull’obiettivo implicito di rendere la vita impossibile a chiunque abbia la cattiva idea di morire con beni in più di un Paese.
Considerate il caso del professionista italiano della generazione di mezzo: appartamento a Milano comprato nel 1988 (valore catastale 120.000 euro, valore di mercato 480.000), conto titoli a Lussemburgo aperto durante una stagione a Bruxelles, piccolo chalet ereditato dalla madre in Carinzia. Residente da vent’anni in Belgio, dove lavora. Muore.
Scatta il gioco dell’oca. Il Belgio applica la propria imposta sulla totalità del patrimonio mondiale del residente e in linea collaterale, nella Regione di Bruxelles-Capitale, le aliquote arrivano all’80 per cento. L’Italia reclama la propria quota sull’immobile milanese: 4 per cento, ma calcolato sul valore catastale e non su quello di mercato, un regalo fiscale mascherato da burocrazia. L’Austria (sorpresa) non ha più un’imposta di successione dal 2008, quindi lo chalet passa gratis. Il Lussemburgo idem. Risultato: tre pratiche successorie in quattro giurisdizioni, due notai, un avvocato fiscalista a 400 euro l’ora, e una convenzione bilaterale Italia-Belgio del 1983 che nessuno ha riletto per intero. Il Regolamento UE 650/2012 sulle successioni transfrontaliere stabilisce chi è l’erede, non quanto paga. La fiscalità resta, come si dice a Bruxelles, entirely a matter of national competence. Arrangiatevi. Bon courage. Ràngêss.
Prendete un milione di euro lasciato da un genitore a un figlio. Stessa famiglia, stesso importo, stesso grado di parentela. L’imposta dipende dalla residenza del defunto: in Italia zero (franchigia di un milione per erede in linea diretta, invariata dal 2006); in Germania circa 75.000 euro; in Francia circa 215.000; nel Regno Unito, anche se non fa piu parte della Union, circa 250.000; in Spagna circa 265.000, ma con variazioni regionali enormi. In Belgio si può arrivare all’80 per cento per trasferimenti fra non parenti a Bruxelles. Il sistema spagnolo è talmente frammentato che le aliquote massime nazionali sfiorano l’87,6 per cento, mentre in Andalusia la stessa successione può essere quasi esente. La pianificazione successoria transfrontaliera è un’industria che, solo in Europa, vale miliardi.
Poi ci sono i Paesi che l’imposta l’hanno abolita senza rimpianti: Austria (2008), Svezia (2005), più Slovacchia, Estonia, Romania, Cipro, Malta e Lettonia. La tendenza degli ultimi vent’anni in Europa è andata verso l’alleggerimento, non verso l’inasprimento, e le entrate da imposte successorie sono diminuite in quasi tutti gli stati membri in rapporto al totale delle entrate fiscali, stando al Rapporto annuale sulla tassazione 2024 della Commissione europea.
Il gettito complessivo racconta il paradosso. In Italia l’imposta di successione ha prodotto nel 2022 poco più di un miliardo di euro: lo 0,05 per cento del PIL, meno di quanto lo Stato incassi dalle lotterie nazionali. La Francia ne ha incassati 14,3 (0,74 per cento del PIL), la Germania 9,8 miliardi, il Belgio 2,7, la Spagna 3,5. C’è anche il fattore catastale: la base imponibile italiana non è il valore di mercato degli immobili ma il valore catastale, spesso tre o quattro volte inferiore. Si tassa, in sostanza, il passato.
L’Italia è il Paese europeo con il regime successorio più indulgente del continente e al contempo uno di quelli con la mobilità sociale più bassa: elasticità intergenerazionale del reddito pari a 0,5, fra i valori peggiori dell’OCSE. Quasi due terzi della ricchezza miliardaria italiana sono di origine ereditaria, contro una media globale del 36 per cento (UBS Global Wealth Report 2025). Il 10 per cento più ricco detiene il 60 per cento della ricchezza nazionale, cresciuto di 7 punti in un decennio al doppio della velocità media europea.
Non è un’anomalia tecnica, è una scelta politica coerente e trasversale: la platea degli interessati è ampia, anziana e molto presente ai seggi. Un emendamento per inasprire le aliquote presentato nella legge di bilancio 2026 è stato archiviato senza dibattito. Il dibattito europeo si è riacceso per spinte esterne: la proposta Zucman di un’aliquota minima del 2 per cento annuo sul patrimonio dei miliardari, l’audizione della sottocommissione FISC del Parlamento europeo del dicembre 2025, lo studio in due volumi pubblicato dalla DG TAXUD nell’aprile 2026.
La conclusione tecnica è abbastanza lineare: le imposte di successione distorcono meno l’economia delle imposte nette sul patrimonio, e il loro gettito dipende più dalle franchigie che dalle aliquote. Per raccogliere qualcosa si abbassano le prime; per non raccogliere niente, le si lascia dove sono.
Bankitalia ha inserito nel dossier un’ultima cifra che pochi hanno commentato: i nuclei familiari che si aspettano un’eredità presentano consumi superiori del 7 per cento e risparmio inferiore del 17 per cento rispetto a chi non ha questa prospettiva. L’attesa cambia già i comportamenti, prima ancora che il patrimonio si muova. Milioni di under 40 vivono sull’anticipo di una vincita che non hanno ancora riscosso e che, come ogni lotteria, non è distribuita in parti uguali. Chi ha già molto erediterà di più. Chi ha poco aspetterà.
Sessant’anni dopo il miracolo economico, la ricchezza accumulata sta per spostarsi. I notai si preparano. Gli avvocati fiscalisti internazionali hanno già aggiornato i tariffari. E qualcuno, in un appartamento milanese entro le “Mura Spagnole”, con vista sui tetti e valore catastale del 1987, aspetta fiducioso.










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