Bruxelles – Da cavilloso ente regolatore a facilitatore della competitività industriale del Vecchio Continente. L’Unione europea è da tempo impegnata in questa ‘mutazione genetica’, finalizzata a modificare radicalmente la propria ragion d’essere, o almeno il modo in cui questa viene interpretata nella vulgata comune. Il pilastro principale di questa strategia di rinnovamento sono i cosiddetti pacchetti Omnibus. Si tratta di provvedimenti di semplificazione normativa – dalle dimensioni spesso considerevoli – attraverso cui Bruxelles punta a tagliare radicalmente i lacci e lacciuoli burocratici che spesso limitano l’azione delle imprese europee. Per ciascun settore economico, è stato predisposto un pacchetto diverso e oggi (10 giugno) il Parlamento e il Consiglio UE hanno compiuto un passo avanti sul testo del cosiddetto Omnibus V, dedicato al settore della difesa.
Costruito sulla base delle raccomandazioni contenute in un White Paper pubblicato nel marzo del 2025, il pacchetto punta a rafforzare la prontezza operativa della difesa UE entro il 2030, facilitando gli investimenti, semplificando le procedure autorizzative e quelle degli appalti e rendendo più agevole la cooperazione intra-comunitaria.
Dopo l’adozione da parte della Commissione europea nel giugno dello scorso anno, il testo era passato all’esame di Parlamento e Consiglio. Nella mattinata di oggi, i rappresentanti delle due istituzioni hanno annunciato di aver trovato un accordo sulle ultime norme che stanno al cuore dell’Omnibus V (dopo una prima intesa già finalizzata lo scorso 20 maggio), mantenendo la sostanza di quanto già deciso dal Berlaymont. L’intesa ha comunque natura provvisoria: eurodeputati e Stati membri dovranno adottare formalmente il testo perché entri formalmente in vigore.
La presidenza cipriota del Consiglio UE ha espresso soddisfazione per l’accordo tramite la vice-ministra per gli Affari Europei, Marilena Raouna. “Oggi stiamo semplificando le norme per i progetti legati alla difesa e fornendo un maggiore sostegno all’industria europea del comparto”, ha sottolineato. Dal Parlamento, le ha fatto eco l’eurodeputato del Partito Democratico e co-relatore del provvedimento Pierfrancesco Maran (S&D), il quale ha chiarito che l’accordo odierno “rafforza la prontezza difensiva europea mantenendo contemporaneamente un alto livello di protezione per la salute, l’ambiente e l’integrità del mercato interno”.
Un nuovo approccio al Fondo Europeo per la Difesa: semplificazione e apertura alle PMI
L’intesa siglata oggi mira innanzitutto a semplificare la gestione e l’attuazione del Fondo Europeo per la Difesa (EDF). Istituto nel 2021, è lo strumento finanziario creato dalla Commissione per sostenere la ricerca e lo sviluppo di tecnologie militari made in EU. Al fine di facilitarne l’utilizzo, l’accordo prevede che le aziende interessate a partecipare a progetti comuni finanziati dall’EDF affrontino procedure burocratiche meno farraginose rispetto a quelle attuali.
Inoltre, Parlamento e Consiglio hanno trovato una soluzione di compromesso a una questione particolarmente sensibile: quella dell’accesso ai ‘risultati’ dei progetti promossi dal Fondo. Gli Stati membri sostenevano che spettasse a loro controllare l’utilizzo delle tecnologie militari realizzate grazie all’EDF, in qualità di co-finanziatori del progetto. Le aziende coinvolte, invece, rivendicavano il controllo dei loro prodotti e la proprietà intellettuale sugli stessi. Alla fine, il testo dell’accordo prevede di “preservare il diritto degli Stati co-finanziatori all’accesso dei progetti“, ma al contempo assicura “un’adeguata protezione dei diritti di proprietà intellettuale delle industrie“.
La tranche di norme dedicata all’EDF punta a coinvolgere maggiormente nelle iniziative intra-europee le piccole e medie imprese (PMI), sempre più dotate di una capacità di innovazione non lontana da quella dei grandi colossi della difesa. In particolare, l’accordo introduce il cosiddetto bonus sul tasso di finanziamento: se una PMI partecipa a un progetto, la quota di finanziamento coperta dall’EDF aumenta proporzionalmente. In tal modo – è il ragionamento dei co-legislatori – le grandi aziende dovrebbero avere più interesse a coinvolgere anche attori dalle dimensioni più ridotte.
Infine, l’intesa si allinea alla proposta della Commissione di allentare alcune norme UE in materia ambientale, prevedendo eccezioni per l’uso di determinate sostanze chimiche (altrimenti vietate) in progetti di difesa. La ‘foglia di fico‘ innestata da Parlamento e Consiglio è un vago impegno a garantire comunque “un alto livello di protezione della salute umana e dell’ambiente“.
Le procedure autorizzative: “Tagliare la burocrazia”
Un altro tema su cui interviene l’accordo – centrale negli sforzi di semplificazione normativa condotti da Bruxelles – è quello relativo alle procedure di autorizzazione necessarie ad avviare nuovi progetti industriali nel settore della difesa. Secondo l’UE, un primo passo per renderle più ‘fluide’ è quello di europeizzarle, ma gli Stati membri hanno poca voglia di perdere il potere di dire sì o no a determinate tecnologie militari.
Per questo – ancora una volta – Parlamento e Consiglio propongono una forma di mediazione. Da un lato si garantisce la “salvaguardia delle competenze degli Stati membri“; dall’altro si istituisce un “quadro armonizzato” con alcune regole comuni.
Ad esempio, si punta a fissare un limite europeo di durata massima della procedura autorizzativa: 42 giorni lavorativi che possono arrivare fino a 102 qualora le autorità nazionali ravvisino la presenza di “circostanze eccezionali”. Se nessuna decisione è stata presa entro la scadenza prevista, la richiesta viene considerata approvata tacitamente. “Allo stesso tempo – precisa il Consiglio – gli Stati membri potranno prevedere deroghe a tale principio nei casi in cui vi sia un grave rischio per la salute pubblica o per la sicurezza nazionale”.
Il taglio alla burocrazia autorizzativa è stato particolarmente sottolineato da un’altra delle co-relatrici del provvedimento, l’europarlamentare slovacca Lucia Yar (Renew). “Per troppo tempo, le autorizzazioni hanno richiesto fino a due anni – ha affermato – mentre questo accordo apre la strada a una riduzione radicale di tali tempi, pur mantenendo le necessarie garanzie di tutela”.
Nuove regole per procedure d’appalto e trasferimenti intra-UE
Nella visione di Bruxelles, anche le procedure d’appalto attraverso cui uno Stato decide da quale industria acquistare armi e altre tecnologie militari sono un ostacolo allo sviluppo della “prontezza” della difesa UE. Con l’obiettivo di “eliminare i ritardi amministrativi” che caratterizzano questi iter, l’intesa punta ad “adattare alle specificità del settore” le norme generali dell’UE sugli appalti pubblici. E lo fa mantenendo il medesimo leit motiv: meno garanzie sui controlli, più rapidità decisionale.
Tra le misure previste in tal senso, figura l’innalzamento del valore oltre il quale un appalto deve seguire procedure più rigide e lunghe. Così – spiega il comunicato del Consiglio – “si ridurranno gli oneri amministrativi e si consentirà alle autorità di concentrarsi maggiormente sui progetti strategici più rilevanti”.
Infine, l’onda della semplificazione investe anche le regole alla base dei trasferimenti tra Stati UE delle diverse componenti militari che devono essere assemblate per la costruzione del prodotto finale. Anche in questo campo, si punta a snellire le procedure autorizzative introducendo due nuove licenze generali di trasferimento.
La prima regolerà gli scambi tra aziende certificate a livello UE, la seconda disciplinerà i flussi tra aziende di Stati diversi che collaborano su progetti comuni (i cosiddetti ‘partenariati europei’). In entrambi i casi, i soggetti coinvolti potranno operare con più facilità e libertà. In entrambi i casi – ancora una volta – saranno soggetti a controlli meno stringenti e potenzialmente sicuri.










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