Bruxelles – “Dal naufragio, dal 26 febbraio 2023 ad oggi, quello che succede nella mia coscienza non è la ricerca giustizialista o la voglia di individuare i colpevoli. Si sa già chi sono. Come diceva Pier Paolo Pasolini dopo la strage di Piazza Fontana: io i colpevoli li conosco, ma non ho le prove”. Mimmo Lucano, eurodeputato di Sinistra italiana, ha aperto con queste parole l’evento ‘Verità e giustizia per il naufragio di Cutro’, organizzato ieri (23 giugno) da The Left al Parlamento europeo.
La notte tra il 25 e il 26 febbraio di tre anni fa un caicco partito dalla Turchia con a bordo almeno 180 persone migranti si è arenato sulla secca a pochi metri dalla riva di Steccato di Cutro. Il bilancio fu di 94 morti, 54 sopravvissuti e una decina di dispersi: il fallimento di uno Stato che – come ha detto Mimmo Lucano – “arriva sempre in ritardo quando si tratta di salvare vite”.
Il fallimento si riflette sull’Europa. L’approvazione del regolamento sui rimpatri, “avvenuta anche con il contributo di forze politiche moderate, annulla il motivo stesso per il quale nasce l’Unione – ha aggiunto: – il rispetto dei diritti umani e l’uguaglianza”. Quella che abbiamo davanti, quindi, è “un’’Europa che rinnega se stessa”.
L’iniziativa di The Left ha dato spazio ai sopravvisuti e ai familiari dei migranti che sono morti a Cutro. Tra questi Zahra Barati, sorella di un migrante che ha perso la vita quella notte. Nonostante le difficoltà pratiche dovute alla mancanza di un interprete dal pashtu e dal dari (le lingue ufficiali dell’Afghanistan), Zahra Barati è riuscita a raccontare parte della sua storia e a parlare di suo fratello che aveva 23 anni quando è partito per l’Italia e ha perso la vita nel Mediterraneo. Da lei, come da altri familiari, la richiesta più volte ripetuta è stata quella di “riconoscere la responsabilità”. Farzaneh Maleki, che ha perso molti parenti nella strage di Cutro, ha chiesto anche “un visto umanitario per i familiari, in modo che possano venire in Italia e visitare le tombe dei loro cari”, un diritto che “dovrebbe essere considerato di base”. Le famiglie, poi, “hanno diritto di vedere riconosciuto il proprio dolore, almeno in qualche modo”. Per questo, Maleki chiede “un risarcimento equo”. Infine, la sua dolorosa, disperante, constatazione: “Lottiamo dal 2023, ma finora non è cambiato nulla“.
Tra i sopravvisuti c’era Rohullah Kabiri. Ha parlato di un mare “furioso” e di “centinaia di persone nell’acqua scura”, dove ha perso cinque amici. “Dopo il salvataggio, ci sono state fatte molte promesse: i nostri problemi sarebbero stati risolti e la nostra sofferenza non sarebbe stata dimenticata”. Poi spiega – forse sentendo il dovere di farlo – di non essere al Parlamento europeo “per accusare qualcuno”, ma “to stand for humanity”.
Eppure, l’accusa sarebbe più che comprensibile. Il processo per il naufragio di Cutro è ancora in corso. Sei funzionari della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di non aver avviato tempestivamente il soccorso che avrebbe potuto prevenire o ridurre il numero delle vittime. I capi di accusa sono naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Il tribunale dovrà stabilire se vi siano state omissioni o ritardi nella gestione dell’allarme e nella qualificazione dell’intervento. L’Italia, in base alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e alle convenzioni internazionali sulla ricerca e soccorso in mare (SAR e SOLAS), ha l’obbligo di intervenire tempestivamente quando ci sono persone in pericolo nelle acque nazionali.
Il 6 giugno 2026, poche settimane fa, l’udienza si è concentrata sulla deposizione di alcuni superstiti e familiari delle vittime. “Perché quando siamo entrati nelle acque italiane nessuno è venuto a soccorrerci?”, ha chiesto Mamozai Nigeena, ventiseienne afghana, nell’aula del tribunale. Le sue parole sono simili a quelle di Mojtaba Rezapour Moghaddam, che ieri era al Parlamento europeo. “Quella notte – ha detto – il mare è stato crudele, ma lo sono stati ancora di più gli occhi di avrebbe potuto salvarci, e non l’ha fatto”.
L’incontro di The Left si è concluso con la proiezione del film ‘Cutro, 94 and more’. Ripercorre, anche grazie alle voci dei giornalisti locali, la notte del naufragio, i soccorsi, il recupero dei cadaveri. Si vedono le bare nel palazzetto dello sport di Cutro, le conferenze stampa dove ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, dichiarava che “la disperazione non giustifica viaggi che mettono in pericolo i figli”. L’obiettivo è duplice: non dimenticare e far aprire gli occhi a chi ha – ancora – bisogno di avere una prova dell’atrocità delle morti nel Mediterraneo e dell’ipocrisia del discorso politico italiano. Qualcosa di cui non hanno bisogno, però, i superstiti e i parenti delle vittime che ieri, in prima fila nell’aula dell’Europarlamento, davanti a quelle immagini in cui hanno potuto riconoscersi e riconoscere i propri cari, non hanno potuto fare altro che rivivere il dolore e il trauma, piangendo e consolandosi a vicenda. Hanno rivisto se stessi e il sacco bianco che conteneva il cadavere di un fratello, amico o figlio. Un momento che, forse, poteva essere loro risparmiato. Una scena del film, poi, mostra il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e la premier Giorgia Meloni, a meno di 48 ore dal Consiglio dei ministri sul naufragio di Cutro, cantare al karaoke ‘La canzone di Marinella’ di Fabrizio De André. Il video, registrato in occasione del compleanno di Salvini, aveva suscitato non poche polemiche già all’epoca. Anche qui, l’intento è chiaro: rendere evidente la dissonanza.
Bisognerebbe ora chiedere a Zahra Barati, Farzaneh Maleki, Rohullah Kabiri e a tutti gli altri che cosa hanno pensato, mentre guardavano un documentario in italiano – sottotitolato in inglese – dove le persone canticchiano davanti alla morte.
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