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    Home » Non categorizzato » Se la legge del nostro tempo è la violenza

    Se la legge del nostro tempo è la violenza

    [di Paolo Bartolini] Pensare la violenza come sintomo di uno scasso psicosociale, politico e ambientale, messo in atto dal cosiddetto capitalismo assoluto.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    12 Agosto 2016
    in Non categorizzato

    di Paolo Bartolini 

    Gli aerei pronti a decollare per portare dal cielo la maledizione di un’altra guerra dagli effetti incontrollabili, l’esplosione di atti violenti, inconsulti, gettati nel calderone mediatico del terrore, il terrorismo feroce dell’ISIS e quello sterilizzato dei grandi interessi della finanza e dell’industria bellica… potremmo continuare a lungo ma bastano questi pochi cenni – a cui si aggiunge la tragedia di un crescendo impressionante di sevizie sulle donne – per dirci che la legge del nostro tempo è quella della Violenza. L’impazzimento collettivo denuncia, sulla soglia tra psiche e storia, individuo e collettività, il passaggio caotico che sta attraversando la società-mondo neoliberale, ormai giunta a una transizione di fase che mette in questione tutti gli equilibri precedenti e allude a una nuova era complessa ancora da cartografare. Registriamo dunque un’intima parentela tra violenza e caos, effetti sistemici e correlati di un’epoca che non vuole tramontare.

    L’epoca della dismisura, l’epoca del denaro che si accumula e dell’Uno omologante dell’apparato tecno-capitalista. Il senso di esclusione, di abbandono e di impotenza che viene sperimentato da chi vive ai margini del sistema delle merci e dello spettacolo, diventa deflagrante e, in assenza di chiavi di lettura del reale e di alternative praticabili di convivenza umana, si traduce in gesto omicida, distruzione di sé e degli altri (su questi temi Franco “Bifo” Berardi ha scritto un libro illuminante).

    L’azzardo che tentiamo con questa breve riflessione è quello di provare a pensare le svariate forme di violenza odierne (quelle più organizzate e quelle apertamente irrazionali) come facce di un’unica medaglia, sintomi di uno scasso psicosociale, politico e ambientale messo in atto dal cosiddetto capitalismo assoluto.

    Si dirà ora, con comprensibile fastidio, «ma cosa c’entra il sistema capitalistico con gli episodi sconvolgenti di femminicidio, con i gesti disperati di qualche disadattato che prima di suicidarsi imbraccia un mitra per sentirsi dio?». Ebbene, tali fenomeni, apparentemente eterogenei, hanno tutti in comune un rapporto patologico con il possesso. Solo delle relazioni umane ridotte a scambio strumentale, a mezzi efficienti per il fine ultimo del piacere (del potere, della ricchezza), possono così facilmente capovolgersi in sete di sangue, brama di dominio totale sull’altro-oggetto. Anche il terrorismo “ufficiale”, quello dei fondamentalismi religiosi (per lo più di matrice islamista negli ultimi anni), non può essere compreso a pieno senza evocare l’Ombra che l’Impero del Bene e della Luce (l’Occidente a guida anglosassone) proietta costantemente attorno a sé.

    Sul piano filosofico e psicologico non possiamo trascurare la trasformazione antropologica innescata dalla globalizzazione economica e dall’uso spregiudicato delle nuove tecnologie multimediali. Se è vero che la coscienza e la capacità etica dell’uomo fioriscono nello spazio di latenza tra stimolo e risposta, nello iato tra gli eventi e le reazioni riflesse di homo sapiens sapiens, allora possiamo dire che negli ultimi cinquant’anni stiamo assistendo a una impressionante e sconvolgente riduzione di tale spazio intermedio. La pubblicità, molte forme di intrattenimento digitale e soprattutto il consumismo come atto divorante, ci condannano a un’immediatezza che rende sempre più difficile il controllo dell’impulso, l’esame complesso dei dati di realtà, l’adozione di una condotta morale che riconosca a ogni essere umano e vivente una dignità più forte della logica di proprietà e dell’utilitarismo.

    Mentre negli Stati Uniti d’America Hillary Clinton si prepara a dimostrare, ancora una volta, che in politica anche le donne sanno essere spietate, sanno portare avanti con la guerra gli interessi dei potenti (per lo più maschi, ma devoti al genere neutro del denaro che si accumula), noi insistiamo a credere che siano le caratteristiche femminili di amore e cura per le relazioni a fornire l’antidoto al veleno inoculato dal capitalismo globale nel corpo della società. Con ciò, sia chiaro, non stiamo dicendo che il principio femminile – nelle donne e negli uomini – coincida esclusivamente con queste tendenze, ma siamo pur certi che esse rappresentino una forma eccellente di alternativa reale, poiché già praticata in ogni angolo del pianeta, alla logica della violenza, prima maschile e ora “neutra”, astratta, indifferente alle sorti degli esseri umani.

    È una rivoluzione d’Anima, dunque, (e qui non a caso ci avvaliamo della figura archetipica individuata da Carl Gustav Jung), quella di cui abbiamo bisogno. Per resistere al degrado dei nostri tempi, per uscire dal circolo vizioso dell’impazienza, della superficialità, del dominio e della vendetta, è indispensabile rianimare – appunto – quegli aspetti che, nel singolo e nella collettività, hanno a che fare con i tempi lenti, con una riflessione che intreccia emozione e pensiero, con la lungimiranza di chi sa rinunciare all’utile immediato per ottenere un bene “sostenibile” capace di durare, con la dedizione di chi ascolta nel presente la musica del proprio corpo e ne conosce il ritmo, con la creatività di processi vitali che fanno saltare la coazione a ripetere di un desiderio imprigionato nelle maglie del godimento dissipativo. Ma, soprattutto, siamo tutti chiamati a ridar vita a un senso di giustizia radicale, quello che si avverte nelle viscere, quello che non può fare mondo senza un’integrazione progressiva delle nostre componenti pulsionali, di sentimento e di pensiero.

    Tutto questo potrà sembrare un inno generico, o nel migliore dei casi “appassionato”, al potere generativo del femminile, o addirittura un invito esplicito alle donne a pensare un loro ruolo decisivo nel rilancio di una politica nonviolenta di critica radicale dell’esistente. Questi elementi sono certo presenti nelle nostre intenzioni, ma non le esauriscono affatto, non fosse altro che per l’impossibilità di far coincidere interamente il femminile con il genere che ne porta il nome. Riteniamo invece che il cuore della questione sia il seguente: il femminile, nella storia di tutte le culture monoteistiche (e anche la civiltà dell’accumulazione economica va considerata tale), è stato il grande rimosso, perennemente escluso dalle scene. Lo dimostrano chiaramente la mancanza di attenzione per i legami umani e per la qualità della vita, l’incuria nei confronti di equilibri naturali delicati e preziosi, lo svuotamento criminale delle energie di Psiche. Appiattiti sui quattro principi dominanti dell’Occidente (Identità, Proprietà, Potere, Sacrificio)[1] rischiamo, in un passaggio epocale che invoca ormai la convivenza pacifica e paritaria tra mondi e culture diverse, di perdere il contatto con le sorgenti profonde della nostra creatività, le uniche da cui potremmo ricevere, tra sogno e veglia, indicazioni decisive per orientarci verso un orizzonte post-capitalista, centrato consapevolmente sulla sostenibilità ambientale, economica e antropologica.

    Convincere in qualche modo l’attenzione collettiva a concentrarsi su questo rimosso, favorendo quella “presa di coscienza” già auspicata da un analista visionario come Ernst Bernhard[2], significa oggi esercitare, come rabdomanti instancabili in mezzo al deserto, una ricerca di senso capace di riunire, dopo i fallimenti rivoluzionari del Novecento, psiche, spiritualità, pensiero e politica. Se è vero, come ha spiegato in modo stringente il filosofo Roberto Finelli[3], che il vero soggetto della storia moderna è il capitale e non certo il proletariato come classe universale, è allora indispensabile, seguendo il suo ragionamento, che noi si operi per dar vita a nuove istituzioni del riconoscimento capaci di tenere insieme, in un unico processo emancipativo, il piano orizzontale della solidarietà/giustizia sociale e quello verticale di una possibile armonizzazione dei propri complessi psichici[4]. Il femminile a cui ci siamo appellati, l’Anima da riscoprire e nutrire, hanno proprio a che fare con questo riconoscimento profondo che riguarda la società e il corpo singolo, il mondo e il Sé.

    E la rivoluzione di cui parliamo può iniziare in ogni istante, anzi è già reale ogni qual volta ci rifiutiamo di reagire d’impulso a una provocazione, di crederci puri e immacolati a fronte di nemici assoluti e disumani, di preferire il possesso alla condivisione, di scegliere la guerra al posto della negoziazione, di usare il prossimo come oggetto di gratificazione, e ogni volta in cui preferiamo coltivare una relazione e farla crescere, sospendere l’adesione passiva al male e all’ingiustizia, promuovere la libertà di chi ci sta accanto senza intaccare quella di chi ci è lontano, appartenere ma non escludere, scavare dentro di noi per trovare l’acqua dissetante che cercavamo.

    La saldatura tra psicosi individuale e follia collettiva sta diventando talmente evidente da richiedere ogni sforzo per ripensare la “crisi di presenza” dell’Occidente (per riprendere una categoria antropologica coniata da Ernesto De Martino) prima che essa sfoci in un’apocalisse culturale[5]. Per trovare una cura, individuale e collettiva, dovremo riconsiderare l’efficacia e la portata di discipline diverse che troppo a lungo hanno camminato parallelamente senza incrociarsi. La prassi del futuro, una prassi trasformativa radicale e nonviolenta, dovrà rispondere al potere diffuso descritto da Michel Foucault agendo su tutti i livelli del conflitto: dal microcosmo del singolo individuo al macrocosmo dei sistemi economici-sociali e delle visioni culturali che li sottendono. Solo uscendo dalla parcellizzazione delle specializzazioni, dalla frammentazione dei saperi e dell’esperienza, potremo riscoprire i legami di cui siamo fatti e dare anima anche all’azione politica.

    Pubblicato su Megachip il 4 agosto.

    Note 

    [1] Cfr. R. Mancini, Per un cristianesimo fedele. La gestazione del nuovo mondo, Cittadella Editrice, Assisi 2011.

    [2] E. Bernhard, Mitobiografia, Adelphi, Milano 1969.

    [3] R. Finelli, Mitologie e deficit antropologici nel pensiero di Marx e dei marxismi, 2015

    [4] R. Finelli, Una libertà post-liberale e post-comunista. Riflessioni sull’etica del riconoscimento, 2012.

    [5] Si veda sul tema delle apocalissi culturali questo saggio eccellente di S. Consigliere, La fine di un mondo, Kaiak, 2015.

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