Minsk ultima in Europa a mantenerla, Bruxelles ribadisce impegno per la fine delle esecuzioni
Per Amnesty ogni ripresa delle uccisioni è una “inutile e vergognosa manovra politica”
Il 10 ottobre è la Giornata Mondiale contro la Pena di Morte. Per l’Unione europea si tratta di un’altra occasione per sottolineare che la battaglia contro le sentenze capitali è sempre al centro delle sue politiche per i diritti umani; per Amnesty International, invece, è la data per dimostrare che la pena di morte non riduce il numero di crimini gravi. Così l’Ong che si batte per la difesa dei diritti dell’uomo coglie l’occasione per denunciare una “manovra politica”: “I governi devono cessare di rincorrere l’applauso del pubblico e mostrare, invece, leadership sui temi della sicurezza. Non vi è alcuna prova convincente sul fatto che la pena di morte abbia uno speciale effetto deterrente – ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice dei temi globali di Amnesty – bisogna cercare rimedi davvero efficaci per affrontare la criminalità”.
Una minoranza di Paesi nel mondo ha ripreso le esecuzioni, o ha in programma di farlo. Spesso è la reazione impulsiva dei governo all’aumento di reati particolarmente gravi. Eppure il documento pubblicato da Amnesty, “Non ci renderà più sicuri”, lo mostra con i dati. Se la minaccia di morte non rallenta la criminalità, “attività di polizia efficaci e sistemi giudiziari funzionanti, invece, si sono dimostrati strumenti importanti nella riduzione dei livelli di criminalità”, le soluzioni sono, quindi, da trovarsi altrove.
Per giustificare le proprie decisioni in materia gli esponenti politici citano spesso l’alto consenso dell’opinione pubblica, ma anche i sondaggi vanno presi con le pinze.
Bisogna tenere conto della complessità dell’argomento: “Quando vengono presi in esame fattori quali il rischio di mettere a morte un innocente e l’iniquità dei processi, il sostegno dell’opinione pubblica alla pena di morte cala”. È questo il caso della Bielorussia, ultimo Paese in Europa dove vige ancora la pena di morte, secondo un sondaggio redatto da Penal Reform International, tra aprile e maggio 2013, su un campione di 1100 persone tra i 18 ed i 75 anni. La ricerca dimostra che alla domanda diretta “sei favorevole alla pena di morte?”, il 64% degli intervistati ha risposto sì, ma una volta esposti, per esempio, i metodi alternativi, le cifre calano e i dubbi crescono.
Amnesty International dubbi non ne ha e quest’anno dedica la giornata alla campagna contro la pena capitale nei paesi caraibici anglofoni chiedendo alle autorità delle Barbados e a Trinidad e Tobago di abolire le misure che richiedono l’imposizione della pena di morte con mandato obbligatorio.
Solo nel 2012 sono state giustiziate in tutto il mondo 682 persone e numerose sono ancora le esecuzioni di cui non si ha traccia. Da un lato anche l’Ue può essere chiamata in causa: in alcuni Paesi membri, tra i quali l’Italia, si producevano i farmaci per le iniezioni letali “nel 2012, però, è entrato in vigore nell’Unione europea il divieto di esportare medicinali usati per la pena di morte, mettendo così fine alle esecuzioni in Vietnam, che dipendeva esclusivamente dalle forniture europee”.
Anche l’Ue ha fatto la sua parte e, del resto, continua a farlo, quale principale attore, nonché donatore, nel mondo per la lotta per l’abolizione delle pene capitali. Thorbjørn Jagland e Catherine Ashton in una dichiarazione congiunta per conto di Consiglio d’Europa e Ue “si rammaricano l’uso continuo della pena di morte in Bielorussia, l’unico paese in Europa ancora applicarlo”. “Esortiamo – dicono – le autorità bielorusse ad esaminare ed esplorare tutte le possibilità a disposizione, al fine di introdurre una moratoria sulle esecuzioni come primo passo verso l’abolizione”.
Camilla Tagino
Per saperne di più:
– Amnesty sulla pena di morte nei Paesi caraibici
– Sito ufficiale di World Coalition against Death Penalty
– Documento di Amnesty “Non ci renderà più sicuri”











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