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    Home » Non categorizzato » Il fiscal compact e la sindrome bipolare

    Il fiscal compact e la sindrome bipolare

    L'atteggiamento schizofrenico dell'eurozona: imporre ferrei vincoli di bilancio agli Stati ma al contempo prevedere meccanismi che permettono di aggirare quegli stessi vincoli.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    8 Maggio 2015
    in Non categorizzato

    di Alessandro Cianci, PhD student

     

    La situazione politica italiana è grave ma non è seria.

    Ennio Flaiano

    Il fiscal compact, introdotto con un trattato internazionale sottoscritto il 2 marzo 2012 dai paesi aderenti all’Unione (ad eccezione della Gran Bretagna e della Repubblica Ceca), è stato al centro di un animato dibattito ancor prima della sua approvazione: già nel gennaio dello stesso anno, il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione fortemente critica nei confronti di questa misura. Parte del dibattito sulle conseguenze economiche del pareggio di bilancio si è concentrata sulle implicazioni fiscali per il nostro paese, alla luce della cosiddetta regola del ventesimo. L’articolo 4 del fiscal compact, infatti, sancisce che, nel caso un cui il rapporto debito/Pil ecceda il 60 per cento, gli Stati membri debbano ridurre l’eccedenza ad un tasso medio di un ventesimo l’anno. Molti commentatori si sono, quindi, avventurati nella stima dell’aggiustamento fiscale necessario. Il balletto di cifre volteggiava dai 30-40 miliardi all’anno, fino ai 100, in ogni caso per vent’anni.

    Ammettiamo che calcoli del genere sono piuttosto complessi. Innanzitutto per la struttura stessa della variabile in gioco. Il rapporto debito/Pil è di difficile stima poiché una riduzione del debito, nonostante le eccentriche teorie dell’austerità espansiva, porta con sé una riduzione del Pil che implica un aumento del rapporto stesso e non una sua diminuzione. A complicare le possibili stime si aggiunge la normativa stessa. Dire che non è immediatamente comprensibile è un eufemismo, tanto che, al fine di spiegare bene il meccanismo di funzionamento, la Commissione è dovuta ricorrere ad un apposito Vademecum.  La regola del ventesimo, apparentemente rigida, se applicata alla lettera, porterebbe a valori di riduzione della spesa pubblica molto vicini a quelli accennati, ma in realtà prevede diversi modi per garantire maggiore flessibilità, quali la possibilità di calcolare la riduzione come media su un triennio, oppure di poter tener conto del ciclo economico.

    Infatti, come previsto dai regolamenti, nella valutazione sull’effettiva riduzione dell’eccedenza di debito dovranno essere considerati tutti i fattori significativi, quali: la posizione in termini di risparmi netti del settore privato; il livello del saldo primario; l’eventuale attuazione di politiche nel contesto di una strategia di crescita comune dell’Unione; l’attuazione di riforme delle pensioni che promuovano la sostenibilità di lungo termine. Inoltre si statuisce che uno Stato membro rispetta i dettami del fiscal compact se rispetta la più favorevole tra le seguenti condizioni:

    • il differenziale rispetto al 60 per cento è diminuito negli ultimi tre anni ad un ritmo medio di un ventesimo all’anno;
    • le proiezioni di bilancio della Commissione indicano che la riduzione necessaria del differenziale si produrrà nel triennio che comprende i due anni successivi;
    • il rapporto debito/Pil “aggiustato” per gli effetti del ciclo economico non supera la soglia di riferimento.

    Si ricorda che nella determinazione della componente ciclica si deve tenere conto dell’output gap, vale a dire della distanza percentuale tra il Pil effettivo ed il Pil potenziale, quest’ultimo stimato dall’Output Gaps Working Group (a tal proposito si veda l’articolo della settimana scorsa, “La formula della felicità, ovvero della stima del Pil potenziale”).

    Il quadro che ne deriva ci mostra come il criterio del ventesimo non sia poi così rigido, permettendo alcuni spazi di manovra. Naturalmente una crescita del Pil può da sola implicare un percorso di riduzione del debito, ma, se così non fosse, ci si potrà appellare ad eventuali percorsi virtuosi intrapresi nel passato (tre anni precedenti) o si potrà promettere di essere virtuosi nel futuro (come nel caso dell’Italia). Se tutto questo non dovesse bastare, si potranno sempre sopravvalutare gli effetti una tantum di eventuali riforme o appellarsi alle proprie caratteristiche macroeconomiche. Infine, a voler usare un paradosso, con un Output Gaps Working Group “maggiormente accomodante” si potrà scovare il modo per sopravvalutare (e non sottovalutare, come sembra essere accaduto fin oggi) il Pil potenziale di uno Stato, così da ottenere un output gap maggiore, quindi maggiore flessibilità dovuta alla maggiore componente ciclica dell’economia.

    Detta così, la nostra ricostruzione appare piuttosto semplicistica e tendente a sottovalutare l’impatto reale della messa al bando del concetto del debito come strumento di politica economica. Sembrerebbe che con quale trucco contabile, con una diversa stima di qualche variabile (tra cui il Pil potenziale o l’impatto delle riforme una tantum) o addirittura con qualche “promessa”, si possa evitare una procedura che impone strette fiscali che possono aggravare il ciclo economico avverso. Sembrerebbe che, con un adeguato peso politico e relativa competenza tecnica, si possa ridurre, se non addirittura eliminare, il maggior aggravio (in termini di stretta fiscale) previsto dal fiscal compact, evitando ulteriori manovre restrittive, siano esse di 30, 40 o 100 miliardi.

    Siamo gente seria e sappiamo che le cose non sono così semplici come a volte possono apparire e soprattutto non è nostra intenzione minimizzare le inquietanti implicazioni sulla politica economica del pareggio di bilancio in costituzione. Tuttavia siamo pronti a prevedere che tra vent’anni, con il fiscal compact a pieno regime, il rapporto debito/Pil sarà ancora abbondantemente al di sopra del 60 per cento.

    Abbiamo l’impressione che tutta una serie di provvedimenti adottati negli anni successivi alla crisi del 2009 faccia apparire l’Unione come affetta da una sorta di disturbo bipolare: la schizofrenia di imporre vincoli nei bilanci degli Stati, congiuntamente ad una sequela di meccanismi contabili che permettono di evitare incauti imperativi. Evidentemente qualche governo non può pubblicamente ammettere che le politiche fiscali restrittive in tempo di crisi sono dannose e si nasconde dietro sofismi tecnici, inventando un meccanismo tanto severo nell’apparenza quanto alterabile nella sostanza. Non è solo una questione di forma. L’esperienza dovrebbe insegnare che qualsiasi regola, se davvero buona, non abbisogna di troppe eccezioni.

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