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    Home » Non categorizzato » L’FMI di Blanchard e la responsabilità dei policy makers

    L’FMI di Blanchard e la responsabilità dei policy makers

    Il lavoro teorico di Blanchard all'FMI ha smontato tutti i pilastri del Washington Consensus. Questo però non si è tradotto (per ora) in un cambiamento nelle politiche prescritte dal Fondo.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    29 Maggio 2015
    in Non categorizzato

    di Francesco Saraceno, economista presso l’Observatoire français des conjonctures économiques (OFCE-Sciences Po, Parigi) e la Luiss School of European Political Economy, Roma 

    Twitter: @fsaraceno / Blog: fsaraceno.wordpress.com 

    Olivier Blanchard, che lascerà il Fondo monetario internazionale in autunno per diventare senior economist al Peterson Institute, ha trasformato l’istituzione in modo probabilmente duraturo, rendendone l’attività di ricerca autonoma da quella esecutiva.

    La crisi iniziata nel 2007 – e che almeno in Europa non può dirsi veramente terminata – ha devastato la vita di milioni di persone, portando a tassi di disoccupazione e ad una distruzione di capitale umano e fisico che non si vedevano da decenni. Ma un effetto positivo la crisi lo ha avuto, avendo causato una diffusa richiesta di ripensare gli antichi dogmi del paradigma riassunto dal Washington Consensus. In una frase: Molto mercato (efficiente) e poco Stato (inefficiente).

    La domanda di cambiamento è testimoniata dalla Regina Elisabetta con il famoso “ma come avete potuto non vedere l’arrivo della tempesta perfetta?” indirizzato nel 2009 al gotha degli economisti inglesi riunito alla London School of Economics. Ma lo testimonia anche l’Institute for New Economic Thinking (INET), la cui “ragione sociale” è proprio di ripensare l’economia (Rethinking Economics) a partire dagli insegnamenti della crisi. E infine lo testimonia il movimento studentesco che partito dalle università inglesi si è rapidamente espanso in tutt’Europa, chiedendo una profonda revisione dei curricula che consenta di acquisire gli strumenti necessari a capire come e perché la crisi si è sviluppata.

    Questo movimento globale, che coinvolge accademia e società civile, è certo importante ma non ha ancora scalfito il consenso. Giornali accademici, istituzioni internazionali e, in Europa, governi e banche centrali continuano ad aderire a quella che viene chiamata “economia mainstream”, che vede nelle riforme strutturali lo strumento principale per sostenere la crescita dell’economia, e nelle politiche macroeconomiche (fiscali e monetarie) strumenti da usare solo in casi eccezionali e con moderazione.

    Il Fondo monetario internazionale – o almeno il suo dipartimento di ricerca – costituisce un’eccezione. Direi l’unica eccezione di un certo rilievo. E questo grazie a Blanchard. A causa della crisi Blanchard ha umilmente lavorato, e fatto lavorare il suo staff, alla verifica della consistenza e della rilevanza di tutti i pilastri del Washington Consensus.

    Non è sorprendente che una volta testati con spirito libero da dogmatismi, tutti questi pilastri, fondati su basi ideologiche, siano crollati uno dopo l’altro. I benefici dell’austerità, della libera circolazione dei capitali, della liberalizzazione del mercato del lavoro, si sono rivelati inesistenti o quasi. La distribuzione del reddito, in teoria non rilevante per la performance dell’economia, è invece risultata, nei lavori del Fondo, avere un impatto di rilievo. Anche il ruolo dei sindacati, per anni la bestia nera del consenso neoliberale, è stato rivalutato dai ricercatori del Fondo.

    Il lettore interessato può trovare più dettagli su questi lavori qui (e qui in inglese). In questa sede mi interessa notare che il fermento che ha caratterizzato il Fondo è un’eccezione, soprattutto nel contesto  delle istituzioni che contribuiscono alla formazione della politica economica dei paesi. E ovviamente il ruolo di Blanchard nel creare quest’eccezione non può essere sottovalutato. Detto questo, è anche importante notare che il fermento intellettuale del Fondo non si è tradotto in un cambiamento nelle politiche che il Fondo raccomanda nei paesi in cui è chiamato ad intervenire. Si pensi ad un caso sotto gli occhi di tutti: il negoziato sulla rinegoziazione degli accordi di bailout con la Grecia.

    Questa discrasia tra elaborazione intellettuale e prescrizioni di politica economica è interessante, e sperabilmente temporanea. Si può sperare che progressivamente le politiche prescritte dal Fondo si mettano al passo con il lavoro del proprio staff di ricerca. Il processo può essere lungo, perché gli interessi politici vanno ben al di là del quadro intellettuale di riferimento. Ma è difficile immaginare che il Fondo possa prescindere in modo indefinito dai risultati che emanano dall’interno stesso dell’istituzione.

    Per quanto sia sperabilmente temporanea, tuttavia, la discrasia pone un problema serio che val la pena di evidenziare. Fra i privilegi degli accademici vi è paradossalmente “l’irrilevanza” del loro lavoro. Per la stragrande maggioranza di noi, è raro che i risultati del nostro lavoro siano tradotti immediatamente in politiche precise. Nella maggioranza dei casi contribuiscono “solo” a nutrire un dibattito che solo dopo molte mediazioni politiche si traduce in atti di politica economica. Certo, ci sono eccezioni (per fortuna rare, come il disastro dell’Excelgate di Reinhart e Rogoff ci ricorda), ma la norma è questa. Per quando dirompenti, i risultati di un oscuro professore sulla dimensione dei moltiplicatori avranno probabilmente un effetto limitato e soprattutto mediato sulla vita dei cittadini.

    Per un’istituzione come il Fondo monetario il discorso è diverso. Per rimanere all’esempio dei moltiplicatori, la ricerca del Fondo, poi sconfessata dai lavori di Blanchard e dei suoi co-autori, era stata usata come giustificazione delle politiche di austerità imposte ai paesi in crisi dell’eurozona, con i risultati disastrosi che ben conosciamo. Ed è in qualche modo problematico che un’istituzione che con politiche sbagliate ha creato enormi problemi,  ex post ammetta candidamente di essersi sbagliata.

    Insomma, come si concilia l’attività di ricerca, per definizione falsificabile, con l’attività di un’istituzione il cui ruolo è di influenzare direttamente la politica economica? La sola soluzione possibile, mi pare, risiede nell’utilizzare i risultati della ricerca con prudenza. Che non vuol assolutamente dire che l’FMI dovrebbe astenersi dal dare consigli ai paesi in crisi. Piuttosto il contrario. Prudenza vuol dire abbandonare il dogmatismo, e considerare sempre, nell’elaborare politiche basate sui risultati della ricerca accademica, che esiste una probabilità non nulla che la ricerca si riveli fallace. Questo atteggiamento condurrebbe a suggerimenti di politica economica “prudenti”, vale a dire caratterizzati dalla considerazione di scenari differenti, e ad un gradualismo nell’applicazione dei provvedimenti, per cui il governo si riserverebbe la possibilità di ritornare indietro se vedesse emergere conseguenze impreviste.

    Per rimanere al nostro esempio, sulla base della ricerca che calcolava moltiplicatori ridotti, il Fondo aveva titolo a proporre politiche di austerità alla Grecia e agli altri paesi europei. Ma avrebbe dovuto farlo suggerendo gradualismo nell’applicazione delle misure, così da poter tornare indietro in caso le politiche restrittive si fossero rivelate, come è successo, molto più restrittive del previsto.

    Descrivendo la transizione verso l’economia capitalista, Deng Xiaoping disse che occorreva “attraversare il fiume tastando le pietre con i piedi”. Quest’elogio del gradualismo e del pragmatismo dovrebbe essere il motto di tutte le istituzioni che hanno un ruolo nel definire la politica economica. Questo non succede al Fondo, nonostante Blanchard, e ancora meno nelle capitali europee e a Bruxelles.

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