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Tra l’Europa impossibile e la nazione impotente

Tra l’Europa impossibile e la nazione impotente

[di Pierluigi Fagan] La crisi dello Stato-nazione è reale. Per questo bisogna superare la dicotomia euro vs. sovranità nazionale e pensare a nuovi modelli di integrazione sovranazionale.

di Pierluigi Fagan

Dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa ed i suoi principali stati componenti, si svegliarono in un nuovo, inedito, mondo. Per la prima volta nella storia, il mondo andava connettendosi in modo tale da presentarsi come un sistema unico. Per la prima volta nella storia degli ultimi quattro secoli, l’Europa non era più il centro del mondo, le proprie diatribe interne non diventavano la trama che si proiettava sul resto del pianeta e soprattutto, nessun attore europeo poteva ritenersi vincitore di alcunché avendo tutti perso, sia la guerra, sia la legittimità culturale a porsi come modello di riferimento. Il dopoguerra si presentò come una tenaglia che stringeva una Europa devastata e smarrita, tra la pressione americana e quella sovietica.

Successivamente, la globalizzazione rese chiara la vastità del mondo e fece emergere nuove potenze. Lo stato nazione europeo, cioè di piccola-media dimensione in un ambiente eccessivamente frazionato e competitivo, nasce dentro uno scenario eurocentrico ma oggi lo scenario non solo non ha più centro in Europa ma forse non ha neanche centro in sé per sé. Da qui, la crisi del concetto stesso di Stato-nazione europeo. Questa crisi oggettiva alimentò le prime idee sul superamento dello stato-nazione europeo che si posero la domanda del “come”?

Le possibili risposte furono di due tipi: una fu quella spinelliana ovvero trasformare l’ambiente europeo da anarchico ovvero generatore di continue guerre, a gerarchico (o auto-organizzato), cioè ordinato da un principio politico federale; l’altra fu quella geo-politica-economica ovvero prendere atto che nel mondo attuale e futuro, la singola unità stato-nazionale di tipo europeo non aveva alcuna chance di sviluppare la propria economia e mantenere la propria autonomia poiché troppo piccola e fragile in rapporto ai problemi del nuovo mondo ed ai principali player di questo nuovo ambiente. Queste due considerazioni furono le stesse di coloro che, detti “padri nobili” del progetto europeo, si mossero nel dopoguerra, per costruire il nuovo progetto. Tali “padri nobili” erano dichiaratamente “elitisti” ovvero consapevoli di vedere cose, nutrire preoccupazioni, coltivare visioni, non condivise a livello di massa[1].

Di contro, però, quelle stesse élite si trovarono in contraddizione con se stesse dal momento che risultava davvero difficile, anche per loro, immaginare una reale superamento dello stato nazione. Nessuno di loro, in concretezza, ha mai nutrito reali intenzioni fusionali ovvero ha immaginato lo scioglimento concordato e progressivo di quelle stesse strutture nazionali che determinavano il loro status di élite. Si convenne così di mettere assieme prima uno o più mercati, poi la moneta[2].

Mettere assieme la moneta significava più che altro togliere la moneta dalla disponibilità delle varie e conflittuali politiche economiche ancora separate tra Stati[3]. Com’è noto, la Germania , per aderire al nuovo sistema della moneta unica, pose le sue condizioni: 1) non si fanno politiche monetarie espansive (principio di recente derogato dalla BCE ma ancor oggi mal digerito dai tedeschi) per paura dell’inflazione (detta anche “stabilità dei prezzi”) e non si manipolano i cambi; 2) non si prestano soldi a gli Stati.

Questa posizione tedesca, non è cosa recente. Quanto a politica monetaria è lo standard tedesco dal dopoguerra, con governi democristiani e con governi socialdemocratici, ancora prima che esistesse quel qualcosa che noi chiamiamo “neoliberismo”. Tecnicamente, è una posizione forgiata negli anni Trenta, intorno ad un gruppo di economisti tedeschi che poi diedero vita ad una rivista che si chiamava Ordo (da Ordnung, ‘ordine’) e che non sarebbe neanche poi così conservatrice in sé, avendo una certa sensibilità sociale sebbene articolata molto diversamente da come la s’intende nel liberalismo anglosassone o nelle socialdemocrazie keynesiane. Questo significa che i tedeschi, a differenza di tutti gli altri che hanno nel tempo usato la moneta diversamente, hanno costruito una società ed una economia in grado di operare al netto di questo uso più tradizionale della moneta, il che li rende “unici”. Né infatti i britannici, né i giapponesi, né i cinesi, né gli americani, né alcun europeo prima dell’euro ha mai trattato la moneta in questo modo rigido. Tra l’altro perché la moneta è, in teoria, esattamente l’opposto, essendo un elastico che si tende o s’accorcia in controtendenza all’andamento dei corsi economici[4].

Se per ipotesi, dovesse formarsi una maggioranza politica interna all’eurozona, in grado di derogare a quei due punti (il che porterebbe alla necessità di riscrivere e riapprovare daccapo i trattati), la Germania uscirebbe dall’euro. Ma non sarebbe sola. Altri paesi infatti la seguirebbero. Costoro, quelli che nelle cartine degli schieramenti dei falchi e le colombe nei giorni delle drammatiche trattative con i greci erano appunto i “falchi”, sono una periferia tedesca ovvero hanno nelle Germania il loro grande centro dispensatore di export ed acquirente di import. Nessuno di questi ha motivi precisi per essere monetariamente ordoliberale, né lo è stato prima dell’euro. Semplicemente, sono con la Germania perché appartengono ad un sub-sistema di interdipendenze che oltre che economico è anche banco-finanziario, culturale e forse anche geopolitico. Non c’è nessun popolo da liberare dentro questo sub-sistema: sia il popolo, sia le sue élite, pensano così come pensano i tedeschi ed i tedeschi pensano così, sia che li si prenda nella versione Merkel, sia che li si prenda nella versione Schulz, sia che li si prenda come popolo, sia che li si prenda come élite. In un certo senso, questo è il loro “contratto sociale” che regola la loro convivenza e si fonda su uno strato profondo da cui il sistema e i modi economici emergono da quelli storici, culturali e financo religiosi.

Stante questo impianto di euro, cioè questa definizione del ruolo della banca centrale, anche altri popoli, praticamente tutti, vedono di malocchio il fatto che nel proprio già ingessato bilancio debbano far posto a presunti trasferimenti di solidarietà verso chi è più malmesso fuori dei propri confini (anche dentro i propri confini, in realtà, come si verifica in Italia tra Nord e Sud e non solo) e quindi nessuna oggi mancante unione fiscale o bancaria sopperirà all’indisponibilità alla comunitarizzazione dei debiti. Una comunitarizzazione dei debiti sarebbe possibile solo se portata in capo alla banca centrale ma, come detto, la Germania uscirebbe dal sistema un secondo dopo e con lei la sua galassia.

Si noti che tale questione, a pensarci freddamente, è anche “comprensibile”. Un comprensibile non condivisibile per opposto interesse e predisposizione. Dacché il trarne realisticamente le conseguenze: non si possono fare unioni, né monetarie, né fiscali, né economiche in senso più stretto e quindi politiche, tra i tedeschi (e la loro galassia) e gli altri, cioè noi. Anche volendolo. Può darsi che un giorno, i tedeschi recedano da questa loro atipica posizione o che gli altri si conformeranno con un grado di minor differenza relativa rispetto ai tedeschi, ma quel giorno non è oggi, né l’immediato domani. Uniformare la eterogeneità e complessità dei vari paesi europei all’ordine teutonico, solo perché si aveva la stessa moneta, farlo senza copiosi investimenti e molto ma molto tempo a disposizione tenendo realisticamente conto dell’alta complessità data dalle reciproche differenze strutturali e dando la Germania come parametro fisso e tutti gli altri come “aspiranti piccole Germanie” è stato il problema, il dramma, dell’euro.

L’Europa dei popoli è una petizione di principio che sogna una love story con una fidanzata innamorata di un altro ed a cui tu, oltretutto, forse un po’ servi (se fai il servo) ma non piaci proprio. Il processo della presunta e tutta da dimostrare volontà di unificare gli europei, in più di cinque decenni, ha quindi prodotto prima un sistema di mercato un po’ più omogeneo internamente di quanto non lo fosse al suo esterno, poi una valuta comune, inchiodata ad un trattato (di 23 anni fa), tecnicizzata e resa amorfa dall’impossibilità di usarla per come normalmente viene usata da tutte le economie-Stato. I paesi non dell’ordine teutonico hanno avuto governi liberisti (sia nella versione “popolare”, sia nella versione “(pseudo)socialista”) che hanno sfruttato il vincolo posto dai tedeschi per escludere in via di principio ogni politica anche debolmente keynesiana e torcere la propria società verso l’adeguamento strutturale. Adeguamento strutturale, compiuto in modo forzato e frettoloso, agli standard dell’economia globale secondo la visione neoliberista, scaricando tutto e solo sulle classi medie e basse il costo di adeguamento.

Si arriva così allo stallo odierno. Non si procederà oltre verso le ipotetiche unioni fiscali e bancarie, sino a che non si porterà ad un più alto grado di omogeneità la struttura economica delle singole nazioni parti del progetto. Omogeneità auspicata che però è in drammatica contraddizione ed attrito con le condizioni di partenza: forme molto eterogenee, situazioni debitorie ereditate dal passato, mentalità del tutto diverse, opinioni pubbliche del tutto distanti sia dal processo che dalle sue ragioni di fondo, sostanziale non funzionamento di molte economie quindi di molte società nazionali impedite al ricorso ad una propria politica monetaria tradizionale così come fa qualsiasi altra economia-Stato in un mondo sempre più complesso e difficile. Il progetto euro, forgiato in piena “fine della storia” con indici di crescita generalizzata, mal si coniuga con un oggi di piena ripresa dei corsi storici e generalizzata decrescita (o crescita apparente). Da ultimo, il vero e proprio “scandalo” della trattativa eurocrazia-Grecia e del come è stata condotta davanti a gli occhi esterrefatti delle opinioni pubbliche, risvegliate dal coma retorico che circondava il concetto di euro e di Europa.

Di tutti questi problemi che si pongono di traverso alla continuazione del processo di adeguamento strutturale, il più decisivo e quello di cui le élite, prese da una sorta di furore ideologico ottenebrante, non hanno tenuto debitamente conto, è il “non funzionamento”. Le società-paese, dilaniate da bassi salari e bassa occupazione, da precarizzazione e riduzione delle politiche sociali, hanno prodotto anticorpi politici che mediamente pesano un quarto del corpo elettorale ma che – come nel caso greco (Syriza), e come minaccia di essere anche la Spagna (Podemos) e forse anche l’Irlanda (Sinn Fein) – hanno davanti a loro quella crescita che è alimentata dalla non crescita economica e dagli attriti dell’adeguamento strutturale a tappe forzate. Tanto più crescerà e si diffonderà la resistenza all’adeguamento strutturale, tanto prima la Germania e la sua galassia se ne andranno per conto loro.

Gli “anticorpi politici” al processo di adeguamento strutturale portato avanti dalle élite europee, si dividono in due sottogeneri: a) una diversa interpretazione di Europa; b) il rifiuto di ogni difficoltà di composizione di un qualsivoglia processo di unificazione europea, il ritorno alla piena sovranità nei confini nazionali, quindi alla propria moneta.

La prima posizione, la posizione diciamo di “Europa democratica e di sinistra” (solidale, comunitaria, keynesiana, democratica) prende il setting delle due formazioni europee (l’eurozona a 19 e l’Unione a 28) e le immagina ordinate in modo alternativo ed opposto a quello espresso dalle élite neoliberiste/ordoliberiste. Invero, sul punto si fa una certa confusione poiché si nota solo il disegno neoliberista e non si nota invece il blocco concettuale monetario imposto dalla Germania per aderire al processo. Si pensa quindi possibile, in base ai rapporti di forza politici oggi decisamente perdenti per chi coltiva questa idea di “altra Europa” ma sempre passibili di teorica inversione, mantenere il sistema ma interpretarlo diversamente. Durante le drammatiche trattative greche di Bruxelles, Juncker, ha avuto gioco facile a dire che i pronunciamenti della democrazia greca (il “no” al referendum) andavano certo rispettati ma mediati con quelli delle altre 18 democrazie. C’era certo della falsa argomentazione relativamente a deduzioni di pronunciamento delle altre “democrazie” che in realtà non si sono espresse direttamente sul problema, ma c’era anche qualcosa di più solido e concreto perché molto verosimilmente il blocco del nord esprimeva una stessa posizione, stessa delle élite e della maggioranza del popolo. Al di là poi della contingenza, questa posizione dovrebbe interrogarsi sul fatto che, per invertire i rapporti tra élite e popolo è quantomeno necessario un profondo cambio di paradigma da monetario-economico a politico. Il primo problema è che i criteri di composizione di una unione monetaria non sono i criteri di composizione di una unione politica ed in fondo neanche i criteri di una unione economica. Ciò che è teoricamente compatibile nella ipotesi moneta unica, non lo è necessariamente per l’unione economica (e ne vediamo la conclamata dimostrazione nei malfunzionamento economico dell’euro), né tanto meno per l’unione politica a partire dall’insolubile problema di deficit di una opinione pubblica stante la reciproca incomprensione linguistica. Niente popolo, niente opinione pubblica, niente democrazia.

Inoltre, credo si sia talmente immersi in un sonno dogmatico facilitato dal fatto che realmente l’unione politica non la vuole davvero nessuno, da non accorgersi che essa non ha un piano teorico a cui riferirsi e non ha nessuna immediata possibilità di esser approntata, non ha alcun “popolo” che la sostiene davvero. La stessa idea di unire, da zero, 19 stati nazione di origine europea, Stati del nord e del sud, occidentali ed orientali, grandi e piccoli, prospicienti l’Eurasia e prospicienti il Mediterraneo, se ci ferma un attimo a pensarla seriamente, risulta del tutto infondata. Anche gli studi di fattibilità per la TAV hanno un volume di parole e cifre scritte su carta ben maggiore di quelle che dovrebbero dettagliare chi, come, quando, in che modo e perché 19 o peggio 28 differenti Stati-nazione dovrebbero unirsi. La stessa produzione teorica sull’argomento è impressionantemente scarsa. Ci si renda conto che il Manifesto di Ventotene è un documentino di poche decine di pagine, che molti forse non hanno neanche letto, che dice assai poco, lo dice male, lo dice come reazione all’anarchia conflittuale della politica internazionale subcontinentale e proviene da un punto di vista di settant’anni fa. Infine, ogni ipotetica reale comunitarizzazione nel subcontinente dovrebbe risolvere il problema delle reciproche partite debitorie e l’unico modo di farlo davvero è portare tutti i debiti dentro una clearing union gestita dalla banca centrale, solo che a questo punto, come detto, la Germania e con lei la galassia del nord, lascerebbe la compagnia.

Dettagliando meglio il significato di “altra Europa” di modo da farlo uscire dal limbo delle petizioni di principio si scoprirebbe, che semplicemente, Europa al singolare, è solo e solo può essere il nome geografico di un subcontinente. Le Europe reali sono plurali e così quelle passibili di evolvere a possibili unioni. Già oggi ci sono più di 40 stati in geografia politica, 28 in una forma debole di coordinamento, 19 in una forma stretta di coordinamento monetario. Occorre filtrare le Europe possibili dentro una griglia di chiare e dettagliate intenzioni politiche, geopolitiche, economiche e culturali prima di stabilire il setting di una possibile, vera unione politica tra le più parti di questo eterogeneo universo.

Bisogna farlo perché più che il rischio della guerra (mentre quello del grande ritorno delle nazioni e dei conseguenti nazionalismi è assai meno improbabile), c’è la certezza di trovarsi in un nuovo ambiente in cui, con la prossima decuplicazione della popolazione mondiale[5], si sarà creata una paurosamente ampia inflazione di complessità. Il mondo non è più quello del dopoguerra e men che meno quello dell’inizio secolo se non del XIX secolo, secolo da cui provengono tanto l’ideologia liberal-capitalista quanto la sua negazione-critica marxista. La reazione semplificata del secondo punto di vista, quello “sovranista”, per la quale all’esproprio monetario condotto da perfide élite neoliberali bisogna rispondere col più classico dei simmetrici contrari ovvero con il ripristino della sovranità monetaria sotto il controllo politico degli interessi vagliati democraticamente, agisce dentro una schema riduzionista, tutto interno al “noi”. Ma i problemi, oggi, non sono solo a quale “noi” riferirsi in senso astratto ma a quale ambiente questo “noi” dovrebbe opporre la propria sovranità. Questo riflesso che ha molta logica intestinale e non a caso è soggetto all’attributo di populismo (per quanto vaga ed ambigua sia questa categoria) ragiona come se il tempo non fosse trascorso ed il mondo fosse reversibile ai “trentennio glorioso” del dopoguerra.

È un fatto che la pattuglia di quei paesi europei, una volta al top della classifica del G8, sia regredita al punto da modificare la categoria, che è passata al G10 o al G20 per dissimulare questo crollo di peso relativo. Questo crollo di peso relativo ha significati economici, demografici, politici, militari, culturali, ambientali oltreché finanziari e valutari. Nell’ambito della politica internazionale, esistono teorie riduzioniste (che vedono problemi solo a partire dall’interno degli Stati o delle economie di certi stati) e teorie sistemiche (che vedono problemi nelle relazioni tra gli Stati o tra le economie degli Stati ma anche che vedono effetti sistemici sulle parti che non sono prerogative delle parti stesse)[6]. Il crollo dello Stato-nazione europeo è di natura prevalentemente sistemica. La semplice contabilità della popolazione degli Stati più importanti oggi (Cina, India, USA, Russia, Brasile, Giappone sono tutti più grandi del nostro paese più grande che è la Germania), la loro spumeggiante demografia di contro a quella depressa del subcontinente, l’analisi del loro contesto (quanto spazio di relazione hanno intorno a loro), la potenza di avere grandi mercati interni e prospicienti, quindi grandi aziende, quindi molto income fiscale da devolvere ad esempio alla ricerca (ed anche ricercatori stante che i piani di sviluppo cinese puntano a sfornare quasi 200 milioni di studenti, due terzi di tutta la popolazione dell’eurozona, nell’immediato futuro), la loro eventuale potenza militare, la dotazione di materie prime, l’essere in molti casi nella fase di prima crescita quando quelle europee sono tutte economie più che mature, la sopravanzante possibile espansione culturale, la varietà dei vari regimi politici che esprimono, dicono del venirsi a formare di una plurale megafauna che dominerà un pianeta di probabili 10 miliardi di individui, di cui l’Europa tutta sarà solo un risibile 5%. Anche solo sedersi ad un tavolo per discutere i regolamenti bancari piuttosto che le politiche ambientali, il dirimere le questioni geopolitiche, migratorie, nucleari, sarà precluso a chi conta meno di niente. In questo contesto, avere una banca stato-nazionale che stampa valuta sarà come poter decidere che vestito mettersi per uscire a dar battaglia con la fionda contro le bombe atomiche.

Se quindi dobbiamo muoverci in avanti, così come furono costretti i francesi, poi gli inglesi, poi gli spagnoli nel XV secolo, quando si capì che il frazionamento feudale doveva esser ricomposto ad un più alto livello di sintesi, che è quello che determinò la nascita dello Stato-nazione (che alcuni, erroneamente, considerano  una invenzione del capitalismo del XIX secolo), dobbiamo porci il problema di quale nuovo veicolo istituzionale inventare. Tale veicolo, è evidente ormai a tutti, non può essere un marcottage sclerotico di “diversi” uniti da un vincolo monetario, né una blanda unione economica, né potrà essere tantomeno l’isoletta nazionale. Dovrà per forza di cose essere una unità stretta di tipo politico, quindi fiscale e legislativo, quindi militare, che, per la storia dell’Europa, non potrà che essere federale. Ma se è anche evidente che non si può unire partendo da zero, venti o peggio trenta paesi, l’uno profondamente diverso dall’altro[7], occorrerà procedere per gradi progressivi di possibilità. Se si analizzano questi gradi, una certa qual similarità culturale, linguistica, economica e di comune interesse geopolitico sarà altresì necessaria. Si arriverà quindi a scuoterci dal bivio dogmatico “Europa dei popoli” vs. “sovranità nazionali” – bivio imposto da chi ha promosso l’unione monetaria ed oggi dai più accettato come fulcro del problema di tutti i problemi – e si scoprirà che il ragionamento approda altrove: ad una unione federale democratica dei paesi latino-mediterranei, ad una federazione democratica dei paesi del nord Europa, ad una federazione (se vorranno farla) dei paesi balcano-danubiani[8]. Queste federazioni potranno poi, a loro volta, stringere patti di coordinamento, di scambio, di cambio, ma ciò che è importante è l’idea di iniziare la costruzione di nuovi soggetti geo-storici basati su solidi prerequisiti di possibilità. Uno di questi non ha nulla a che fare con la moneta o con l’economia ma con quella cosa che condizionò la precedente formazione dello Stato europeo, la nazione, ovvero un “germe di popolo” che tale è primariamente se s’intende nel comune discorrere, ovvero, se parla una lingua simile. Nel nostro caso specifico, l’insieme delle lingue neo-latine o romanze, lingua senza la quale non c’è discorso politico di massa, senza il quale non c’è democrazia, senza la quale non c’è alcuna unione possibile nell’Europa del secondo millennio.

Solo dopo, popolari, socialdemocratici, conservatori, progressisti, destre e sinistre di varia foggia, potranno disputarsene l’egemonia politica. Prima ancora, è il puro e semplice realistico interesse di spagnoli, francesi, italiani, portoghesi, maltesi, ed anche ciprioti e greci[9], il puntare alla creazione di un nuovo stare assieme per mantenere una qualche possibilità di autonomia in un mondo in cui dominerà la megafauna. La federazione mediterranea conterebbe poco più di 200 milioni di cittadini, la seconda o forse terza economia per PIL, una posizione di leadership produttiva in molti settori (alimentare, turismo, beni di lusso, ecc.), una più che discreta autosufficienza, una cultura alta e bassa ampiamente comune, interessi e prospettive geopolitiche comuni (il Sudamerica, l’Africa), una potenza atomica con seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’ONU, problemi comuni urgenti come le migrazioni mediterranee e la stabilizzazione del mondo islamico, la stessa necessità di una banca centrale soggetta al potere politico democratico, attenta al cambio e prestatore di ultima istanza[10]. Tale soggetto geopolitico potrebbe anche prendersi carico della necessità di dare un futuro meno anglosassone al concetto di Occidente e nello specifico, emanciparsi dalla tutorship americana che sempre più sarà impregnata nella impossibile partita di difesa della sua leadership planetaria. Partita che non si vede che interesse debba avere per noi che viviamo qui col problema arabo o africano, che non abbiamo motivi di attrito con russi e cinesi, che avremmo vantaggio a porci come popoli antichi e saggi che ripudiano le guerre ed amano la vita tranquilla, amici di tutti, servi di nessuno.

Il mondo già è, e sempre più sarà, multipolare, ma per non subire le altrui determinazioni bisognerà esserne uno dei poli. L’autonomia, che è l’essenza della democrazia, si riottiene a partire dal pensiero. Non si può e non si deve subire il modo di porre il problema da parte di chi ha pensato la soluzione dal suo punto di vista. Il nodo del cambio di paradigma da monetario-economico a politico, nell’Europa a 19, con la Germania e suoi satelliti, è impossibile da sciogliere. Data questa impossibilità, rimbalzare meccanicamente secondo la partizione della logica dialettica al suo contrario, il ritorno allo Stato-nazione in cerca di orgogliosa autonomia, è condannarsi all’impotenza ed alla certa, totale,  futura eteronomia. La soluzione alla crisi dello Stato-nazione europeo è nella logica realistica dell’interesse geo-storico. L’unico pennino con cui la Storia scrive se stessa.


 

[1] Questo dimostra la debolezza sostanziale delle nostre democrazie. Che il “popolo” non vedesse e non veda questi problemi non è sintomo del fatto che le élite tramano nel buio del loro egoismo interessato ma sintomo del fatto che i “popoli” vivono in un microcosmo protetto in cui rimangono ignari dello stato oggettivo delle cose che contano davvero.

[2] Sulle origini dell’euro, sulle preoccupazioni di Mitterand per la nuova Germania riunificata molto si è detto. Qui consideriamo la vicenda in un senso più generale.

[3] Esistono anche interpretazioni più elitiste ovvero quelle che immaginano una sorta di accordo di alcuni cospiratori tutori degli interessi capitalistici europei ed internazionali che disegnarono a bella posta una sorta di struttura che rovesciasse il primato politico democratico in favore delle dinamiche economiche e banco-finanziarie. Tra il probabilmente ed il sicuramente vi furono anche di questi interessi organizzati ma tale visione tende ad occultare il problema della crisi del concetto di Stato-nazione europeo che noi riteniamo “oggettiva”. Occultandolo ne conseguono la possibile reversibilità e ne concludono in favore di ipotetiche teorie dell’autonomia monetaria in una lettura tutta monetarista della complessità del mondo.

[4] Si noti il fatto che la politica monetaria nel concetto ordoliberista è profondamente diversa da quella del concetto neoliberista. In comune, le due impostazioni hanno (in economia) il primato del libero mercato come unico ordinatore del fatto economico ma mentre la prima impostazione, in economia monetaria, ha generato l’euro, la seconda ha generato Greenspan.

[5] Decuplicazione dal 1850 (1 miliardo) al 2050  (10 miliardi).

[6] Kenneth N. Waltz, Teoria della politica internazionale, Il Mulino, Bologna, 1987.

[7] Il presunto concetto “Stati Uniti d’Europa” è la più classica delle false analogie. A parte il fatto che gli Stati Uniti si forgiarono nella fucina bellica prima di una guerra d’indipendenza e poi di una guerra civile, la popolazione interessata all’avvenimento era di poche decine di milioni di individui e non di centinaia, non avevano una lunga tradizione storica divergente, parlavano la stessa lingua ed avevano la stessa religione, vivevano in un sterminato ambiente ricco di possibilità e condussero i loro rivolgimenti storici urtando solo quelli dei britannici, senza cioè l’influenza interessata di molte altre potenze che vedrebbero la nascita di una nuova euro-superpotenza planetaria con occhio certo meno indulgente.

[8] Una delle stranezze poco notate dell’attuale dibattito euro-Europa è che esso è per lo più condotto da economisti. Gli economisti vanno benissimo in sede analitico-critica (ed anzi, come ha sottolineato Emiliano Brancaccio, se si parla di questo oggetto che almeno ci sia la sufficiente, minima, conoscenza di ciò di cui si sta parlando), poiché l’oggetto di discussione è una moneta ed i suoi riflessi economici, ma non si vede cosa possano dire di particolarmente sensato gli economisti quando si debbano aggiungere le necessarie considerazioni politiche, geopolitiche, storiche e culturali. L’idea di tre aree valutarie-economiche-politico/federali è stata comunque espressa anche da economisti, Bruno Amoroso tra tutti (qualcosa di simile si trova anche in Vasapollo ed altri ancora).

[9] I greci non sono neolatini ma possono colmare il gap in tempi ragionevoli come già l’hanno colmato con una diffusa conoscenza della lingua inglese. È più facile incontrare un greco medio che parla una qualche primitiva forma di inglese che un italiano o un francese medio.

[10] La crisi dello Stato-nazione europeo ha anche un altro sintomo, quello delle ipotetiche secessioni ed autonomizzazioni (scozzese, catalana, corsa, alto-atesina, fiammingo-vallona, ecc.). L’idea delle federazioni potrebbe andare incontro a questa reazione localista, poiché le federazioni sono ben in grado di concedere un certo concreto grado di autonomia alle parti pur rappresentando un ordine comune di livello superiore al singolo Stato. Del resto, le considerazioni fatte per l’insostenibilità dello Stato-nazione europeo valgono a maggior ragione per la Scozia o la Catalogna sovrana a meno di non farle diventare tutte paradisi fiscali come il Liechtenstein ed il Lussemburgo. Del resto, l’idea di una federazione di ex Stati si coniuga alla perfezione col concetto di regione, così come il concetto di democrazia partecipata e diffusa.

Articolo pubblicato sul blog dell’autore il 24 luglio 2015.