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Grecia, la breccia rimane aperta

Grecia, la breccia rimane aperta

di Thomas Fazi

Con un’ampia maggioranza – al netto dell’alto e comprensibile livello di astensionismo: è la quinta volta che i greci vanno alle urne in sei anni, in un contesto di depressione profonda, crescente disoccupazione e povertà dilagante –, Tsipras ha rivinto le elezioni in Grecia e si avvia a formare nuovamente un governo di coalizione con i nazionalisti di ANEL. Stavolta, però, lo fa avendo dietro a sé un partito (per ora) molto più compatto, dopo che la minoranza anti-euro è fuoriuscita per confluire dentro Unità Popolare, neo-partito molto popolare nella galassia digitale della sinistra, grazie anche all’endorsement di personaggi di rilievo come Varoufakis, ma che non è riuscito a conquistarsi neanche un seggio in parlamento.

La vittoria di SYRIZA è, ovviamente, un’ottima notizia: la sopravvivenza dell’unico governo anti-liberista e di sinistra sul continente è un segnale di grande importanza, dopo tutti i tentativi messi in atto dall’oligarchia europea – non ultimo una brutale strategia di asfissia finanziaria di cui la BCE dovrà un giorno essere chiamata a rispondere – per spodestarlo. Allo stesso tempo – inutile negarlo – si tratta di una vittoria amara, poiché i margini di manovra del governo sono, oggettivamente, molto ristretti, vincolati ai numerosi paletti contenuti nel terzo Memorandum sottoscritto a luglio da Tsipras. Che queste – ma non solo queste – fossero delle “elezioni a sovranità limitata” era fin troppo evidente: in ballo, infatti, non c’era la fine, ma i modi, il peso e la distribuzione dell’austerità. Allo stesso tempo, sarebbe assurdo trarre da ciò la conclusione – come hanno fatto in molti in queste settimane – che l’esito delle elezioni non contasse, che una vittoria di SYRIZA equivale ad una vittoria delle destre, perché «tanto il destino della Grecia è già scritto altrove».

Primo, perché sarebbe ingenuo pensare che il destino della Grecia sia veramente scritto tra le pagine del Memorandum. È evidente che la “forza” del Memorandum è direttamente proporzionale alla forza dello status quo politico-economico che, oggi in Europa, lo promuove e lo sostiene, così come è evidente che quello status quo un domani potrebbe venire meno (e con esso il Memorandum stesso). Dobbiamo forse ricordare a chi prospetta all’Europa e alla Grecia uno scenario da “fine della storia” di fukuyamesca memoria che tutti questi eventi si inseriscono in un processo storico, in cui non esistono scorciatoie miracolistiche ma il cui finale è ancora tutto da scrivere e di cui siamo – potremmo/dovremmo essere – tutti protagonisti e non semplici spettatori?

Secondo, perché il margine di manovra – per quanto esiguo – c’è: nel corso del negoziato con la troika, Tsipras si è battuto con forza per redistribuire il carico delle misure di austerità dalle classi medio-basse a quelle alte. È stato sconfitto su quasi tutta la linea, è vero, ma – a differenza del duopolio PASOK-Nuova Democrazia – si è battuto, ed è ragionevole aspettarsi che continuerà a farlo nel corso di questo secondo mandato. Con questo non si vuole di certo insinuare che, nel contesto europeo di oggi, possa esistere una “austerità di sinistra” contrapposta ad una “austerità di destra”, che sia chiaro: la logica di base del Memorandum è intrinsecamente recessiva e macroeconomicamente insostenibile nel medio termine, a prescindere dalle modalità della sua applicazione pratica. Questa va detto chiaramente, e Tsipras ne è senz’altro consapevole. Allo stesso tempo, però, sarebbe disonesto negare che, nel breve, non si possano mitigare le sofferenze delle fasce più deboli della popolazione anche all’interno della cornice del Memorandum. In altre parole, fa una bella differenza se ad applicare il Memorandum è SYRIZA o Nuova Democrazia. E questo i greci lo sanno bene, come si evince dal risultato elettorale.

Agli altri – a cui forse questi “dettagli” possono apparire ininfluenti, proprio perché vivono altrove – è forse opportuno ricordare che Tsipras si è trovato ad ingaggiare una battaglia durissima contro alcune delle istituzioni e degli Stati più potenti al mondo, in completa solitudine – da un lato la socialdemocrazia e gran parte dei socialisti europei si sono voltati dall’altra parte, e in molti casi si sono schierati contro; dall’altro i movimenti sociali non sono stati in grado di incidere sui rapporti di forza – e in condizioni politiche e psicologiche difficilissime (il Guardian ha scritto che Tsipras è stato sottoposto ad «un massiccio waterboarding mentale» nella maratona del Consiglio europeo del 12 luglio). Nonostante questo, il premier greco ha mostrato saldezza di nervi, dignità e determinazione, ottenendo quel che un governo arrivato al potere per mezzo di regolari elezioni, sulla base di un moderatissimo programma di stampo socialdemocratico, poteva ottenere per via diplomatica, alla luce delle circostanze storicamente date, a partire dallo stato della lotta di classe in Grecia e, soprattutto, dei brutali rapporti di forza su cui fonda l’attuale assetto europeo.

Esistevano dunque delle alternative alla sottoscrizione di questo terzo Memorandum? Su questo punto bisogna essere chiari: l’alternativa si chiamava uscita dall’eurozona. Alla resa dei conti, però, Tsipras ha escluso la via del ritorno alla dracma. Si è trattato di un errore, come sostengono in molti? Per chi scrive, assolutamente no. Il punto non è tanto che Tsipras non aveva il mandato per portare la Grecia fuori dall’euro (che è vero), né che si debba rimanere nell’area euro ad ogni costo (ci mancherebbe), quanto il fatto che, nelle circostanze date, non sussistevano assolutamente le condizioni necessarie per limitare i gravi danni di un’uscita, né a livello interno – la mancanza di un livello di mobilitazione e di radicalizzazione dei lavoratori e dei comuni cittadini greci tale da poter fronteggiare le conseguenze di un’eventuale uscita o espulsione dall’eurozona, lo scarto tra il successo elettorale di SYRIZA e il suo radicamento sul territorio, la debolezza del tessuto produttivo greco, il deficit cronico delle partite correnti, ecc. –, né a livello internazionale.

Come ha dichiarato Yannis Bournous, membro della segreteria politica di SYRIZA: «Noi diciamo che il Memorandum di luglio non è un buon accordo, ma abbiamo dovuto firmarlo perché con la Grexit ci avrebbero liquidato le banche: questo era il ricatto. E la Grecia non ha né un tessuto produttivo, né riserve di moneta estera per poter resistere. Né la Cina o la Russia ci hanno promesso aiuti». Lo stesso Tsipras ha espresso un giudizio chiaro e severo del compromesso raggiunto, sottolineando però che, a queste condizioni, l’uscita solitaria della Grecia avrebbe avuto conseguenze disastrose. Il punto, come scrive il politologo Michele Nobile, è che «i limiti dell’azione del governo Tsipras sono i limiti della lotta di classe, non solo in Grecia ma in tutta Europa». La responsabilità di cambiare quei rapporti – di classe e di forza –, però, non può restare unicamente sulle spalle di Tsipras e della Grecia, come sembrano prospettare coloro che, da fuori, invocano l’uscita della Grecia dall’euro subito e comunque, quasi che si possa considerare la Grecia, come un secolo fa la Russia, l’anello più debole del capitalismo da cui ripartire.

Anche perché – nota sempre Nobile – l’annosa questione dei rapporti di forza è, nell’Europa di oggi, ulteriormente complicata da un’altra questione: «da un lato l’involuzione post-democratica dei regimi politici nazionali, dall’altra l’unificazione monetaria e il disegno istituzionale dell’Unione europea, che della post-democrazia è risultato, massima espressione, forza propulsiva. Si tratta di una situazione inedita, che raddoppia i problemi posti dalla vittoria elettorale: non si tratta solo di fare i conti con l’apparato nazionale dello Stato capitalistico, ma con un livello superiore che comprende il primo in un sistema sovranazionale o inter-statale». Sistema sovranazionale o inter-statale, si badi bene, che estende il suo dominio ben al di là dei confini dei dell’Unione europea e/o dell’unione monetaria. Chi crede, infatti, che un’uscita dall’eurozona sia sufficiente a salvaguardare un paese dalla ferocia dell’oligarchia europea ed internazionale si sbaglia di grosso; a tal proposito basterebbe ricordare l’esperienza del governo socialista di Mitterrand, eletto in Francia nel 1981 sulla base di una ambizioso programma di riforma economica e redistribuzione sociale e costretto in pochi anni a fare marcia indietro – o meglio inversione a U – dopo una serie di violenti attacchi speculativi. Non è difficile capire che per l’establishment è cruciale dimostrare che non può esistere alternativa al neoliberismo né dentro l’euro né fuori da esso.

Per concludere, a SYRIZA va il merito di aver aperto delle contraddizioni significative nel campo avversario e di aver avviato un ciclo nuovo (evidente anche dall’elezione di Jeremy Corbyn alla guida del Labour nel Regno Unito); ma è solo attraverso una battaglia paneuropea lucida, determinata, coordinata su scala continentale – come minimo la sinistra si deve muovere sullo stesso terreno su cui il capitale esercita il suo dominio –, attraverso la lotta dal basso e nelle istituzioni, ma anche con l’azione di governo, che si può sperare di rovesciare l’attuale paradigma economico. Oggi più che mai bisogna prendere atto del fatto che la crisi economica e la post-democrazia non possono trovare soluzione entro i confini dei singoli Stati europei (dentro o fuori dall’euro); questa va necessariamente inquadrata all’interno di un progetto di respiro transnazionale (dentro o fuori dall’euro).

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