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    Home » Non categorizzato » Grecia, un accordo destinato a fallire

    Grecia, un accordo destinato a fallire

    [di Ashoka Mody] Il nuovo governo greco è condannato al fallimento dall’illogicità del programma dei creditori: il risultato sarà minore crescita e più debito.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    28 Settembre 2015
    in Non categorizzato
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    di Ashoka Mody

    È stato l’ex ministro delle Finanze tedesco Hans Eichel, nel novembre del 2003, a spiegare perché il recente accordo tra la Grecia ed i suoi creditori è destinato quasi sicuramente a fallire. In un editoriale pubblicato sul Financial Times, Eichel rispose così al coro di voci che chiedeva alla Germania maggiore austerità, nonostante il paese fosse in recessione: «Una politica finalizzata unicamente al raggiungimento di obiettivi di consolidamento quantitativo rischia non solo di frenare la crescita ma anche di aumentare il debito pubblico».

    Nel corso della Grande Recessione i fatti hanno dato costantemente ragione al “teorema di Eichel”: l’austerità è controproducente, e più è debole l’economia, più deleteri sono gli effetti dell’austerità. In tutti i paesi in cui è stata praticata l’austerità ha frenato la crescita. Non a caso la Grecia, dove sono state perseguite le misure di austerità più severe, ha registrato una contrazione economica superiore a quella di qualunque altro paese.

    Il teorema di Eichel ci dice anche che il nuovo governo greco è condannato al fallimento dall’illogicità del programma dei creditori. La crescita sarà più lenta e la deflazione sarà maggiore del previsto. Il debito continuerà ad aumentare.

    Si stima che oggi la Grecia registri un piccolo disavanzo primario, ossia che le spese del governo (senza contare gli interessi sul debito pubblico) superano di poco le entrate. Arrivare ad un avanzo primario del 3,5 per cento in tre anni, come richiesto dai creditori, farà contrarre ulteriormente l’economia. Ma le proiezioni ufficiali stimano che il paese tornerà a crescere.

    Questo perché i modelli ufficiali ignorano alcune logiche economiche di base. Nel 1933, l’economista statunitense Irving Fisher spiegò che in presenza di alti livelli di debito pubblico, cercare di ripagare il debito a tutti i costi fa aumentare il debito. Nel tentativo di rimborsare il debito, infatti, vengono ridotti i consumi e gli investimenti, col risultato di far diminuire prezzi e salari. Ma poiché l’ammontare del debito non diminuisce, il totale del debito rispetto alle entrate – al PIL – aumenta. La Grecia si trova in questo circolo vizioso – a cui Fisher diede il nome di deflazione da debito – da due anni ormai. I prezzi ed i salari greci continuano a scendere, e anche se questo potrebbe essere un bene nel lungo termine, nel breve il risultato è di far aumentare i rapporti debito-reddito. L’ulteriore dose di austerità prevista nel Memorandum non farà che rafforzare questa tendenza. Eppure le proiezioni ufficiali stimano che i prezzi torneranno a crescere e che questo aiuterà a ridurre i livelli di debito pubblico e privato.

    Ma non finisce qui. Quando nel 2003 la Germania si liberò dalla camicia di forza dell’austerità fiscale, il commercio mondiale stava vivendo un periodo di notevole vitalità. Nei quattro anni consecutivi, tra il 2004 e il 2007, il commercio mondiale registrò una crescita media del 9 per cento l’anno. Il cosiddetto “miracolo tedesco” si basa su due anni di crescita – 2006-7 – al ritmo del 3,5 per cento l’anno, in un contesto di crescita economica generalizzata.

    Oggi la Grecia si appresta a sottoporsi ad un’ulteriore dose di austerità in un contesto di crescita globale inferiore al 3 per cento annuo. Quanto sia fragile l’economia mondiale lo si evince anche dalla recente decisione della Federal Reserve di non alzare i tassi di interesse. L’FMI ha già rivisto al ribasso per ben tre volte le sue stime di crescita per l’economia ed il commercio globali dall’inizio dell’anno.

    Alla luce delle nuove misure di austerità, degli effetti della deflazione da debito e della debolezza dell’economia globale, da dove ci si aspetta che arrivi la ripresa della Grecia? La risposta, secondo la troika, risiede negli effetti taumaturgici delle riforme strutturali. Può anche essere che queste riforme possiedano poteri magici nel medio-lungo termine, ma sia chiaro: non c’è assolutamente niente che dimostri che le riforme strutturali siano in grado di produrre i livelli di crescita assunti nelle proiezioni greche.

    Si direbbe che l’eurozona non faccia altro che passare da una favola economica ad un’altra: dai benefici dell’integrazione economica ai poteri salvifici dell’austerità fiscale alle riforme strutturali come panacea a tutti i mali economici di questo mondo. Questi miti si nutrono di un pensiero unico profondamente radicato nelle élite europee.

    Quando nel 2003 la Germania costrinse gli altri membri dell’eurozona ad accettare una sospensione delle regole fiscali – pena l’umiliazione gratuita della Germania in un momento in cui questa si trovava in difficoltà – il cancelliere Schröder dichiarò giustamente (ma cinicamente) che si trattava di una decisione «saggia». Ma la forza del pensiero unico europeo è tale che Schröder fu successivamente costretto a scusarsi per aver infranto le regole (per quanto assurde). Un altro convertitosi di recente è l’ex capo economista dell’FMI, Olivier Blanchard. Dopo aver vinto una serie di importanti battaglie intellettuali sui costi dell’austerità, non appena ha abbandonato la sua posizione si è unito al coro di voci che chiedono alla Grecia maggiori riforme strutturali.

    “L’accordo” ha semplicemente posticipato di un po’ la resa dei conti. Per la Germania e gli altri creditori, la riduzione del debito solleva rischi intollerabili. Ma pensare di ridurre il debito alla Grecia a piccole dosi, col contagocce, in cambio dell’implementazione di misure di austerità economicamente controproducenti è assurdo; quello di cui ha bisogno la Grecia è un taglio netto per portare l’obiettivo di avanzo primario allo 0,5 per cento.

    Se la Grecia sarà costretta ad abbandonare l’eurozona, i creditori subiranno perdite molto maggiori di quelle che subirebbero con una riduzione concordata del debito. Per non parlare della frattura insanabile che la Grexit creerebbe nell’unione monetaria. Ma l’esito più probabile di questa vicenda è che i greci continueranno a soffrire, mentre i creditori finiranno per perdere il grosso dei loro soldi. La lezione della tragedia greca, alla fine, è questa: chi non ha compreso gli errori del passato è costretto a riviverli.

    Pubblicato sul sito dell’istituto Bruegel il 23 settembre 2015. Traduzione di Thomas Fazi. 

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